RICHARD MATHESON.
...
.
...
ALTRI REGNI.
...
.
...
Titolo originale: Other Kingdoms.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
...
.
...
Quale differente visione del mondo ci si rivela quando noi stessi ci apriamo all'anima vitale della natura. Far questo deliberatamente significa sperimentare una stimolazione senza fine. Ci conduce porta dopo porta, soglia dopo soglia.
MARJORIE SPOCK.
...
.
...
Introduzione.
...
Tanto per cominciare non mi chiamo Arthur Black. Il mio cognome  White, e il mio nome Alexander. L'editore dei miei ventisette romanzi ha deciso che Alexander White non fosse un nome appropriato per l'autore del ciclo di Mezzanotte. Potete scegliere a piacere fra cose come Sete di sangue a mezzanotte e Fame di carne a mezzanotte. Oltre a ventiquattro altri titoli altrettanto appetitosi. Di conseguenza ha scelto per me il nome di Arthur Black. Io non ho avuto nulla da obiettare. I soldi mi
servivano. A tremila dollari a botta - in seguito tremila e cinquecento - riuscivo a tirare avanti discretamente.
.
A dispetto del discutibile tenore della mia opera trentennale, ho esitato a scrivere questo libro. Perch? Perch  vero. Nonostante le stranezze e gli indiscutibili terrori (che in ogni caso ho tentato lo stesso di descrivere) ogni avvenimento  reale. Senza dubbio voi metterete in discussione questa affermazione, e rileggendo il manoscritto sono tentato di metterla in discussione anch'io. Eppure il mio resoconto  veritiero, ve lo giuro. Dimenticate il ciclo di Mezzanotte (ammettendo che abbiate avuto il poco senno e i soldi da buttare per leggerlo). Questa non  (e sottolineo, non ) una storia fantastica.
.
Per quanto possa apparire bizzarra, incredibile, agghiacciante (e mi sono sforzato di non gonfiare gli aspetti pi grotteschi), non ho il minimo dubbio che tutto abbia avuto luogo nel 1918, quando avevo diciotto anni. Adesso ne ho ottantadue... il che basta a farvi capire quanto abbia aspettato per scrivere questo libro.
Arthur Black (come mi conoscete). 9 febbraio 1982.
...
.
...
Prima parte
1
Sono nato a Brooklyn, New York, il 20 febbraio del 1900. Figlio del capitano Bradford Smith
White e di Martha Justine Hollenbeck. Avevo una sorella, Veronica, pi piccola di me, morta nello
stesso anno in cui ebbero inizio questi strani avvenimenti.
Il capitano Bradford Smith White era un porco. Ecco, l'ho scritto, dopo tanti anni. Era un porco
calzato e vestito. No, non lo era. Era un uomo malato. Il suo cervello era contorto; infestato dalle
ombre, si potrebbe dire.
Veronica e io (specialmente Veronica) soffrimmo moltissimo il suo carattere violento. La sua
era una disciplina ferrea. Credo che l'arruolamento in marina gli abbia risparmiato l'internamento in un
manicomio. Dove altro avrebbe potuto sfogare il suo temperamento quasi da demente? Nostra madre,
dolce ed emotiva, mor prima di compiere quarant'anni. Dovrei dire 'se la cav' prima di compiere
quarant'anni. Il suo matrimonio fu un soggiorno prolungato all'inferno.
Vi offro un piccolo esempio. Un giorno di marzo del 1915 mamma, Veronica e io ricevemmo
un invito (un ordine) a partecipare a un pranzo sulla nave di pap (una nave ausiliaria, ricordo).
Nessuno di noi voleva andarci, ma in pratica non avevamo scelta: o il pranzo sulla nave di pap oppure,
in caso di rifiuto, diverse settimane (forse un mese) di punizioni non ben precisate.
Cos indossammo i nostri vestiti migliori e raggiungemmo l'arsenale marittimo, e l scoprimmo
che la nave di pap era ancorata lungo il fiume Hudson, spazzato da un vento fortissimo che provocava
movimenti ondosi simili a piccoli tsunami.
Un marito e padre sano di mente poteva mai permettere alla sua famiglia di affrontare una
situazione tanto pericolosa? Vi chiedo, un marito e padre sano di mente non avrebbe annullato un
programma tanto folle per portare la sua famiglia in un ristorante degno di questo nome? Naturalmente
s. E il capitano Bradford Smith White, della marina degli Stati Uniti, si comport come chi si ritenesse
sano di mente? Giudicate voi. Era programmato che dovessimo partecipare al pranzo a bordo di quella
dannata nave comandata dal dannato - dal porco - White, e se nell'occasione fossimo tutti annegati -
com' che si dice oggi? - peggio per noi. Spiacevole, ma inevitabile.
Salimmo con passo malfermo a bordo della barca a remi del capitano - la sua lancia privata - e
partimmo. Le tendine laterali erano abbassate, senza dubbio una concessione di pap al maggior
realismo possibile. Il vento comunque soffiava con tale violenza che le tendine continuavano a
sbatacchiare anche cos calate, e il fiume ci riempiva di spruzzi.  inutile dirlo, ma lo dico lo stesso, il
fiume era ben pi che increspato: c'erano dei cavalloni veri e propri. La lancia rollava e beccheggiava,
si inclinava di lato e si sollevava. Mamma implorava il capitano di tornare indietro, ma quello rimase
irremovibile, con le labbra strette ed esangui. Avremmo raggiunto la nave 'lisci come l'olio' - fu questa
la frase che us - oppure, ma questo lo pensai io, ci saremmo sfracellati contro di essa. Mamma si
teneva un fazzoletto sulle labbra, certamente per impedirsi di rigettare ci che aveva mangiato quel
giorno. Veronica piangeva. Quanto a me, ricordo che tentavo (invano) di non piangere perch il
capitano detestava le lacrime di Veronica, e non cessava di sottolinearlo con occhiatacce critiche.
In qualche modo, nonostante la mia convinzione che fossimo tutti destinati a finire in fondo al
fiume, alla fine raggiungemmo - vivi ma fradici - la nave di pap. E questa, caro lettore, non fu affatto
la conclusione del nostro incubo a base di mal di mare. Non c'era una scala vera e propria che portava
in coperta, capisci, ma solo una rampa metallica esterna che per via delle ondate era flagellata
dall'acqua. La famiglia White si arrampic per questi gradini scivolosi, assolutamente convinta che una
morte di qualche tipo - per caduta o per annegamento - fosse imminente. Anzi, prima la caduta, poi
l'annegamento in quell'abisso salmastro.
Il faro della lancia era rimasto acceso, intensificando la nostra salita alla cieca, un po' anche
perch abbagliati dal faro di coperta, e mamma sal per prima, aiutata alla meno peggio da un marinaio
terrorizzato. Con mia grande meraviglia - e incredulo sollievo - non cadde n anneg, e raggiunse la
coperta zuppa come un pulcino, ma incolume. Subito dopo sal Veronica. In quel momento chiamai a
raccolta tutti gli angeli custodi. Veronica rinunci del tutto al suo tentativo di non piangere per non
offendere il capitano e si impegn al massimo, aiutata, su per la scala fangosa, scivolando pi di una
volta e concedendosi lacrime e singhiozzi in abbondanza. La seguii, stringendo la ringhiera gelata con
tale violenza che le mani mi si intorpidirono. Nessuno mi aiut. O mio padre era convinto che fossi
abbastanza forte da cavarmela da solo, oppure nutriva la segreta speranza che perdessi la vita in acqua e
lo liberassi dal fastidio di un figlio irritante.
Comunque stessero le cose salii da solo afferrandomi alla ringhiera con entrambe le mani. Mi
sforzai di non guardare su, ma lo feci lo stesso, e avvistai la gonna di Veronica che svolazzava
furiosamente; a un certo punto vidi di sfuggita le sue mutandine e notai che erano bagnate. Niente di
strano. Succedeva anche a me. E mi domandai se anche a mamma fosse capitata la stessa cosa. La
debolezza non poteva essere frutto dell'eredit genetica di pap. Se ne aveva una, era la totale
incapacit di immedesimarsi in altri esseri umani.
A un certo momento della sua salita nella quale sfidava la morte, Veronica scivol del tutto
fuori dalla scala, urlando per il terrore. Il tacco della sua scarpa sinistra (ma perch non si era messa
degli scarponi da montagna?) mi colp alla testa (ma perch non mi ero messo un casco da pompiere?)
e cominciai a sanguinare. Fu un attimo pieno di tensione. Veronica sarebbe precipitata nel fiume? Io
avrei sanguinato fino a morire?
Nessuna delle due. Veronica, singhiozzante, terrorizzata, povero angelo, riusc a rimettere il
piede sul gradino, aiutata dal marinaio che era con lei, e venne sollevata sul ponte da un altro marinaio,
un villanzone grande e grosso dai capelli rossi che sghignazzava sotto i baffi. Poi salii io, e subito dopo,
con mio grande disappunto, il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, con un
leggero sorriso sulle labbra di granito. Tutto ci che era successo lo aveva divertito. Sono sicuro che
mamma avrebbe potuto ucciderlo. Idem per me. Pi di lei.
Naturalmente adesso darete per scontato che tanto furore fosse la fine di tutto. Non fu cos. Il
buon capitano aveva altri terrori in serbo per noi.
Ma prima qualche parola su mia sorella. Veronica era davvero un'anima gentile. Una volta,
durante un violento temporale, raccolse un cucciolo sanguinante che era stato investito (e abbandonato)
da un automobilista lanciato a tutta velocit. Lo port a casa - cinque isolati pi in l - tenendolo in
braccio. Per colmo di sfortuna quel pomeriggio il capitano si trovava in casa e le ordin di togliere di
mezzo 'quella maledetta bestia frignante' prima che insanguinasse tutto il tappeto cinese lavorato a
mano.
Solo un piagnucolio isterico di Veronica, e un insolito pestar di piedi da parte di mamma - per
non parlare di qualche pungente aggressione verbale da parte mia, unita ad alcune impulsive volgarit
(per cui in seguito pagai un pesante pedaggio, e lascio alla vostra immaginazione figurarsi quale) -
convinse il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, sia pure controvoglia, a
lasciare che Veronica portasse quel bastardaccio di cane ancora silenzioso, tremante e sanguinante, in
un angolo non utilizzato della cantina.
Vi andai con lei, contravvenendo all'ingiunzione del buon capitano di ritirarmi 'nella mia fottuta
camera' (un'altra manchevolezza per la quale pagai il pesante pedaggio numero due) e l vidi quella
dolce creatura, benedetto sia il suo nobile cuore, che piangeva sommessamente, scossa da singhiozzi,
amorevolmente preoccupata per quel cucciolo (era, poverina, una Florence Nightingale in erba), che lo
lavava e lo fasciava utilizzando la biancheria di casa ('Questo cucciolo ne ha pi bisogno di lui',
rivelandomi cos, se mai avessi necessit di saperlo, quanto odiasse suo padre). Medic le ferite e le
escoriazioni del cagnolino, poi lo baci sulla testa bagnata, piangendo di nuovo quando l'animale le
lecc la mano.
Lieto fine? Volete un lieto fine? Scordatevelo. La mattina presto Veronica si precipit in
cantina per vedere se il cucciolo stava bene. Era sparito, e lei corse con l'intenzione di chiedere notizie
al capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti e mamma le disse che era uscito per
assolvere al suo dovere di comandante... Probabilmente per picchiare a morte qualche marinaio con la
catena. Ma sto divagando.
Veronica si mise a urlare come una disperata e, sospettando (secondo logica) il peggio, corse
fuori. Trov il cucciolo sul portico posteriore, tutto raggomitolato in una scatola di cartone aperta.
Inutile dirlo - e lo dico quasi con vendicativo compiacimento - pioveva ancora e il cucciolo tremava in
modo incontrollato, ormai moribondo. Infatti mor il pomeriggio stesso. Vorrei descrivere la cerimonia
funebre celebrata da una Veronica col cuore spezzato, ma il ricordo  troppo doloroso per scendere nei
particolari.
Un altro aneddoto sul capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti. Un altro
capitolo nero nel suo Libro delle porcherie. La conclusione? Pun (severamente) Veronica per aver
rovinato una tovaglia, per aver usato la biancheria di casa, per aver scavato una tomba senza
autorizzazione nel cortile posteriore e, inoltre, per aver celebrato un funerale 'non cristiano' senza
l'esplicito permesso della chiesa. Scherzava? Proprio no.
Veronica non ha mai goduto di buona salute, n tantomeno  stata mai robusta. Mamma la
portava in macchina - un tragitto lungo e scomodo - fino a un ospedale della marina per farla curare. Il
capitano Sapete Chi non permetteva a Veronica, a me o a mamma di farsi curare da un medico locale.
Lui era un ufficiale della marina (perdio) e le cure mediche per la famiglia di un ufficiale della marina
dovevano (ripeto, dovevano) essere eseguite in un ospedale o in una clinica della marina. (Perdio).
Veronica divenne pi debole ogni anno che passava. Quando l'epidemia di influenza raggiunse
gli Stati Uniti, lei fu tra le prime vittime, cos poco resistente com'era. Povera, dolce, cara Veronica.
Sento ancora la sua mancanza e piango per la sua infelicit.
Il capitano esercit il suo brutale effetto su di me, particolarmente nell'et preadolescenziale.
Nato sotto il segno dei pesci (che qualcuno aveva definito il secchio della spazzatura dello zodiaco),
anch'io piansi molto prima di arrivare a quindici anni. Poi il mio ascendente, qualunque fosse (in realt
lo so), dev'essere cresciuto con prepotenza e si manifest, poich cominciai a tenermi alla larga dal
capitano B.S. W. e lui non riusc pi a mettermi le mani addosso. Se fossi stato il felice proprietario di
una pistola carica, probabilmente (non dico indubbiamente) gli avrei sparato in pi di un'occasione: per
Veronica, per mamma, per me stesso. Nessun senso di colpa. Avevo le idee chiare. Pi che altro un
senso di ghignante giustificazione.
Ho evitato abbastanza a lungo la divulgazione del mio 'spaventoso racconto' (ricordate
naturalmente che  anche un racconto straordinario). Avrete gi capito che sono stato troppo
condizionato emotivamente per rivelarlo in questi sessant'anni e passa. Perci perdonatemi se
dimentico me stesso e consento al mio alter ego commerciale, Arthur Black, di emergere e di sostituirsi
gentilmente alla mia persona, insensibile e affamato di denaro com'. Vi prometto che tutto ci che sto
per raccontarvi non  frutto del mio cervello dissestato.  successo.
Ritornate con me al 1917. Avevo diciotto anni e la Prima guerra mondiale infuriava ancora.
Naturalmente il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti voleva che entrassi in
marina; ci avrebbe pensato lui a farmi ottenere una posizione 'adeguata'. Resterete sorpresi se vi dico
che non ne volli sapere? Mi arruolai nell'esercito. Non riesco a descrivere in modo compiuto il piacere
intenso che provai quando vidi l'espressione di totale repulsione sul suo viso mentre gli comunicavo la
'bella notizia' (andavo a fare la guerra per conto dello Zio Sam!).
Eccomi l, una recluta dell'esercito, senza dubbio destinato a un viaggio in Francia.
Non fu esattamente l'inizio del mio incubo-di-l-da-venire, ma di certo fu un buon avvio.
2
Il 16 aprile del 1917 gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania. Che cosa significhi una
dichiarazione di guerra non ne ho idea. Immagino significhi: Adesso ti spareremo addosso bombe e
pallottole, e ci aspettiamo lo stesso da te. Oppure: Tu non sei pi mio amico e con il presente atto
dichiaro che ti considero mio nemico. O altre sciocchezze del genere.
Il 7 giugno, Giornata nazionale del reclutamento, mi arruolai nell'esercito e alla fine divenni una
non-entit nel 111 Fanteria, 28a Divisione delle FAS (Forze Americane di Spedizione). Vi ho gi
riferito della reazione del caro vecchio pap quando seppe che avevo voltato le spalle alla marina degli
Stati Uniti. Dopo che lo ebbi informato, lui si chiuse in bagno per vomitare la provvista di bile di due
mesi (forse pi) alla spiacevole notizia.
In seguito, scoprii che la coscrizione si applicava a qualsiasi giovane patriota fra i 21 e i 31
anni. Perci avrei potuto aspettare. Gi, per privarmi del piacere di vedere la faccia disgustata del
capitano? No, lo feci proprio nel momento giusto. Cos magari rischiavo di rimanere ucciso prima. Ma
che importava? Tanto potevo perdere la vita comunque.
In luglio mi spedirono col treno (ero soltanto un pacco sballottato dalla padella nella brace) a
Camp Kearny, in California, dove si svolse l'addestramento: facevo un figurone con i vestiti spiegazzati
e il berretto da boy-scout, senza ghette, e per tre settimane in tuta. Poi, per altre sedici settimane,
appresi i segreti della guerra vera e propria, parte della quale era quella condotta in trincea. Il generale
Pershing non l'approvava... lui preferiva lo scontro diretto.
Mi scelsero come 'fuciliere'. Vista la carenza di forniture, usavamo fucili di legno; quelli veri ce
li davano solo quando si doveva sparare sul serio. Ci insegnarono anche l'operazione della baionetta. Io
giunsi alla conclusione che la vittima di un inserimento di baionetta richiedesse un'operazione. Ci
addestrarono anche nell'arte della mimetizzazione. Come se in trincea servisse a qualcosa.
Il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti sarebbe stato lieto di sapere che
nella mia compagnia non c'erano 'negri'. Venivano utilizzati esclusivamente in un reggimento isolato.
Pi tardi sarebbero stati del tutto integrati (e il capitano non sarebbe stato lieto di saperlo) nell'esercito
francese, avrebbero indossato elmetti francesi e utilizzato armi e forniture francesi. I neri che
rimanevano nelle FAS venivano impiegati in servizi prestigiosi come scavare le tombe e pelare le
cipolle.
Perch ci chiamavano 'ragazzi biscotto'? Mi spiegarono che i soldati in marcia nei deserti del
sudovest si ricoprivano di tanta e tale polvere impastata di sudore da far sembrare, loro e le loro divise,
che gli avessero passato sopra un manto di intonaco del colore dei biscotti non ancora cotti.
Probabilmente non era vero niente, ma era pur sempre una spiegazione come un'altra. I bottoni della
giubba che ricordavano i biscottini? Improbabile.
Il 7 dicembre del 1917 dichiararono (un'altra volta questa parola) guerra all'Austria-Ungheria.
Ormai non c'era pi modo di tirarsi indietro.
Venni spedito oltremare su una piccola nave di linea britannica. Dormivamo su uno dei ponti
inferiori, e gli ufficiali si prendevano le cuccette pi alte. Il cibo, a essere generosi, era disgustoso, e il
puzzo ancora peggiore, l'acqua appena potabile... Ci furono dei momenti in cui rimpiansi di non avere
accettato l'offerta del capitano di favorirmi. Quasi.
Ci vollero tredici giorni di vomito per arrivare a Brest. Da l, con lo stomaco fuori uso, ci
trasportarono sui 'quaranta e otto' francesi (vagoni che potevano trasportare quaranta uomini o otto
cavalli). In questo modo raggiungemmo il settore britannico e poi, a bordo di piccoli camion antiquati
pieni di spifferi, il fronte... Eufemismo per Zona della Morte. L ci tirammo su il morale a forza di
champagne francese di infima qualit: settanta centesimi per poco pi di un litro, prezzo che saliva a
cinque dollari quando la domanda eccedeva l'offerta... Forse i francesi si erano accorti che avevamo
pi soldi di quanti sapessimo di poterne spendere e non volevamo farci sparare con le tasche piene di
spiccioli. In ogni caso pagavamo quanto richiesto.
Cos, ai primi di dicembre del 1917 entrammo in trincea. Era cos che si diceva. 'Entrare in
trincea.' Come salire sul palcoscenico, o roba del genere. E in un certo senso era qualcosa di simile, ma
il problema era che si recitava l'atto unico di una tragedia farsesca nella quale eravamo i protagonisti.
Senza nessuna speranza di un lieto fine. E in teoria senza nessun attore che rimanesse a salutare il
pubblico. Fino alla stagione successiva, quando toccava a una nuova sfornata di attori salire sul palco e
recitare... o morire.
E dunque, fisicamente, mentalmente e militarmente impreparato, entrai in trincea.
3
Come posso descrivere la 'vita' nelle trincee durante la Prima guerra mondiale?
Storico-pastorale? Per citare Polonio: tragico-storico-pastorale? Pastorale-quello-che-vi-pare? Chi lo
sa? Non sono il Bardo di Avon. Sono Arthur Black. Forse Amleto + Macbeth + Re Lear + qualsiasi
altro fosco dramma messo per iscritto da Shakespeare. Peccato che non abbia scritto l'Inferno. Ci si
sarebbe avvicinato di pi.
Non ho intenzione di addentrarmi in particolari. Li conserver per servirmene pi avanti, nella
mia storia. Mi correggo: nel mio resoconto. Tutto quello che dir, a questo punto, : 'Perbacco, se ce la
siamo spassata!' Trascurando alcuni elementi minori. Topi a migliaia, per esempio. Gli sparavamo, li
abbattevamo con le pale e via dicendo. Ma non troppi, attenzione. Ci avvertivano di un bombardamento
imminente perch subito prima scomparivano.
A proposito di bombardamenti... Sono un altro elemento che per il momento preferisco
omettere. Il luogo in cui ci trovavamo era stato, cos mi dissero, pieno di fattorie e terreni lavorati,
subito artiglierizzati (un termine di mia invenzione) e trasformati in una foresta di tronchi d'albero
scheggiati.
La paura delle bombe.
Vedete, le esplosioni creano un vuoto, e quando l'aria ci si precipita dentro suscita un bel po' di
subbuglio nel liquido cerebro-spinale, che ha la tendenza a - come dirlo in modo discreto? - rendere il
soggetto scontroso. Nessun problema. I ragazzi biscotto scontrosi venivano rimossi dalla prima linea e
trattati con amorevole cura in una delle incantevoli stazioni climatiche di cui abbonda la campagna
francese. Pu sembrare un'esagerazione, e lo . Con le orecchie che sanguinavano, urlanti di dolore,
venivano allontanati dalla prima linea e probabilmente non l'avrebbero mai pi rivista.
Vedo che sto entrando nei dettagli. Me ne scuso. Solo un altro, gli attacchi all'alba da parte dei
rappresentanti della Triplice Alleanza: Germania, Austria-Ungheria, Lussemburgo. Erano avversari di
tutto rispetto, dal momento che avevano cominciato a preparare la guerra nove anni prima di tutti gli
altri. Ne parlavano fin dal 1888.
Ma adesso basta con i dettagli macabri, me li tengo per dopo. Ammiratori di Arthur Black,
abbiate pazienza e i vostri appetiti da dementi verranno soddisfatti, ve lo garantisco. Per il momento mi
limiter a informazioni pi tecniche. (Ammiratori di Arthur Black, potete anche saltare la parte che
segue). Ma se lo fate evocher il Grande Dio dell'Orrore perch vi succhi il midollo dalle ossa. State
attenti.
Andiamo avanti. La vita in trincea non era poi tutto questo spasso, perbacco! Tutt'altro. In due
milioni giungemmo in Francia, in meno di duecentomila tornammo a casa. Vi fa scattare un
campanello? Mi ci volle un bel po' di tempo per liberarmi del tormento dei ricordi.
La trincea in cui mi trovavo era profonda un metro e mezzo e al di sopra c'era quasi un altro
metro di sacchetti di sabbia. Meno male che era una trincea angloamericana. Mi era stato detto che
quelle americane erano profonde solo un metro e venti, insufficienti a proteggere la testa dal fuoco
nemico. C'era anche una scaletta che permetteva ai pi coraggiosi di noi di salire e sparare agli
ungheresi o lanciare bombe a mano. In questo eravamo bravissimi, perch quasi tutti giocatori di
baseball. Beccato in pieno, signor Mangiapatate, e tanti saluti. Almeno quella era la mia fantasia da
Arthur Black.
I britannici, che la sapevano pi lunga, affrontavano la vita in trincea con molto pi impegno.
Erano maestri in fatto di bombe a mano, mitragliatrici e mortai. E non si stancavano mai di ricordarci
che lo erano anche i tedeschi. Meglio cos. Se non fosse stato per loro adesso vi ritrovereste a leggere
un libro composto da pagine bianche. Niente a mezzanotte, di Arthur Black.
Camminare verso Harold Lightfoot, quel pomeriggio, mi cambi la vita.
Ho detto camminare. Sarebbe pi appropriato dire 'sguazzare', visto che sul fondo della trincea
c'erano dieci centimetri di fango. Era domenica pomeriggio. O i tedeschi rispettavano la festivit o
erano temporaneamente a corto di munizioni.
Fosse come fosse, schizzai questa fanghiglia marrone e vischiosa sulle gambe e sul grembo del
giovanotto che se ne stava seduto a pulire un'arma di qualche genere senza che io lo avessi notato. Dico
'di qualche genere' perch, tutta imbrattata di fango com'era, non si riusciva a capire che razza di arma
fosse, se non che era lunga come un fucile e sporca in modo osceno. 'Occhio a dove metti i piedi, t.d.c.'
furono le parole con cui mi apostrof quel giovanotto piuttosto grassottello.
Mi dispiace fu la mia replica immediata.
Be', ti deve dispiacere maledettamente incalz lui. Pulire questo schioppo non  una
passeggiata, lo sai.
Non ero sicuro di aver capito bene. Schioppo? ripetei. In una trincea francese? Un soldato
inglese?
S, schioppo mi rispose seccamente. Ti sconvolge?
No, io... Mi impappinai di nuovo. Tutto ci che riuscii a dire, aggiungendo una parola, fu:
Mi dispiace davvero. Mi sforzai di sorridere meglio che potevo. Non mi ero accorto... Indicai il
pavimento della trincea. Il fango.  cos profondo.
La mia scusa ripetuta e, immagino, il mio sorriso, ottennero l'effetto voluto, ruppero il ghiaccio
e calmarono quell'individuo offeso, chiunque fosse. Bene, tutto a posto disse. E sorrise a sua volta, il
sorriso pi dolce che avessi mai visto dopo quello di Veronica. Mi incant. Allungai la mano. Alex
White dissi.
Lui allung la sua. La mano pi piccola che avessi mai visto dopo quella di Veronica. Ma forte.
Aveva una stretta ferrea. Harold Lightfoot disse. Per poco non scoppiai a ridere, mi trattenni a fatica.
Lightfoot? Il nome pi strano che avessi mai sentito dopo... Dopo quale? Il capitano Bradford Smith
White della marina degli Stati Uniti? No. Pap era la persona pi strana. Quasi. Tenete duro.
Allora, che combinavi, Alex? mi domand. Andavi a spasso? Ti godevi il panorama?
Risi un poco. Si esprimeva anche in un modo che mi metteva a mio agio. No risposi.
Cercavo solo di sgranchirmi le gambe, credo.
C' una pace da santi disse, come se mi avesse letto nel pensiero. Decisi che doveva essere
cos.
Forse i tedeschi stanno pregando dissi.
Lui ridacchi. Potrebbe essere convenne. Ma pregando per che cosa?
Per la nostra distruzione, naturalmente risposi.
Ridacchi di nuovo, stavolta in modo pi volubile. Ci puoi proprio scommettere. Tir su col
naso e indic la cassetta di legno sulla quale sedeva. Vuoi farmi compagnia, Whitehead?
White lo corressi. Grazie. Sedetti accanto a lui sulla cassetta. Molto generoso.
Oh, stronzate disse. Di nuovo quel modo di esprimersi. (Sorrisi - debolmente - come se avessi
capito). Un po' di compagnia non mi dispiace. Non conosco una fottuta parola di francese. E quanto ai
Tommy, sono tutti S.S.R. Mi guard in faccia e continu. Scusa, S.S.R. significa Solenne Spazzatura
del Re. Soldati disgustosi. Afferrato?
Afferrato dissi sorridendo.
Questo provoc un nuovo sorriso. Assolutamente incantevole.
Felice di sentirlo disse.
E t.d.c? gli chiesi.
Sembr imbarazzato. Brutto idiota rispose.
Vuoi dire... tesata di cazzo? azzardai.
Qualcosa del genere, Whitehead ammise.
White.
Oh, gi. Mi sono sbagliato di nuovo. Quel sorriso. Poteva tranquillamente garantirgli il
perdono del peggiore dei crimini.
Prima di continuare, lasciate che vi spieghi (in parte) il mio commento iniziale quando ho
parlato "di Harold Lightfoot, a proposito del fatto che mi abbia cambiato la vita. Lo fece. In gran parte
in meglio. Non proprio del tutto, come - per citare Arthur Black - 'fra poco scoprirete, auspicabilmente
per la vostra edificazione, pi probabilmente per la vostra...' be', lasciamo perdere. Non voglio
spaventarvi cos presto. Diciamo semplicemente che s, in modo inequivocabile, Harold Lightfoot mi
cambi la vita.
Sei uno yankee disse Harold Lightfoot. Di dove? Gli dissi che ero di Brooklyn, New York,
e lui si lanci subito in una dettagliata conferenza informandomi del fatto che naturalmente in
Inghilterra c'era una citt chiamata York. Poich nel nuovo mondo si erano stabiliti soltanto immigrati
inglesi (secondo Harold) avevano chiamato quella citt New York (il corsivo  suo), e poi da Jersey era
venuto New Jersey, da Hampshire New Hampshire, e tutto il territorio era diventato New England.
Stava giusto concludendo la sua conferenza quando i tedeschi, che avevano completato
l'osservanza della festivit, oppure avevano ricevuto una nuova provvista di munizioni, scaricarono
qualche decina di bombe a mano sulle nostre trincee, alcune delle quali caddero proprio dove ci
trovavamo noi. Scegliendo la prudenza in luogo di un probabile smembramento, Harold Lightfoot (il
suo rapido movimento conferm il cognome) e io ci ritirammo in tutta fretta in quella che avevamo
definito 'la caverna', sul retro della trincea, dove dormimmo, cucinammo il nostro manicaretto preferito,
uno spezzatino con 'carne di scimmia' (manzo di cattiva qualit) e ogni altro tipo di genere alimentare a
disposizione che non fosse velenoso, mangiammo la sbobba (mai parola fu pi adatta), dormimmo di
nuovo e facemmo i nostri soliti sogni inutili. L Harold Lightfoot e io ci rifugiammo mentre il mondo ci
esplodeva intorno.
4
Da quel momento la mia amicizia con Harold Lightfoot si bas su: uno, interpretazione del
linguaggio, e due, informazione militare in genere. Segue qualche esempio.
Uno.
E 'gli asini possono volare' significava: Gi, proprio cos (sarcasmo).
'Ci ha fatto il contropelo' significava:  caduta proprio vicina (usata perlopi quando le bombe
di mortaio ci sfioravano).
'Facile come baciarti la mano' significava: Facile come bere un bicchier d'acqua.
Due.
Ritirarono i nostri fucili Springfield del 1903, calibro 30, a effetto Mauser e li sostituirono con i
Lee-Enfield P17 a caricatore ridotto, calibro 30-06. (Come facesse Harold a ricordare tutti questi
particolari mi stupisce ancora.)
Le bombe a mano si attivano nel modo seguente: 1, sfilare il 'cucchiaino' (la linguetta
metallica), 1a, tenere fermo il cucchiaino fino a quando non si  pronti a: 2, lanciare la bomba
(preferibilmente contro il nemico) che poi esploder, scagliando schegge a una distanza di venticinque
metri. (Il passo 1a era essenziale, come sottoline Harold.)
Baionette? Dimenticatele. Un fucile con una baionetta innestata peserebbe troppo. Fistole
calibro 45? Solo per gli ufficiali e i sottufficiali anziani. Schioppi? Chiesi ad Harold. Lui mi disse di
averlo avuto tramite uno scambio. Lo schioppo veniva chiamato scopa da trincea (pensateci). I tedeschi
contestavano il suo utilizzo, perch violava le regole della guerra. Io mi sono sempre chiesto che razza
di strane persone abbiano inventato queste regole, che avrebbero dovuto essere 'statevene a casa e
lasciate in pace gli altri'.
Attenzione al gas che ristagna nelle buche provocate dalle bombe. L'avvelenamento da arsenico
era un sottoprodotto dell'esplosione delle granate a gas. Simile a soda caustica, divora i testicoli di
chiunque si sia rifugiato in quella particolare buca. Per non parlare della deturpazione sulla faccia.
Tenetevi alla larga dai bordelli. La sifilide e la gonorrea (l'ho scritto bene? Ho sempre qualche
dubbio) potrebbero diminuire le vostre capacit di combattere.
E dimenticatevi ci che l'esercito vi ha insegnato in fatto di mimetizzazione. In una trincea?
Un nuvoloso pomeriggio prima di un altro attacco di terra, Harold menzion Gatford. Si sentiva
fatalista, immagino. O forse no. In ogni caso menzion Gatford cominciando con: Chiss se riuscir
mai a tornare a casa.
Dov' casa tua? gli chiesi.
A Gatford rispose.
Dove si trova?gli chiesi.
 un paese nel nord dell'Inghilterra mi disse Harold.
 carino?
 grandioso rispose Harold. Non aveva mai usato prima quella parola. Anzi, no. Una volta,
riferendosi alle grosse dimensioni dei seni di una donna. Ma in questo caso lo disse con assai maggior
partecipazione.
Allora ti manca dissi.
A chi non mancherebbe?  grandioso. E due. Ne dedussi che quel posto gli piaceva molto.
Gatford ripetei.
Gatford ripet lui.
E secondo te  grandioso.
Harold aggrott la fronte. Mi stai prendendo in giro? disse.
No, per niente risposi, sentendomi in colpa per il solo fatto che lo avesse pensato. Io non
direi mai che Brooklyn  grandiosa.
 vero disse Harold con quel sorriso. Ammiravo quel sorriso.
Parlamene dissi.
Come mi raccont, Gatford si trovava nella parte settentrionale dell'Inghilterra, una cinquantina
di chilometri a sudest di... No, non credo che vi riveler dove si trova. Magari vi verrebbe voglia di
andarci e sarebbe una pessima idea... per un buon numero di motivi che vi elencher ben presto. Per il
momento vi basti sapere che Gatford si trova una cinquantina di chilometri a sudest di... E non pensate
che conoscerne il nome possa rendervi pi facile localizzarla. Non  cos. Se Harold non mi avesse
fornito precise istruzioni, non l'avrei mai trovata. Nemmeno voi. E Harold non c' pi.
Che c'era di tanto grandioso in Gatford? Harold tent di spiegarmelo, ma senza troppo successo.
Continuava a ripetere 'grandioso'. I giardini, le villette rustiche, le botteghe, la... Insomma, l'intero
territorio era grandioso (anche se un po' diverso). Ma non mi spieg mai perch.
Cos ottenni poche, anche se dettagliate informazioni sul paese natale di Harold Lightfoot:
l'unica cosa certa, come continuava a ripetere, era che fosse grandioso. Per un po', prima che
intervenisse il buon senso, ebbi la sensazione che Gatford lo avesse in qualche modo ipnotizzato,
costringendolo a descriverla con una sola parola. Poi lasciai perdere quella sensazione. Il capitano
Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti mi aveva sradicato ogni fantasticheria dalla psiche.
Cambiava tutto. Come scoprirete, auspicabilmente per la vostra edificazione, pi probabilmente per la
vostra... Be', lo avete gi sentito. Stile Arthur Black.
In ogni caso Gatford mi si inculc nella mente come una qualche grandiosit non meglio
identificata nel nord dell'Inghilterra. La mancanza di determinazione del luogo non mi turbo pi di
tanto, dal momento che non avevo nessuna intenzione di andarci.
Cos passarono le settimane, e la mia amicizia con Harold Lightfoot divenne pi profonda e pi
salda.
Il pomeriggio in cui rimase ucciso stavamo discutendo - inframmezzando la nostra
conversazione con frettolose ritirate nella caverna pi vicina per evitare gli effetti deleteri delle bombe
di mortaio che esplodevano - dell'utilizzazione dello schioppo. Questa volta la mia curiosit non era
rivolta alle conseguenze di un colpo di schioppo. Ne ero stato testimone oculare, lo spettacolo mi aveva
fatto venire la nausea, e implicitamente le avevo capite. Invece ero incuriosito dalla meccanica di
quello scambio. Come aveva fatto Harold a procurarsi lo schioppo? Come lo aveva pagato?
Harold prefer non rivelare l'identit di quel trafficante delle trincee. Non era una buona idea, mi
fece capire. Se si fosse venuto a sapere chi era il mercante, poteva essere arrestato e probabilmente
mandato sotto corte marziale. Ma a me non importava. Io ero interessato soltanto al sistema di
pagamento. Soldi? Non credevo che i soldati inglesi ne guadagnassero cos tanti, a meno di essere
ufficiali superiori. Un baratto? Con che cosa?
Fu a questo punto che Harold, forse un po' a disagio per essersi rifiutato di rivelare chi gli
avesse procurato lo schioppo, mi rivel quello che aveva usato per acquistare l'arma in questione. Oro,
mi disse.
Dove lo hai trovato, l'oro? gli chiesi.
Mi  stato mandato rispose.
Chi? domandai. O forse 'da chi', ho sempre di questi dubbi.
Lui esit. Gli domandai perch. C'era forse qualche crimine di mezzo?
Era come se mi avesse letto nella mente. Non l'ho rubato, Alex mi disse.
E allora...? Ancora mi suonava tutto molto misterioso.
Me l'ha mandato la mia famiglia rispose dopo un'altra considerevole esitazione.
Dici sul serio? esclamai, impressionato. Adesso non ero pi semplicemente insospettito, ero
proprio curioso. Possiedono una miniera d'oro?
No. Adesso rise, ma a denti stretti. Solo che... Un'altra esitazione, come se temesse di
nuovo di spingersi troppo in l. Sanno dove procurarselo disse.
E cio?, mi domandai. Ma decisi di non incalzarlo ulteriormente su quell'argomento. Di che si
tratta? Monete? gli chiesi.
Harold rise di nuovo, stavolta spontaneamente. No, una pepita intera.
Una pepita intera ripetei.
Lui annu, sorridendo. Quanto grossa? gli domandai.
Quanto la tua testa rispose, guardandomi dritto in faccia. Sapevo che mi stava prendendo in
giro e lasciai perdere. In effetti non erano affari miei. Avrei voluto saperne di pi, ma ovviamente
Harold non aveva voglia di parlarne. Il perch lo avrei scoperto pi tardi.
Fu in quel momento che le bombe a mano cominciarono a cadere nel nostro settore della
trincea. La prima esplose quasi senza arrecare danni, sepolta sotto il fango, e prima ancora che
esplodesse la seconda, Harold e io ci eravamo gi nascosti nella nostra parte della caverna.
Avrei dovuto capire quello che succedeva quando Harold grugn e si pieg accanto a me. Non 
motivo di discolpa per me affermare che non mi ero reso conto, che non potevo concepire l'idea che
uno di noi due potesse morire. Non io, non Harold. Eravamo invincibili.
Non lo eravamo, naturalmente. Pensavo che la cessazione del lancio di bombe fosse la fine del
problema, in quel momento. Come potevo capire... anzi, come ho fatto a non capire che la ferita di
Harold era mortale?
La prima comprensione della verit mi colp come un pugno quando lo vidi sdraiato sulla
schiena nella trincea, con una smorfia di agonia sul volto paffuto, i denti serrati, le guance incavate, gli
occhi semichiusi che fissavano il vuoto. Harold dissi (quella voce gracchiante da soprano era
davvero la mia?). Strisciai verso di lui.
Due degli altri Tommy cercarono di sollevarlo. No, non fatelo! ansim lui. Sul momento non
capii perch. Sto meglio cos aggiunse. Almeno questo mi sembr di capire, poich la sua voce era
praticamente incomprensibile. Perch? ricordo di avergli chiesto... e mentre lo dicevo mi sentii uno
stupido. Perch... rispose lui, farfugliando, e poi mi sembra di averlo sentito aggiungere: Mi
usciranno fuori gli intestini. Se davvero lo abbia detto  un altro degli eterni dubbi della mia vita.
Comunque era la verit. Pochi minuti dopo, quando un medico cerc di rigirarlo, Harold url di dolore
e per un attimo straziante ebbi davanti agli occhi la sua ferita. Si vedevano solo ossa frantumate e
interiora lacere e sanguinanti. Quella visione mi accompagna ancora oggi.
Harold pronunci il mio nome e io mi chinai su di lui, con un velo continuo di lacrime che mi
impediva di vedere bene la sua faccia.
Come riuscisse a sorridere nel bel mezzo di quella situazione atroce non lo capii allora e non lo
capisco nemmeno oggi. Per sorrise. Quel sorriso assolutamente incantevole. Anche con il sangue che
gli scolava dalle labbra.
Ascoltami riusc a dire. Quando vai a Gatford... Andare a Gatford? Non mi era mai
nemmeno passato per la testa. Tuttavia non me la sentivo di tradirlo quando la sua vita si stava ormai
spegnendo e la morte stava per ghermirlo. Tu andrai l mi disse, quasi avesse intuito i miei dubbi.
Va bene dissi. Non avevo intenzione di farlo, ma il mio amico Harold stava morendo.
Dovevo forse aggiungere una sofferenza psichica al suo tormento fisico? Mai e poi mai.
Quando lo farai farfugli mentre muoveva la testa per indicarmi di andargli pi vicino. Lo
feci e lui mi disse in un orecchio: Prendi il mio oro e vendilo. Comprati una villetta, solo evita... di
mezzo... La parte finale della frase fu smozzicata, e lasciata a met. Subito dopo sembr annegare in
un profondo respiro liquido che gli riemp la bocca di sangue. Mentre soffocava cominci a tossire.
Feci per chiamare il medico, ma la sua mano destra mi afferr la manica; dove abbia trovato la forza
per farlo  un altro dei misteri senza risposta. Mi tir gi, verso le labbra insanguinate. In fondo alla
mia sacca da viaggio disse. Le ultime parole della sua vita, ma chiarissime.
Dovetti far forza sulle sue dita morte per liberare la manica. Poi piansi come un bambino: non
semplici lacrime, ma un pianto dirotto e singhiozzante. Mi era tornata alla mente Veronica. Mi rialzai a
fatica, cadendo due volte, e mi allontanai barcollando dal cadavere di Harold. Solo in quel momento mi
accorsi - la dimostrazione lampante di quanto la morte di Harold mi avesse colpito - che la stessa
esplosione che aveva ucciso il mio amico mi aveva squarciato la coscia e il fianco, inzuppandomi i
calzoni di sangue. Non svenni subito, ma poco dopo... e ripresi i sensi in un ospedale da campo. Be',
tanti saluti alla mia pepita d'oro, fu il primo pensiero irriverente che mi pass per il cervello al
risveglio.
Il che ci porta alla terra incognita dei giorni successivi. Non tornai pi alla trincea per frugare
nella sacca di Harold, ma in fondo alla mia trovai una pepita d'oro grossa come un'arancia. Come vi ho
gi detto, adesso ho ottantadue anni, e negli ultimi sessantaquattro non ho trovato risposta a questo
enigma.
C'era un'altra domanda (fra le tante) che mi assillava. Evitare il 'mezzo' di che cosa?
Cos si concluse la mia amicizia con Harold Lightfoot.
Credevo.
Credevo anche che non mi sarei mai convinto a far rotta (cos si era espresso Harold) per
Gatford, n per una semplice visita n per stabilirmici. Era passato troppo poco tempo dalla sua orribile
morte ed ero sicuro (se mai avessi preso in considerazione l'idea di andarci) che mi sarebbe
costantemente tornato alla mente il ricordo e la visione della sua schiena squarciata... le ossa bianche e
frantumate, il massacro dei suoi organi ridotti a carne tritata, la pozzanghera di sangue e liquidi che
ricopriva il tutto. Visitare Gatford con un rischio del genere? Mai.
Nella mia vita, 'mai' sembra essere sempre stato un elemento del mio lessico destinato a
dissolversi. Adesso mi rendo conto che al suo posto sarebbe stato meglio dire 'be', chi diavolo lo sa?'.
Perch chi diavolo sapeva che il 1918 era destinato ad alterare il corso degli eventi che controllavano la
mia esistenza? Non sono un ammiratore passivo dell'osservazione astrologica, ma per lungo tempo ho
messo da parte il mio scetticismo verso quello che comunemente si definisce 'destino'. Il destino
sembrava ben deciso a trasferire le mie ossa a Gatford.
In che modo?
Punto uno: la morte di mia sorella nel 1918 a causa dell'influenza. Come sapete, mi era
particolarmente cara. La sua assenza sulla scena familiare creava un vuoto impossibile da riempire.
Punto due: la scomparsa di mia madre nello stesso anno, che creava un ulteriore vuoto. 
importante sapere che la causa non fu l'influenza? La causa fu...
Punto tre: il capitano Bradford Smith White, della marina degli Stati Uniti. C'era proprio
bisogno dell'influenza quando si aveva a disposizione un bel panorama di orrori coniugali con il buon
capitano? La consapevolezza di questo fatto gi esasperante di per s venne impreziosita, nello stesso
anno, da un invito da parte di Rasputin, della marina degli Stati Uniti. Adesso che avevo pagato a caro
prezzo la scelta sbagliata di arruolarmi nelle forze di spedizione alleate, lui voleva chiudere un occhio
sulla mia stupidit e sistemarmi nella posizione di non combattente all'interno della marina.
Bast questo. All'improvviso Gatford mi sembr pi allettante. Lo sarebbe sembrato l'inferno
stesso. Nell'aprile del 1918, quando venni dimesso dall'ospedale ed esentato da ogni incombenza
militare per inabilit fisica, mi organizzai per trovare Gatford.
Cosa non facile. Non si trovava nell'Inghilterra settentrionale, ma in quella centrale... Il primo
modo in cui Harold aveva truccato le carte. Intendeva dire che dovevo evitare il centro
dell'Inghilterra... del tutto? Come ho gi detto, chi diavolo lo sa? Ma non mi diedi per vinto, seguendo
le controistruzioni che mi aveva fornito per localizzare Gatford. Mi ci vollero tre settimane per trovarla.
In pi di un momento fui l l per arrendermi. Ma il ricordo - e l'evocazione mentale dei tre punti a
favore del no - mi diedero la forza di continuare. E una mattina ventosa e piena di sole del maggio 1918
riuscii a trovare la citt natale di Harold. Dopo aver fatto alcuni passi a piedi dalla fermata dell'autobus
mi misi a sedere su una collinetta erbosa, in parte per dare sollievo al fianco e alla gamba destra, dove
la bomba mi aveva ferito, che mi dolevano ancora, ma soprattutto per dare un'occhiata a Gatford.
Seconda parte
5
Harold aveva ragione. Gatford era davvero grandiosa. Me ne convinsi alla prima occhiata. Ero
giunto in cima a una collina che dominava... che cosa? Una vista che nessuna immagine in Technicolor
potrebbe eguagliare, tanto meno sorpassare. Colori vividi... il verde brillante del manto erboso, pi
intenso nel fogliame di antichi alberi dai rami ricurvi e nella lontana catena di montagne sormontate da
un cielo di un viola pallido, quasi etereo. E proprio nel mezzo di questa scena celestiale una incantevole
villetta rustica di pietra grigia con il tetto inclinato di mattoni d'ardesia, un comignolo coperto, due
finestre e quella che sembrava una porta aperta, pronta a dare il benvenuto.
Sotto di me c'era un piccolo recinto di pietra. Per una mucca?, mi domandai. Per una pecora, un
cavallo? Subito dietro c'era un piccolo boschetto formato da alberi simili a pini e da altri - forse grossi
cespugli - sormontati da una fitta corona di fiori giallo-arancio. Sullo sfondo di questo panorama
idilliaco scorreva placido un piccolo e stretto ruscello.  il paradiso, pensai. Un universo lontano da
Brooklyn, e lontanissimo dal capitano Bradford... Com'era il suo nome completo? Non me lo
ricordavo. O avevo scelto di non ricordarlo, mentre fissavo incantato quello spettacolo celestiale.
Ma subito alla mia attenzione si imposero diverse domande. Era quella la villetta che Harold mi
aveva detto di comprare? Era una coincidenza troppo grossa per accettarla. In ogni caso, era in vendita
o in affitto? E in tal caso come l'avrei pagata? La buonuscita ricevuta dall'esercito mi avrebbe
consentito di sopravvivere per qualche mese, o almeno cos immaginavo. Ma un acquisto? Con che
cosa, con la mia pepita d'oro? Difficile. Probabilmente valeva pi dell'intera villetta... se poi era in
vendita: chi mai si sarebbe privato di un posto cos incantevole? No, l'oro andava venduto, ma a chi?
Non ne avevo idea.
Cos rimasi l a contemplare, sognando a occhi aperti, per un bel po' di tempo. Fino a quando il
sole non cominci a tramontare e le ombre presero a strisciare sulla mia propriet (nella mia testa mi
apparteneva gi).
Solo in quel momento mi resi conto che avevo un gran bisogno di mangiare qualcosa e di
trovare un posto dove dormire prima che facesse notte. Mi alzai con una smorfia, come mi capitava
sempre quando esercitavo una pressione sulla gamba e sul fianco, e mi avviai nella direzione che
giudicavo portasse in citt.
Come sempre il mio istinto geografico si rivel del tutto fallace. Ma non me ne preoccupai, se
non per il fatto che la fame cresceva e la gamba mi dava sempre pi fastidio. Perch? Perch (anche se
qualsiasi ulteriore visione non poteva eguagliare la straordinaria bellezza della prima) mi ritrovai di
fronte, anzi mi abbandonai proprio, a un panorama praticamente infinito di propriet (almeno per me)
una pi bella dell'altra. Una villetta a mattoni con diverse sfumature di rosa la cui facciata era quasi del
tutto ricoperta da un immenso cespuglio di rose, con due finestre tripartite dai vetri a piombo al primo e
al secondo piano, una porta di legno grigio al piano terra e un tetto inclinato di mattoni marrone scuro.
Davanti alla villetta c'era una parata di fiori primaverili, gialli, arancioni, bianchi e rossi in diverse
gradazioni; due grossi cipressi si ergevano come robusti guardiani in prossimit della parte anteriore
del giardino e (non c'era da sorprendersi) completavano il tutto prati verdissimi e alberi di un verde pi
intenso. Non c'era nessun ruscello. Non serviva.
Poi un'altra villetta con il tetto a lastre d'ardesia, costruita con pietre dalla venatura screziata
fissate con un impasto di gesso e sabbia verde (questo mi venne spiegato in seguito, tanto perch non
pensiate che nutro velleit di architetto). Il disegno (anche questo mi venne detto pi tardi) era
squadrato, con le finestre equamente distribuite e una porta centrale, sormontata da un arco di rose,
mentre il resto della propriet era ricoperto da siepi, alberi e prati di un verde brillante. Un altro
capolavoro affascinante. In lontananza di nuovo il ruscello. Perfetto.
Uno splendore a mattoni rossi con il tetto pesantemente impeciato che giungeva quasi all'altezza
del terreno e con le finestre al secondo piano sormontate da tettucci di canne. Alle spalle, alberi enormi
dai rami intrecciati e dal fogliame foltissimo. Sul davanti una lunga fila di siepi, e al di l il prato color
verde mare. Pi lontano si vedeva appena il ruscello. Di nuovo perfetto.
Se me lo fossi potuto permettere avrei camminato (anzi, zoppicato) per tutto il giorno. In effetti
vidi molte pi villette di quante ne abbia descritte. Comunque avete capito come stavano le cose. Se
Gatford fosse stata una bellissima donna, me ne sarei perdutamente innamorato.
Qui il mio racconto si fa pi cupo.
L'accesso al paese - che alla fine raggiunsi nel bel mezzo del pomeriggio (era quello il 'mezzo'
dal quale Harold aveva detto di guardarmi?) - era al di l di un ponte che non aveva nulla del fascino
nel quale mi ero imbattuto mentre cercavo il paese. Anzi, quel ponte di pietra a tre campate aveva un
colore scuro, quasi nero. Le fiancate erano malridotte e piene di crepe, e la strada di terra battuta era
ingombra di erbacce. I due piloni affondati nel ruscello (che qui era pi largo) sembravano sul punto di
cedere. L'aspetto complessivo del ponte era di... come spiegarvelo? Se il ponte avesse potuto parlare,
avrebbe certamente detto: 'Non prenderti la briga di attraversarmi. Dall'altra parte non sei il benvenuto.'
E l'altra parte consisteva di due visioni, entrambe sinistre. Per prima cosa una distesa di erba giallastra
sulla quale erano posati due merli che sembravano statue in miniatura. Ma erano davvero statue, oppure
degli uccelli veri, immobili?
Erano veri, perch svolazzarono via (pigramente) non appena imboccai il ponte. Provai una
sensazione di disagio fisico mentre lo attraversavo? Probabilmente... l'aspetto del ponte era tale da
metterti 'fuori fase' come dicono dalle mie parti. Quale che fosse il motivo, mi sentii indubitabilmente
ansioso. Sensazione che non diminu quando giunsi dalla parte opposta per via della seconda visione,
quella che all'inizio poteva essere presa per una chiesa e in seguito si rivel una costruzione pi
complessa, minacciosa quanto lo era stata il ponte. La torretta: la facciata simile a quella di una chiesa e
le finestre arcuate erano tutte avvolte o incassate da blocchi di selce e calcare. Su ciascuno dei quattro
angoli del tetto ricoperto di pece c'era una torre. In cima a una di esse - e mi sembr quasi una cosa
beffarda - spiccava una croce di pietra. In cima alle altre tre c'erano le immagini in pietra di grandi
uccelli pronti a spiccare il volo. Non riuscivo a immaginare qualcuno che se ne stesse seduto in quella
costruzione gotica in cerca di Dio. Anzi, ai miei occhi (o agli occhi del mio alter ego Arthur Black, che
a diciotto anni era gi presente) sembrava proprio la scenografia ideale per uno dei romanzi che avrei
scritto in seguito, L'abbazia di mezzanotte.
Ne avevo abbastanza. Non avevo certo bisogno di una prima impressione che mi mettesse
paura. Avevo amato ogni cosa che avevo visto fino a quel momento. Perch lasciare che l'umore cupo e
oppressivo di Arthur Black mi rovinasse tutto il piacere? Non glielo avrei permesso. Proseguii.
Fu il primo di una serie di scontri fra Arthur Black e il mio ottimismo tenace. Chi pu dire chi
ne usc vittorioso? Fu una battaglia grandiosa. In ogni caso un conflitto senza piet. Perch pi vedevo
il paese e meno mi sentivo affascinato. L dove prima tutto era perfetto, adesso le villette sembravano
baracche, messe su alla bell'e meglio senza il minimo amore, certamente senza la minima cura. In fretta
e furia, a dirla tutta. Come se...
No, no, mi opposi. Arthur Black, vattene! Allora non lo chiamai per nome: non esisteva ancora.
Per dovetti lottare per allontanare quella reazione negativa. Oh, le cose andarono un po' meglio
quando raggiunsi quello che, ironicamente, immagino si potesse definire il centro di Gatford,
un'accozzaglia di casette rustiche appiccicate l'una all'altra, botteghe poco invitanti e vicoli angusti.
Non troppo meglio poi.
In uno dei vicoli mi imbattei nella Carrozza d'oro, un pub. Tutt'altro che affascinante, tutt'altro
che accogliente, per nulla degno del suo nome romantico. Ma pur sempre un pub, e io avevo sia fame
che sete. Cos entrai in cerca di ristoro. Lo trovai. Giudicate voi stessi da come vi descrivo ci che
avvenne.
Salve, soldato disse l'uomo dietro il bancone.
L'interno era cos poco illuminato che all'inizio non notai nemmeno la sua presenza: vidi pareti
di legno scuro, sedie e tavoli scuri e una piccola finestra.
Poi mi accorsi del barista, un uomo barbuto e corpulento con i capelli nerissimi che indossava
una camicia abbondante tutta chiazzata di rosso (non di sangue, mi augurai): le braccia e le mani erano
ricoperte da una notevole peluria. A dispetto del suo aspetto scimmiesco appariva abbastanza affabile.
Nuovo a Gatford?
Sissignore risposi.
Appena arrivato?
Stamattina disse.
Ah-ah annu il barista come se la mia risposta avesse qualche significato, poi aggiunse:
Come si chiama, amico?
Alex risposi. Alex White.
Alex White ripet lui. Un bel nome.
Grazie dissi.
Io sono Tom disse lui, allungando la mano destra.
Piacere di conoscerla dissi, esalando l'ultima parola mentre con la sua stretta vigorosa mi
frantumava le ossa. Almeno questa fu l'impressione.
Allora, in che cosa posso servirla, signor Whitehead? mi domand. Ges, eccone un altro che
storpia il mio cognome. Prima Harold, adesso Tom.
Birra risposi.
Mi spar i nomi di sette differenti marche. Risposi che per me una valeva l'altra e che mi desse
quella che secondo lui era la migliore. Mentre mi riempiva il bicchiere pensai bene di aprire la sacca
per tirar fuori la pepita d'oro.
Se avessi appoggiato sul bancone un ragno gigante pronto a pungere dubito che avrei provocato
in lui un balzo all'indietro pi grosso di quello che fece... cos violento che rovesci per met la mia
birra. Oh esclam.
Non riuscii a dissimulare la mia sorpresa. Che c'? domandai.
Le parole che pronunci dopo furono altrettanto sorprendenti. La metta via disse, anzi in
pratica me lo ordin.
Che c' che non va? gli chiesi, confuso.
 solo che... Fece una smorfia di rabbia... o forse di preoccupazione.
Mi corse un brivido lungo la schiena. Sembrava allarmato, quasi spaventato.
Tolsi la pepita d'oro dal bancone e me la infilai nella tasca della giacca. Non capisco dissi.
Come mai se la prende cos?
Come l'ha avuta? mi chiese, anzi mi ordin di nuovo.
Da un amico risposi.
Da un amico? Adesso sembrava come minimo scettico.
S dissi. Un soldato britannico.
Di nome Lightfoot? disse. Non era una domanda.
Adesso ero io a essere perplesso. S, Harold Lightfoot gli dissi. In Francia.
Perch gliel'ha data? volle sapere.
A questo punto cominciai a sentirmi irritato. Perch stava per morire dissi freddamente.
Per morire.
Proprio cos, per morire dissi.
Il barista mi fiss, poi disse: Harold Lightfoot.
S dissi. Adesso ero proprio arrabbiato. Ma poi qual  il problema?  solo un pezzo d'oro.
Lo so bene che  un pezzo d'oro, Whitehead disse. Cristo. Mi chiamo White, pensai! White!
E allora? gli domandai. Qual  il problema?
Il suo cambiamento di modi fu sconcertante quanto lo era stato il suo turbamento. Fece un
sorriso amichevole. Nessun problema disse. Non  che si vedono tanto spesso pepite grosse come
quella. Anzi, non si vedono quasi mai. Sorrise ancora. Mi scusi se l'ho messa a disagio. In qualche
modo sapevo che stava mentendo. Non era una semplice questione di vedere o non vedere mai pepite
d'oro cos grosse. C'era molto di pi. Ma che cosa?
La conversazione che segu - se mai si pu definire una conversazione - fu una semplice sfilza
di convenevoli. Da dove venivo? Com'era la vita in Francia? Avevo intenzione di trattenermi a
Gatford? Ben presto rinunciai a cercare una spiegazione per il suo atteggiamento allarmato in merito
alla pepita d'oro. Trasportai il mio boccale di birra e la sacca da viaggio attraverso la sala e mi sedetti a
un tavolo accanto alla finestra, dalla quale penetrava un po' della preziosa luce del giorno. Rimasi l
seduto a rimuginare su quello strano, direi minaccioso, incidente. Tirai fuori la pepita dalla tasca e la
esaminai. Un mistero dopo l'altro, pensai. Qual era la risposta?
6
Signor White disse la voce pacata. Facendomi sussultare.
Sollevai lo sguardo. In piedi accanto al tavolo c'era una figura indistinta.
S? dissi.
Posso sedermi? mi domand.
Visto che non si prese la briga di aspettare la mia risposta alla sua inutile domanda, non gliela
diedi. Mi limitai a guardarlo mentre si accomodava di fronte a me. Notai che era anziano, magro, con
un'espressione composta. In seguito mi resi conto che quell'espressione composta non denotava tanto
una pace della mente quanto una sedazione permanente: viveva di farmaci.
Mi chiamo Brean mi disse. Michael Brean. Protese la mano destra, pronto a stringere la
mia. Capii che non potevo ignorare il gesto, cos gliela strinsi. Salve dissi.
Salve a lei, signor White rispose lui. E proprio mentre mi stavo domandando come facesse a
conoscere il mio nome, aggiunse: Ho origliato il suo discorso con Tom. Discorso, ripetei fra me e
me. Ma lo era stato davvero?
Seguirono alcuni momenti di silenzio. Poi lui aggiunse: A proposito del suo oro.
Ah-ah, pensai. Un sospetto? Probabilmente s.
Posso vederlo? mi chiese. In quel preciso momento la luce del tramonto riusc a farsi strada
attraverso la finestra sporca alterando la sua aria cos composta e trasformandola in... be', direi
un'espressione minacciosa, o quasi.
Ecco, non saprei mi sentii dire. Fu una risposta impulsiva, senza pensare.
La prego disse lui. Sono l'unico gioielliere di Gatford.
Mi chiesi se questo significasse qualcosa. Poi l'avidit ebbe la meglio sul sospetto, come
avrebbe potuto scrivere Shakespeare. Era davvero intenzionato ad acquistare la pepita d'oro? La
appoggiai sul tavolo di fronte a lui. Mi dica che ne pensa gli dissi.
Me lo immaginai, o si lecc davvero il labbro superiore e addirittura snud i denti? Devo averlo
solo immaginato. Un'altra precoce testimonianza dello spauracchio di Arthur Black. O forse successe
davvero. Alla luce degli eventi successivi poteva essere cos. Ma lasciamo perdere, per il momento.
Quello che so per certo  che il signor Brean esamin la pepita d'oro con un'espressione di cupidigia. Il
respiro che emise fu tirato, quasi sofferto. E la rapidit con cui tir fuori dalla tasca gli occhiali and
ben oltre la mia immaginazione.
Esamin la pepita per parecchi minuti (ma a me sembrarono interminabili) prima di dire, con
una voce calmissima (e me ne resi conto solo pi tardi): S,  oro. Oro purissimo.
Le interesserebbe acquistarlo? gli chiesi immediatamente, avidamente, ovviamente.
Lui mi squadr a occhi socchiusi. Adesso sospettava di me? Ero forse un ladro? Avevo
trafugato l'oro? O, pi probabilmente, lo avevo trovato per strada e non avevo fatto nessun tentativo per
rintracciare il proprietario? Tutto leggibile nella sua espressione contegnosa, ma interrogativa.
A quel punto mi disse: Be', parliamone.
Provai una stretta allo stomaco. Non aveva nessuna intenzione di fare un'offerta. Niente del
genere.
Certo dissi. Poi aggiunsi, di nuovo sospettoso: Per so che deve avere un certo valore.
Oh, non c' dubbio disse lui, apparentemente d'accordo.
Allora mi sentii meglio, anche se una parte di me mi ammoniva a tenere gli occhi aperti. Non
con troppa convinzione, per. In sostanza ero pi che disposto a concludere affari con lui.
Lo ha avuto... dove? mi domand il vecchio.
In Francia, da un soldato mio amico risposi.
Lightfoot. Fece un gesto di conferma con la testa.
S.
E lui come lo aveva avuto? mi chiese.
Dalla sua famiglia risposi.
Ah. L'uomo annu di nuovo. La sua famiglia. Non mi piacque il modo in cui lo disse.
La conversazione - o, come potete sospettare, l'interrogatorio - and avanti per un po'. Mi chiese
se sapevo che gli antichi egizi erano ossessionati dall'oro (per giustificare il suo stesso, evidente
interesse?). I faraoni venivano sepolti in bare d'oro, e l'oro veniva chiamato 'la carne degli di'. Anche
se aveva un uso pratico piuttosto ridotto (diede per scontato che lo sapessi), aveva sempre avuto un
fascino magico agli occhi degli uomini, e palesemente anche ai suoi.
Pian piano i miei sospetti persero consistenza. Non sulla pepita d'oro, anzi la mia curiosit sulla
sua provenienza non fece che crescere. No, i miei sospetti sul signor Brean. Divenne ovvio che era
interessato all'oro, che lo considerava un ambito prodotto di madre natura. Per dirla in parole semplici
aveva intenzione di acquistarlo, pagandolo anche bene.
Glielo vendetti a un buon prezzo... cento sterline, per la precisione. Sapevo che doveva valere
molto di pi, e lo sapeva anche lui. Di conseguenza il signor Faccia Contegnosa accett, attraverso un
contratto scritto (insistei su questo, e credo di essere stato piuttosto perspicace nel farlo), che se la
pepita d'oro avesse prodotto un utile maggiore presso l'emporio cittadino (del quale non fece il nome)
con cui commerciava, lo avrebbe diviso con me. Come la cosa and a finire - in modo orrendo, posso
gi accennarlo - ve lo riveler in seguito. L'ennesimo mistero.
E cos l'accordo venne consumato, come dicono nei circoli commerciali. Accompagnai il signor
Brean (contrariamente al consiglio del barista Tom, che mi sugger di gettare 'quel dannato pezzo d'oro'
nel lago pi vicino e di dimenticarmene) nel suo ufficio, che poi era anche casa sua, una villetta
visibilmente di grande valore. L mi diede i contanti che aveva a disposizione (cinquantasette sterline e
spiccioli) e mi firm un pagher per la somma rimanente. Si fece beffe pi volte del sinistro
ammonimento di Tom. Questa gente  ossessionata dalle superstizioni mi disse. Ancora ossessioni,
pensai. Sembrava ossessionato dalla stessa parola.
Cos concludemmo il nostro accordo. Il signor Brean mi accompagn alla Locanda Gateford
(pi tardi venni a sapere che Gateford era il nome originario della comunit). L presi una camera - a
quanto pare ero l'unico cliente consumai un pasto nella sala da pranzo, del tutto vuota, mi ritirai in
camera e mi addormentai quasi subito.
Solo per ritrovarmi in un orribile incubo. Nel quale partecipavo a un doppio funerale... quello
di mia madre e di mia sorella. L'elemento spaventoso fu che il buon (cattivo) capitano mi incroci sulla
porta, mi trascin lontano dagli altri intervenuti, chiunque fossero (non ne conoscevo nemmeno uno) e
mi inform che il quartier generale della marina aveva deciso di pagare solo una parte dei costi del
servizio funebre e dunque... be', ci aveva pensato lui.
Ci aveva pensato proprio bene. Mia madre e Veronica erano sdraiate all'interno di scatole di
cartone consunte e piene di macchie, e tutte e due indossavano delle camicie da notte lacere e
infangate. Peggio ancora, nessuna delle due era stata curata e pulita. I capelli erano aggrovigliati e
spettinati, e la faccia era rimasta quella che avevano quando erano morte: grigia e contorta, con i denti
esposti sotto le labbra nere e ritratte.
Come diavolo hai potuto fare questo? urlai a mio padre. Sei impazzito?
Gi, proprio cos. Lui mi sorrise, quel suo maledetto, freddo sorriso di superiorit. Che ne
sai? mi chiese.
 mostruoso! gridai. Mostruoso!
Ancora quel sorriso esasperante. Che ne sai? mi chiese di nuovo. E fu allora che mi risvegliai
sudato e tremante in un groviglio di lenzuola e coperte. Che Dio ti maledica! farfugliai come se fosse
veramente successo. Rimasi l sdraiato fino a che non smisi di tremare. E seppi in quel momento che
non sarei pi tornato a casa. Casa, pensai con un disprezzo omicida. Non lo era pi. Sarei rimasto a
Gattoni. Se fossi tornato a Brooklyn, lo avrei ucciso. No, sarei rimasto a Gatford.
Allora non sapevo che era un errore.
7
La villetta che presi in affitto assomigliava a un bunker nazista. Stavo per scrivere mi ricordava,
ma naturalmente sarebbe inappropriato. Non potevo in alcun modo ricordare una struttura in uso nella
Seconda guerra mondiale. Ricordate che sto scrivendo questo nel 1982, perci posso affermare
impunemente che assomigliava a un bunker nazista di cemento (o era di calcestruzzo?). Non che poi
abbia molta importanza. Restate con me. Ho ottantadue anni e ho la tendenza a divagare, ma vi
garantisco che la roba strana arriver. Parola d'onore dell'egregio signor Arthur Black.
Ma torniamo alla villetta che avevo affittato. Ricordava... Scusate, stavo scherzando. Si trovava
alla periferia del paese e non era poi cos bella, con il (poco) terreno tutto pieno di erbacce e di felci
enormi che formavano dei cespugli, uno dei quali ricordava (no, non un bunker nazista) una lucertola in
posizione aggressiva. Aveva anche un occhio giallo, un fiore appena sbocciato.
Quanto al resto non c' molto di cui vantarsi, anzi pochissimo. Mura massicce di granito piene
di protuberanze, una finestra incassata, una soglia anonima con una porta sbilenca, un piano solo con
un soffitto fatto di tavole a formare quello che immagino si potrebbe definire un primo piano. In realt
era solo una specie di soffitta e serviva per tenerci il fieno. Ci si arrivava attraverso una scala, ed era un
ambiente buio e povero d'aria. E sarebbe stata la mia camera da letto, pensai, anche se non era
abbastanza spaziosa perch ci entrasse un letto. Avrei dormito su un pagliericcio. Tuttavia devo
aggiungere che non avevo poi troppi motivi per lamentarmi, dal momento che l'affitto era di una
sterlina e mezza al mese. E almeno il tetto a mattoni, molto inclinato e pieno di pece, sembrava a posto.
E invece il tetto a mattoni, molto inclinato e pieno di pece, sgocciolava come un rubinetto rotto.
Mi svegliai a met della mia prima notte nella Villetta della serenit (sono convinto che quel nome sia
stato inventato da qualche burlone in vena di ironia) quasi alla deriva sul mio pagliericcio, con i vestiti
pronti a essere appesi sul filo per stendere i panni.
Di pessimo umore arrancai, volutamente con ancora indosso gli abiti inzuppati, verso la fattoria
del mio padrone di casa. Il quale manifest una profonda sorpresa nel vedermi conciato cos, mentre gli
spiegavo pazientemente la situazione. Ricordate, avevo solo diciotto anni, ma non avevo nessuna
intenzione di cominciare il mio soggiorno a Gatford facendo subito la figura del pollo pronto a farsi
spennare. Di conseguenza la sua reazione - e da questo appresi una piccola lezione - fu cordiale.
Avrebbe mandato un operaio quello stesso giorno per sistemare il tetto. Afferm che la villetta era
rimasta sfitta dal 1916 e che da allora non aveva pi provveduto alla sua manutenzione.
Quel pomeriggio giunse l'operaio. E la mia avventura si ampli.
Buon pomeriggio disse. Era un uomo magrissimo, sulla...  impossibile dirlo, poteva essere
sulla quarantina, sulla cinquantina, sulla sessantina, sulla settantina, o forse ancora di pi. Sembrava il
tipo adatto per qualsiasi et. Protese la mano e strinse la mia con una forza che mi fece trasalire e che
mi ricord la stretta vigorosa di Harold.
Sono Joe Lightfoot mi disse.
Di certo rimasi a bocca aperta. Lightfoot! mormorai.
Proprio cos disse lui.
Cercai di parlare ma senza riuscirci. Allora deglutii con un certo sforzo e recuperai la voce.
Almeno quel tanto che bastava per chiedergli:  un... parente di Harold? Esitai prima di formulare la
domanda, poich non volevo specificare una parentela precisa: zio, fratello, padre.
La sua risposta, come si dice, mi spiazz. Chi? fu tutto ci che disse.
Harold farfugliai. Harold Lightfoot. Non riuscivo a credere che un cognome come quello
fosse cos comune.
Invece lo era. Venni a sapere da lui che Lightfoot era un cognome molto diffuso a Gatford, e
che lo era da secoli. Non aveva mai sentito parlare di nessun Harold... anche se conosceva un certo
Harry Lightfoot.
Mi chiese chi fosse Harold Lightfoot e io glielo dissi. Lui mi spieg che diversi giovani di
Gatford, a quanto si sapeva, si erano arruolati nell'esercito inglese, e gli risultava che almeno uno di
loro fosse stato ucciso. Sua madre viveva ancora a Gatford, da qualche parte in mezzo ai boschi. Ma lui
non aveva mai sentito parlare della morte di Harold.
Tutto qui (per il momento). Poi ci mettemmo a parlare del tetto che sgocciolava. Joe prese la
scala dall'interno della villetta, la appoggi contro la parete esterna e si arrampic sul tetto. Lass
sembr capire esattamente dove fosse la perdita pi seria (proprio sopra il mio pagliericcio) e la ripar
con una specie di impasto nero che si era portato appresso dentro un secchio; aveva lo 'strumento per
spalmare' (non saprei come altro chiamarlo) infilato nella cintura come un'arma per combattere le
perdite. Port anche fuori il pagliericcio inzuppato e lo sistem nell'unico punto un miracolo, pensai -
in cui fosse disponibile un po' di sole. Lo avrebbe sostituito il giorno dopo, disse, e avrebbe anche
concluso le sue riparazioni. Mi sugger, per quella notte, di dormire sul cappotto dell'esercito.
Cos feci. E anche se piovve di nuovo io rimasi asciutto, e mi feci un bel sonno privo di sogni
(cosa di cui fui riconoscente) fino al primo mattino. Joe era gi al lavoro sul tetto. Mi ero portato dal
paese una pagnotta di pane di segale, un grosso pezzo di formaggio e una bottiglia di latte. Fu la mia
colazione. La offrii anche a Joe, il quale mi ringrazi, ma mi disse che si era gi rifocillato con pane di
avena e caff.
Dal momento che non avevo nulla da fare, mi venne in mente di passeggiare un po' in giro.
Mentre mi allontanavo Joe mi chiam. Resti sul sentiero, giovanotto. Non diedi peso al suo
consiglio. Avrei dovuto farlo.
Il sentiero che attraversava i boschi di Gatford era abbastanza ben segnalato. All'inizio c'erano
delle rocce piatte di granito che ne seguivano la direzione, ma che terminavano quando si addentrava
nel bosco. Tuttavia il sentiero era ancora ben visibile. Il silenzio sembr aumentare (sembr solo, mi
dissi, non volendo soccombere alle mie fantasticherie negative) quando penetrai in una parte pi folta
del bosco - pi alberi, pi cespugli, pi erba e fiori - e un po' pi avanti si avvertiva il suono del
'ruscello gorgogliante'. Lo sentii mentre mi avvicinavo. O mentre il ruscello si avvicinava a me. Fu un
dubbio che mi posi pi tardi.
Come mai abbia commesso un errore cos presto attribuitelo a una certa negligenza... o pi
probabilmente al fatto di non aver preso in considerazione le parole di Joe. Comunque lasciai il sentiero
e camminai su un tappeto di foglie verso il suono ammaliante del corso d'acqua. Dopo un minuto (forse
pi, forse meno) raggiunsi la sponda e ci trovai, come se mi aspettasse (basta con le fantasie negative!,
ordinai a me stesso), un tronco di betulla caduto, sul quale mi appollaiai e mi misi a osservare l'acqua
che scorreva veloce. Fu una visione ipnotica. L'acqua, trafitta da un raggio di sole, sembrava argentata.
Ricordo di aver sospirato di piacere a quello scenario. In quel momento mi sentivo ispirato, non
arrabbiato come ero stato prima, quando avevo deciso di non tornare a Brooklyn. Tutto questo era assai
pi pacifico e confortante. Adesso tutti i nuovi elementi della mia vita sembravano attraenti, e tanto
rassicuranti. Anche la Villetta della serenit aveva un suo fascino, sia pure informe, sgocciolante e
grossolana com'era... e poi adesso non avrebbe pi sgocciolato, dopo che Joe aveva riparato il tetto. Il
pane di segale era gustoso, il formaggio saporito, il latte cremoso. Tutto era gradevole.
In questa effusione di apprezzamento raccolsi una piccola pietra rotonda e la gettai nel ruscello.
Sprofond con un plop delizioso.
Al che pensai (o pensai di pensare): Non farlo, ragazzo.
Strano, sono certo di essermi detto. Come ho fatto ad avere una reazione del genere? Ragazzo?
Non mi ero mai considerato un ragazzo. Perch adesso? Raccolsi un'altra pietra.
Ho detto di no, mi giunse immediatamente il pensiero. Sussultai. Poi, quasi in risposta, il
fogliame degli alberi sotto i quali mi trovavo cominci a fremere. E mi ricordai, come se sentissi di
nuovo la sua voce, Joe che mi avvisava dal tetto. 'Resti sul sentiero, giovanotto.'
Balzai in piedi. Il dolore alla gamba e al fianco - che da mesi era semplicemente un leggero
fastidio - all'improvviso avvamp e sarei caduto se non avessi abbassato la mano appoggiandola sul
tronco della betulla. Gridai qualcosa (forse in francese) e non riuscii a reprimere una smorfia di dolore:
era come se fossi entrato in contatto diretto con la corrente elettrica. Feci marcia indietro meglio che
potevo, e molto goffamente me ne tornai claudicando verso il sentiero. O cos credevo.
Non riuscivo a trovarlo. Quel maledetto sentiero era scomparso! Dove diavolo era finito?
Sapevo di non aver camminato tanto a lungo. Un minuto? Forse meno. Dannazione. Provai una rabbia
autentica per la mia incapacit di ritrovarlo. No, maledizione, non incapacit! Qualcosa si stava
prendendo gioco di me. Era un dannato, perverso trucchetto. Ma perch? Che cosa avevo fatto per
offendere quel 'qualcosa'? Lanciare una pietra del cavolo in quel ruscello del cavolo? Mi misi a correre
di qua e di l.
A quel punto recuperai un minimo di buon senso. Una voce dentro la mia testa diceva: Calmati,
idiota. Stai permettendo alla tua immaginazione di prendere il sopravvento su di te.  stata la tua mente
- tutta intenta a godersi uno stato di beatitudine interna - a dirti di non deturpare la perfezione di quel
ruscello lanciando un sasso nell'acqua. Poi ci hai ripensato, hai avuto un'ottusa reazione al fogliame che
tremava, hai perso l'equilibrio sul tronco per via della tua ferita ancora non del tutto guarita, hai
appoggiato la mano sul legno e la scossa che hai sentito era quella provocata da una reazione nervosa
all'impatto. E poi hai chiuso in bellezza con una fuga senza senso, da imbecille. Che stupido, mi dissi.
Uno stupido totale.
Mi guardai intorno e vidi il sentiero; era come se mi aspettasse, mi dissi all'inizio. No, non mi
aspettava, mi rimproverai. Era l e basta. Lo raggiunsi e me ne tornai verso la villetta. Mentre lo
percorrevo vidi un altro sentiero che non avevo notato prima. Mi fermai per alcuni istanti a osservarlo.
Il sentiero scompariva nel folto degli alberi. Ti suggerisco di non entrarci, dissi a me stesso. Non c'
bisogno che me lo suggerisci, replic la mia mente. Per oggi ne hai avuto abbastanza.
Fu allora che vidi la penna. Era bianca - incredibilmente bianca - proprio all'inizio del nuovo
sentiero. Mi chinai e la raccolsi. Mentre lo facevo si lev un vento che cominci a turbinare attraverso
le foglie sopra di me. Rabbrividii, mentre mi sentivo venire la pelle d'oca, e lasciai cadere subito la
penna. Avevo avuto appena un attimo per ammirare la sua delicata bellezza. Bastai, esclam la mia
mente. La ragione venne messa da parte e una paura primordiale mi invase. Mi misi a correre di nuovo.
Immaginando - o forse sentendola sul serio - che una voce fioca mi chiamasse dal bosco, da quel
sentiero che prima non avevo visto. No! (Il pensiero fu tanto di rabbia quanto di terrore). Corsi fino a
che vidi in lontananza la mia villetta. A quel punto rallentai, ma procedetti pur sempre a passo
sostenuto finch non la raggiunsi.
Mi domandavo quanto ci avrebbe messo a tornare disse Joe. Era ancora al lavoro sul tetto. Mi
sembrava un po' tardi, e in effetti lo era. Non ero stato via per tutto quel tempo, no? Lasciai la domanda
in sospeso. Mi bastava quello che mi era capitato.
Ha lasciato il sentiero, vero? mi chiese Joe.
Emisi un sospiro raspante. Come fa a saperlo? gli chiesi a mia volta.
 tutto rosso rispose Joe. Ha le guance che le vanno a fuoco.
Dannazione, pensai. Non  che ci avessi riflettuto, ma non avevo nessuna intenzione di
raccontargli quello che mi era successo. Invece lo feci, con le parole che mi uscivano velocissime.
Aspetti un secondo mi disse Joe. Scese dalla scala e mi venne vicino. Ascolt con pazienza il
mio resoconto, fatto quasi senza fiato, e alla fine sorrise. Glielo avevo detto di non lasciare il sentiero
mi disse.
Lei pensa che... qualcosa sia successo per davvero? Qualcosa: non sapevo come altro
chiamarlo, era il meglio che mi venne in mente.
Certo che s rispose lui senza esitare.
Che cosa? credo di avergli domandato.
Sono stati i nanetti rispose.  fortunato che l'abbiano lasciata andare.
Lo fissai spalancando la bocca per lo stupore. I nanetti? ripetei.
S annu lui, sempre sorridendo. Il piccolo popolo.
Piccolo popolo ripetei ancora, adesso completamente frastornato.
S, il piccolo popolo ripet anche lui. Gli abitanti della Terra di Mezzo.
8
Il capitano Bradford Smith White, della marina degli Stati Uniti era, se non altro, un crudo
realista. N Veronica, n io... e nemmeno mamma, per dirla tutta, eravamo mai stati incoraggiati (per
meglio dire, autorizzati) a esprimere un'opinione a meno che - e nemmeno sempre - non fossimo in
grado di sostenerla con informazioni concrete. Sono cresciuto con quest'attitudine. Prima i fatti, poi le
opinioni. Verificare ogni affermazione, soprattutto quelle con elementi outr. A pap piaceva questa
parola.
Perci potrete capire con quale faccia incredula e dubbiosa fissai Joe. Nato insieme a me, il mio
cinismo regnava sovrano. Oh, ero spaventato abbastanza da quello che mi era successo quando me ne
stavo seduto accanto al ruscello e quando avevo raccolto quella penna bianca, ma si trattava di incidenti
provocati dai nervi. Spiegarli come aveva fatto Joe? Una celia (un'altra delle parole preferite da pap,
anche se non ben definita). Oppure corbellerie (questa forse pi calzante). Le parole di Joe erano
corbellerie? Io pensavo che probabilmente lo fossero.
Lei non mi crede disse Joe come se mi avesse letto nel pensiero.
Ecco, signor Lightfoot... cominciai, scettico ma educato.
Joe mi corresse.
Joe dissi. Lei mi sta... insomma, mi sta chiedendo... si aspetta che io mi affrettai a
correggermi, sempre condizionato dal modo di pensare (dal pregiudizio) del capitano Voi Sapete Chi
mi beva... Avevo esagerato? Accetti quanto mi sta dicendo?
Perch no? disse lui.  la verit.
Nanetti? dissi, in modo non troppo sprezzante, spero. Piccolo popolo? Feci un verso di
scherno. Perch non gente invisibile?
Sono anche quello replic Joe. Infatti lei non li ha visti, giusto?
A me sembrava solo un gran credulone. Anzi no, non a me, ma al figlio ben disciplinato del
capitano. Riuscii solo a dirgli: Ma Joe... con un tono sufficientemente chiaro, e con mio stupore
quasi compassionevole, e mi accorsi che il corpo e la faccia di Joe si stavano irrigidendo.
Molto bene disse in tono sostenuto. Creda quello che vuole. Ma non esca nuovamente dal
sentiero se ci tiene alla vita.
Il modo in cui lo disse mi fece scorrere un brivido lungo la schiena. E mi convinse in un istante
che lo diceva per il mio bene.
Mi dispiace dissi, e lo pensavo veramente. Non volevo essere sgarbato.  solo che... Ero
sul punto di raccontargli l'influenza che il capitano aveva avuto su di me, ma poi decisi di non parlarne.
Mi dispiace ripetei, stavolta con ancor pi sincerit. Era una brava persona che non intendeva fare
del male a nessuno. Chi ero io per trattarlo in quel modo cos offensivo? E lo ero stato, su questo non
c'erano dubbi.
Il Joe che avevo conosciuto e accettato fin dal nostro primo incontro - quello geniale e
servizievole - torn subito dopo le mie scuse. Sorrise e io feci altrettanto, sforzandomi di sembrare
spontaneo. Bene disse.
Feci una risatina, e mi augurai che Joe non la prendesse come una mancanza di rispetto.  un
po' troppo per me da... mandar gi. Mi domandai se 'mandar gi' fosse un modo sbagliato di
esprimersi.
Non per Joe. Ridacchi anche lui. Be', certo lo  convenne. Avrei dovuto proporglielo a
piccole dosi.
Eccolo, pensai. Solo buone intenzioni nei miei riguardi. Quello era Joe.
Ero solo sollevato di rivederla tutto intero aggiunse. Dovetti fare uno sforzo per mantenere il
mio tono di cameratismo con lui, devo confessarlo. Quelle due parole mi spiazzarono. Tutto intero?
Le pronunciai ad alta voce, cercando di sembrare divertito.
Be',  solo una battuta disse lui. Anche se...
Il mio sorriso e il mio atteggiamento positivo svanirono quando lasci la frase in sospeso.
Anche se? lo sfidai.
Niente disse Joe. Mi sono espresso male.
Gi, ti sei espresso proprio male, dannazione, inveii dentro di me. Ma per fortuna non diedi
fiato al mio risentimento. Dissi, invece: Mi ha scombussolato un bel po'.
Mi dispiace si scus. Stavo cercando di metterla in guardia. Lei mi piace, Alex.
Anche lei mi piace riuscii a dire, cercando di recuperare un minimo di amabilit.
Continuai a farlo e dissi: Allora mi parli...
...Delle creature fatate? mi interruppe lui. Per mettermi alla prova, adesso ne sono sicuro.
Oh Cristo! Un'altra gaffe. Creature fatate? Non ero nemmeno sicuro di sapere bene cosa
fossero.
 uno dei loro nomi disse lui. Non riuscii a impedirmi di pronunciare le parole (queste s,
piuttosto offensive): Minuscole signore in abiti di seta che svolazzano sulle loro minuscole ali?
Joe si irrigid di nuovo, ma poi riprese il controllo. Alcuni di loro disse pazientemente.
Oh, stupidaggini, corbellerie, stronzate, pensai. Andiamo, Joe! lo implorai, infastidito.
Adesso basta!
Lei non mi crede.
Non credo a questa storia replicai.
A niente? chiese lui.
Dovevo lasciare che la cosa decantasse, per il momento. Alla fine risposi: Non ne sono
sicuro.
Di quale parte? chiese lui.
Dovevo riflettere anche su quello. Credo che... qualcosa sia successa l fuori risposi.
Quanto al resto...
D'accordo, lasciamo perdere disse lui.
No! Scossi la testa, decisissimo. Mi racconti tutto. Proprio tutto!
I loro regni sono Mondo del Mai, Eden, Emhain, Terra di Mezzo e molti altri (me lo disse Joe,
almeno credo, ma magari non fu lui).
Si spostano attraverso i boschi, solitamente senza farsi vedere.
Sono di indole solitaria, e raramente si incontrano con gli umani.
Possono mutare forma, in genere mostrandosi come animali. Questa mi cre grossi problemi.
Possono far muovere l'erba e far frusciare le foglie anche in assenza di vento (questa l'avevo
vista).
Possono intromettersi nei pensieri (anche questa).
Possono mostrarsi a te se hai la mente sgombra e aperta.
Sono affascinati dalle persone, anche se le evitano.
Generalmente nutrono poca fiducia nel comportamento umano, e ne provano disgusto. (A
questo potevo credere, anche se non credevo nelle creature fatate, qualunque cosa fossero).
Come si faceva a individuarli? 1: un improvviso tremore di foglie. 2: un'improvvisa pelle d'oca.
3: perdita del tempo. Tutte e tre le cose mi diedero da pensare. Erano capitate a me.
Lo so che preferirebbe di no concluse Joe. Ma se vuole vederle passi parecchio tempo in
mezzo alla natura, a meditare. Mi stup che conoscesse quella parola. Faccia qualcosa di creativo. E
questa da dove viene fuori?, mi domandai. Si mantenga pulito. Canti molto.
Mantenermi pulito?, pensai. Alla Villetta della serenit? E cantare molto? Non avevo una gran
voce. Se proprio dovevo dar credito a queste cose, il mio canto avrebbe spaventato a morte qualsiasi
piccolo essere a portata d'orecchio.
D'accordo dissi, ancora non disposto ad arrendermi. Che cosa devo cercare? Ache
assomigliano?
Domanda sbagliata. Potevano assomigliare a qualsiasi cosa, mi spieg. Grande, mi dissi, ci
risiamo. Dipende dai loro capricci. Un albero? Perch no? Una lucciola? Ma certo. Un nano o una
sirena? Senza dubbio. Un fiore, una pianta? Sicuro. Ges santissimo! Ero infuriato. Ma come facevo a
prestar fede a quello che Joe stava dicendo? Aveva esagerato. Le sue spiegazioni erano ridicole.
Ridicole!
C'era solo una cosa che mi dava da pensare. 'Evita... di mezzo...' Era quanto aveva detto
Harold prima di morire. Avevo tentato pi di una volta di capire che cosa intendesse dire. Forse la
Terra di Mezzo? Era quella, la spiegazione? E se s, perch?
Mi sforzai di mantenermi il pi pulito possibile. Non per quanto aveva detto Joe, ma
semplicemente perch ero stato abituato a farlo. Mamma aveva sempre un aspetto impeccabile.
Veronica profumava sempre come un petalo di rosa. E il capitano? Ovviamente, in ossequio alle
direttive della marina, sempre candido come un giglio. Perci era un'abitudine, non una regola imposta.
In me non esisteva l'adolescente tipico, sporco e trasandato, anzi non avevo proprio niente
dell'adolescente tipico, mi dispiace dirlo.  per questo che ero cos freddo e critico su tutto. Ma
soprattutto sugli ammonimenti di Joe.
Non me ne stetti fermo a meditare, e Dio sa bene che non sono il tipo che passa il tempo a
cantare. Se le parole di Joe avessero fatto breccia, magari mi sarei esercitato a vocalizzare giorno e
notte partendo dal presupposto che la mia voce da rospo tenore avrebbe tenuto le orde dei nanetti
lontane da me. Ci che feci - e giuro che non fu per paura delle creature fatate - fu prendere in
considerazione uno stimolo creativo. Da anni (a quanto ricordo almeno da quando ne avevo quindici)
nutrivo il segreto desiderio di diventare un romanziere, o di provare a diventarlo. All'et di dodici o
forse tredici anni avevo dato alla luce la mia prima opera poetica... del tutto indegna, devo aggiungere.
Nessun poeta, vivo o morto, aveva qualcosa di cui preoccuparsi. Un esempio? Quando Colombo salp
disse: Almeno trover una rotta pi breve per l'oriente. E questa era una delle pi belle. Ma io non la
pensavo cos, naturalmente. Ero un tredicenne impertinente, e nulla mi riguardava. Specialmente
quando mamma elogiava i miei tentativi. Veronica, pi onestamente, non era del tutto sicura che
seguissi la scia di Robert Browning... o di Jim Browning, che all'epoca uccise la madre e la moglie, e
prima di essere impiccato scrisse un poema che cominciava cos: 'Madre, madre, perch di te e di
Geraldine il soffio vitale ho soffiato via? Non fu cosa bella e giusta.' In breve mollai la poesia (mai
fatta vedere a mio padre) e mi misi a leggere i romanzi gotici. Strano, non ho mai attribuito a quello la
produzione letteraria di Arthur Black.
Ed eccomi l, diciottenne, con un programma tutto mio dentro la testa. Un programma del quale
Joe aveva senza volerlo alimentato le braci, trasformandole in fiamma. Dico senza volerlo perch so
che Joe era del tutto all'oscuro della mia ambizione inconfessata; lui voleva solo darmi consigli, e
mettermi in guardia, sul mondo mistico che c'era l fuori.
E cos - da quello sciocco che ero - cominciai a scrivere un romanzo. Arrossisco solo a
confessarvene il titolo: Terrore nelle trincee. E questo fu il migliore che mi venne in mente. Mi rifiuto
di rivelarvi quali fossero gli altri. Parlava di un giovanotto - scelta strana? - il quale, assegnato alle
trincee francesi, si accinge a decimare da solo l'intero esercito crucco. Riuscii anche a includervi alcune
delle verit pi pittoresche sulla vita in trincea - per esempio, topi che divorano cadaveri -, ma di fondo
era una storia di indomito eroismo che si concludeva con l'ardimentosa morte del protagonista contro la
baionetta di un tedesco ghignante. Era un libro di cinquantasette pagine, fin troppe. Una recensione?
Basta una parola. Spaventoso. Avevo in mente diciotto anni, e senza cervello - di sottoporlo a qualche
editore di New York. Gliel'avrei fatta vedere io a quel maledetto capitano! All'occorrenza, ma la
vedevo come una cosa pi improbabile, avrei provato a Londra. Per fortuna e il mondo letterario sar
grato a Dio - non lo sottoposi mai a nessuno. I topi (adesso non ne sono pi tanto sicuro, ma credo che
fossero topi) si mangiarono il libro. Spezzando il cuore del mio autore, ma adesso, all'et di ottantadue
anni, riempiendomi di profonda gratitudine. Aggiunger che le ruote cominciarono a girare pi tardi,
quando vennero montate sul carro di Arthur Black. I topi - ma erano poi topi? - mi fecero un favore.
Il successivo, bizzarro incidente si verific circa una settimana dopo che avevo rinunciato
all'idea di diventare uno scrittore conosciuto in tutto il mondo. In quei giorni la mia vita appariva
bizzarra sotto ogni aspetto. Di certo questo lo fu.
Era notte fonda. Dormivo sul mio pagliericcio... ormai ci avevo fatto l'abitudine. Tutt'a un
tratto (per citare Arthur Black al suo peggio) qualcuno buss forte alla porta al piano di sotto. Il rumore
mi dest. Chi diavolo era? Gli esseri fatati avevano l'abitudine di bussare? Non passavano
semplicemente attraverso le pareti, librandosi in aria? Mi alzai in piedi, ancora mezzo addormentato ma
anche un po' incuriosito, e riuscii a discendere la scala senza rompermi l'osso del collo. Mi avvicinai
alla porta che Joe - c' bisogno che ve lo dica? - aveva raddrizzato e sistemato. Per tutto questo tempo il
bussare continu, accompagnato da una debole voce che mi ordinava di aprire.
Feci quanto mi veniva richiesto e vidi una scena che ricordo ancora distintamente: il signor
Faccia Contegnosa tutto sudato, con gli occhi strabuzzati, e con la faccia, tutt'altro che contegnosa,
stravolta dall'indignazione, e i denti snudati. Signor Brean farfugliai.
Niente signor Brean! url.
Che cosa? gli chiesi, incapace di pensare ad altro.
Niente che cosa, ladro bastardo! strepit il signor Brean. Proprio cos. Strepit. Cos forte che
sobbalzai all'indietro come se fossi stato colpito in pieno plesso solare (quello che mio padre chiama lo
stomaco).
Ma che diavolo! esclamai. Non rivolto a lui, probabilmente all'universo.
Come se non lo sapesse grid lui.
A questo punto ero io che cominciavo sentirmi seccato. Anche se 'seccato' non era la parola
giusta per definire la rabbia apoplettica del signor Brean. Sapere che cosa? gridai a mia volta.
Fa finta di non sapere? rugg lui.
No, non lo so ruggii io. Perch cavolo non me lo dice? Non era mia abitudine usare un
linguaggio volgare, ma il suo atteggiamento mi aveva fatto uscire dai gangheri.
Un pesante silenzio cadde sulla Villetta della serenit. Magari potevo chiamare a raccolta un
fottuto gnomo, pensai, completamente fuori di me.
Non sono sicuro che lei sappia. Adesso la voce del signor Brean era tornata quasi umana. Poi
i suoi lineamenti si tesero di nuovo. No, lei sa ricominci e sta tentando nuovamente di
imbrogliarmi.
E in che modo lo farei? chiesi. Molto, molto arrabbiato.
Per un po' di secondi rimase l immobile e sudato. Poi snud ancora i denti, infil la mano nella
tasca del soprabito - doveva far freddo fuori, giudic la mia mente in modo del tutto irrilevante - e ne
tir fuori un piccolo involto legato con un nodo. Gli ci volle quasi un minuto per scioglierlo e separare i
due lembi di stoffa. Abbassai gli occhi sul contenuto.
Poi li rialzai su di lui.  impazzito, fu la mia conclusione.
Allora? disse lui con un'incrinatura nella voce.
Allora cosa? ribattei. Che cosa?
Immagino che lei non sappia che cos' disse lui, sempre con quell'incrinatura nella voce.
Cominciavo a provare una certa compassione per lui, cos visibilmente sconvolto.
Accidenti a lei esplose allora. Non mi dica che non sa cos'.
A questo punto non provavo pi nessuna compassione, ma mi sentii improvvisamente
preoccupato per la mia vita. Non so che cos' gli dissi, con la voce pi controllata che mi venne
fuori.
Rivoglio indietro i miei soldi disse il signor Brean in un modo farfugliato, ma minaccioso.
I suoi soldi? Non riuscivo proprio a capire la ragione di quella richiesta.
Poi ebbi un'illuminazione. Intende dire che questo ...? cominciai.
S! Non mi lasci nemmeno finire. Lo . Rovesci l'involto.
Una nuvoletta di polvere grigia si rovesci a terra.
Guardai gi senza vedere granch, perch nella stanza non c'era nessuna luce. Non riuscivo a
capire ci che avevo appena visto. Brean diceva sul serio? Lei mi sta dicendo... ricominciai.
Mi interruppe di nuovo. Con la bava alla bocca. Glielo sto dicendo! Lei mi ha venduto dell'oro
e tutto ci che ne rimane  polvere.
Non capisco gli dissi debolmente.
Nel buio ebbi come l'impressione che fosse scosso da un brivido. Io credo di s disse e
rivoglio indietro i miei soldi o la far finire in cella per il resto dei suoi giorni.
Potei solo fissarlo a bocca spalancata.
Polvere? Polvere grigia?
La conversazione si concluse l (ma c'era poi stata qualche conversazione?). Senza dire altro il
signor Brean gir sui tacchi e scomparve nella notte. Lasciando un patetico aspirante romanziere in uno
stato di assoluta confusione. Alla luce del mattino - non che avessi dormito molto dalla partenza del
signor Brean all'arrivo del sole  esaminai lo strato di polvere sul pavimento della stanza al piano terra.
Esaminai  un'esagerazione. La mia ispezione fu a casaccio, frettolosa. Non riuscivo proprio a
capacitarmi di come avesse fatto una pepita d'oro (e non era stato proprio Brean, un gioielliere, a
identificarla come tale?) a trasformarsi in un mucchietto di polvere. Grigia, per di pi.
La mia confusione non miglior quando Joe venne a trovarmi e mi inform che il signor Faccia
Contegnosa, proprio lui, era morto, vittima a quanto sembrava di un attacco cardiaco. Mi veniva
risparmiata la prospettiva di una lunga permanenza in guardina ( cos che chiamavano il carcere a quei
tempi). Una reazione poco caritatevole, lo ammetto, ma Brean mi stava proprio antipatico, e poi io ero
innocente, non avevo commesso alcun reato, e quell'incredibile trasformazione dell'oro in polvere
aveva lasciato di stucco me per primo.
Cos raccolsi quanto rimaneva della mia pepita d'oro e lo usai come concime per le felci.
9
E veniamo al successivo curioso avvenimento in questo mio racconto un po' stravagante.
Stravagante ma, ve lo confermo ancora una volta, assolutamente veritiero. A quel punto mi ero
convinto che il signor Faccia Contegnosa fosse uscito del tutto di senno, oppure che fosse gi matto da
prima. Me ne sarei accorto quel pomeriggio al pub se non fossi stato cos intento a cercare di vendergli
l'oro? Era al contrario assai pi probabile che avesse escogitato un piano per riavere indietro il suo
denaro e nello stesso tempo tenersi l'oro. Oro che si trasforma in polvere? Una sciocchezza degna di
una favola dei fratelli Grimm.
Dov'ero rimasto? Ah s, avevo deciso di farmi una passeggiata. Ma senza addentrarmi nei
boschi... anche se a questo punto avevo trovato una spiegazione razionale anche per quell'incidente.
Meglio salvo che vittima di una superstizione. Avrei seguito il consiglio di Joe e sarei rimasto sul
sentiero. Okay, d'accordo. Una passeggiata lungo il sentiero, niente di pi.
Questo era almeno il mio piano. Che all'inizio seguii, non fermandomi nemmeno dove
cominciava l'altro sentiero per vedere se la penna bianca fosse ancora l. Sarei stato un idiota a farlo,
afferm senza esitazione la mia mente. Perch mai una penna doveva rimanere nello stesso posto? Una
penna, per l'amor del cielo. Che il minimo vento pu trasportare dovunque. Era...
Prima che la mia mente potesse esprimere la parola 'ridicolo' sentii una voce che mi chiamava.
Giovanotto!
Ammetto di aver vissuto diversi secondi con il buon senso andato a farsi friggere, diversi
secondi di assoluta, primordiale paura.  una fatina!, esclam il mio cervello momentaneamente fuori
uso, su cui la lucidit aveva perso il sopravvento. Una farina, fu cos che la chiamai fra me e me.
Devo aggiungere, a mio credito, che lottai per allontanare quella sensazione. Che assurdit!, mi
dissi, non  una dannata fatina. E in quel momento ricordai all'improvviso quello che avevo
immaginato (creduto di immaginare) l'ultimo giorno in cui ero stato su quel sentiero: di nuovo una voce
che mi chiamava, con parole indistinte.
Mi costrinsi a svoltare. Un altro momento di transitoria trepidazione (bella assonanza, questa) e
poi, ancora una volta, la razionalit ritorn (questa invece non  bella), impregnandomi la mente di
soddisfazione. C'era una donna, in prossimit del sentiero. Una donna alta, dai capelli rossi, che vestiva
nel modo meno fatato che si possa immaginare, cio come vestiva una qualsiasi donna di Gatford. Non
una fatina minuscola, alata, con gli abiti trasparenti. Be', Joe aveva detto che potevano mutare forma, si
prese la briga di ricordarmi il mio cervello in subbuglio. Oh, chiudi il becco, gli ordinai.
Venga qui disse la donna. Tanto la voce quanto il sorriso erano invitanti.
Oh, accidenti, pensai.  il genere di invito che ci si pu aspettare da una di quelle piccole
creature? Cercai di respingere anche quel pensiero. Comunque rimasi immobile, fermo dov'ero.
Incredibile come poche parole ben dette possano debellare completamente l'apprensione
superstiziosa in un determinato momento. Fu questo il preciso risultato di quanto la donna mi disse.
Non si preoccupi, non sono una creatura fatata. Sono una persona reale.
Qualcosa si rilass dentro di me, come un flusso d'acqua non pi trattenuta. Acqua fresca e
tonificante. Restituii alla donna un sorriso altrettanto amabile e mi avvicinai. Ecco, cos va meglio
disse lei, sembrando sollevata.
Mi spiace, le chiedo scusa mi sentii obbligato a dire.
Per carit disse lei, perdonando il mio atteggiamento dubbioso. Non so da quanto tempo
abiti a Gatford ma, poco o tanto che sia, si sar certamente trovato esposto ai pettegolezzi di comari
locali.
O di qualche vecchietto che aggiusta i tetti, pensai. Ci scambiammo un altro sorriso (fu
delizioso... Il suo intendo, del mio non saprei dire) e poi dissi:  vero. Pi di uno.
Peccato ribatt lei. A volte esagerano.
Proprio cos, pensai. A volte convenni.
Un altro sorriso, questo assolutamente adorabile, mentre allungava la mano per stringere la mia.
Sono Magda Variel disse.
Alex White dissi a mia volta. La sua stretta era rassicurante, il palmo caldo contro il mio.
Piacere di conoscerla, Alex disse lei.
Annuii. Grazie fu la mia replica. Mi domandai perch avessi detto una cosa del genere. Non
era gentile. Mi affrettai ad aggiungere: Lieto di conoscerla. Lieto?, chiesi di nuovo al mio cervello.
Volevi dire 'piacere di conoscerla', vero? Be', che importava? Lasciai perdere. A proposito, quanti anni
poteva avere?
Le piacerebbe vedere dove abito? mi chiese lei.
Il mio cervello provocatore se ne usc nuovamente con diverse idee piuttosto inquietanti. La
strega che invita Hnsel e Gretel nella sua casa di pan di zenzero. Una fata mutaforma che mi blandisce
perch entri nella Terra di Mezzo. Una donna pazza che mi offre di andare a casa sua per
dissezionarmi. Tutto intero' aveva detto Joe.
Dio, se fu difficile combattere quella sensazione. Quasi impossibile. Ma ce la feci. Tutto merito
della forza di carattere tipica di un adolescente. O della sua stupidit. Oggi non lo rifarei. Comunque
non mi sentivo del tutto tranquillo.
Magda, quella donna alta dai capelli rossi, e affascinante (era proprio affascinante, mi resi
conto) attese pazientemente e alla fine disse: Sempre a disagio?
No mentii.
Venga, lasci che la prenda sottobraccio mi disse lei mentre lo faceva. Certamente rabbrividii.
Buon dio, ma lei  proprio spaventato aggiunse. Mi scusi. Preferisce che non lo faccia?
No, mi scusi lei mentii di nuovo. Mi sono trovato esposto a troppi pettegolezzi di comari
locali. (Che scelta stupida, quella di riprendere una sua frase. Se l'avesse letta Arthur Black sarebbe
rabbrividito, ma io avevo solo diciotto anni, che ne potevo sapere?)
Proprio cos replic Magda Variel. Troppi davvero.
Allora andiamo dissi coraggiosamente (o quantomeno assennatamente).
Ci addentrammo nei boschi. Se questa frase l'avesse scritta A. Black in uno dei suoi romanzacci
del brivido avrebbe certamente fatto presagire chiss quali spaventosi sviluppi. Invece il nostro
ingresso nei boschi silenziosi non faceva presagire nulla. O cos pensai.
Allora, mi parli di queste chiacchiere di comari dissi. Sono tutte stupidaggini?
Non tutte rispose lei distrattamente. Suscitando un altro brivido involontario nel suo
compagno adolescente fin troppo vulnerabile (una frase non malvagia, anche se forse poco incisiva).
Lei  ancora spaventato aggiunse.
Credo di s, un poco ammisi. Questo per me  stato un mese piuttosto insolito... Sto
cercando di abituarmi, ma non  stato facile.
Capisco disse lei. Il mio primo anno qui  stato molto difficile... Mi raccontavano un sacco
di storie e giuravano che erano vere.
Ma lei ha detto che non sono tutte stupidaggini le ricordai.
 vero, non lo sono mi disse. Ma non c' niente di cui preoccuparsi.
Le fatine dissi. O le creature fatate, se preferisce. Esistono per davvero?
Oh, esistono eccome rispose Magda senza rendersi conto che con quella risposta mi aveva
agghiacciato. Non tante come qualche abitante di Gatford le ha fatto credere, ma alcune sono reali.
Perlopi truffatori... anzi truffattori.
Truffattori? Anche se non ero del tutto tranquillo, quella parola mi divert.
Attori che tentano di truffarti spieg Magda. L'ho inventata io.
Non riuscii a soffocare una risatina. E in che modo ti truffano? chiesi.
Oh, in molti modi rispose lei. Portandoti via delle cose, o portandone di inattese. Facendo
tremare gli alberi o i cespugli. Oh, adesso lei  di nuovo spaventato disse poi, quando si accorse che
senza volerlo ero stato scosso da un altro brivido.
Le raccontai della mia esperienza al ruscello durante quel pomeriggio. Lei convenne con me
che probabilmente avevo frainteso quell'improvviso frusciare del fogliame. Ma poteva anche essere
stato un movimento indotto dalle creature fatate. Se  cos, mi disse lei  stato fortunato che non
l'abbiano infastidita pi di tanto. Avrebbero potuto farle del male. Per, per chiss quale ragione,
l'hanno presa in simpatia.
Be', in effetti sono una persona simpatica dissi con un tremolio appena accennato nella voce
che tradiva tutta la mia effettiva tensione. Le sue parole mi avevano quasi terrorizzato.
Lei sorrise, rendendosi conto di ci che provavo. Lei  davvero simpatico disse,
intensificando la stretta sul braccio. E la sua vicinanza emotiva mi suscit una calda sensazione di
gratitudine. Come una mamma, pensai. Una bellissima mamma.
Si ricordi solo una cosa continu. Non possono... Non le faranno del male se lei li tratta con
rispetto. Se vuole le insegner diversi modi per proteggersi contro possibili intrusioni.
Grazie mormorai. Di questo non le fui esattamente grato. Avrei preferito che confermasse la
mia prima impressione, che tutta la faccenda fosse - perdonate la volgarit una stronzata. O, come ha
detto qualcuno pi tardi, un'emerita sciocchezza. Ma non lo era... Se dovevo prendere per buone le
parole di Magda Variel. E al momento c'erano ben poche ragioni per non farlo.
Fu allora che emergemmo dal silenzio angosciante del bosco.
Ecco casa mia disse Magda.
Confesso di essere rimasto colpito dalla vista. Non tanto dalla casa in s, quanto dalla vasta
distesa erbosa che bisognava attraversare per raggiungerla. Non avevo mai visto un prato cos grande e
aperto davanti a una villetta. E quella di Magda mi diede fin dall'inizio l'idea di non essere una villetta
rustica. Assomigliava pi a una villa vittoriana. Aveva alle spalle un folto di alberi che si allungava
fino al ruscello (lo venni a sapere in seguito). La casa - non posso in tutta coscienza definirla una
villetta - era un misto di mattoni e legname, e il piano superiore era sostenuto da staffe di ferro. Il tetto
era a mattoni rossi e i due grossi comignoli alti e molto ricchi di ornamenti. La porta d'ingresso sul
davanti era oscurata da un'arcata che aveva su ciascun lato una siepe a forma di carrozzina. O di
carrozzella per bambini, come credo si chiamasse allora. Un vialetto di terra battuta conduceva
all'arcata, affiancato da un piccolo corso d'acqua.
Molto carina dissi. L'ha fatta costruire lei?
No, no. Magda sorrise divertita.  stata costruita nel 1857. Io l'ho acquistata sei anni fa.
Voglio dire, l'ha acquistata mio marito. Fece una pausa.  morto da qualche anno. Quell'aggiunta
era per me? Probabilmente no. Misi da parte l'idea.
C'erano delle foglie secche fissate alla porta. A che servono? chiesi. Ingenuamente.
Per protezione rispose lei mentre apriva la porta.
Capii immediatamente - vedendo appena l'accenno di un sorriso sulle sue labbra - che mi stava
prendendo in giro. Dalle creature fatate? dissi tentando senza riuscirci di essere serio.
Lei rise sommessamente. Pensavo che ci avrebbe creduto disse.
Non del tutto replicai. Quasi.
Si accomodi, mio caro disse con una voce volutamente cavernosa. Grasso e pronto per il
forno, mi venne in mente di commentare. Ma mi guardai dal dirlo. Il gioco stava diventando eccessivo.
Per me, almeno.
E anche per Magda. Oh, si accomodi, signor White disse, stavolta con voce normale (calda).
Potrei anche finire col darle un casto bacio, ma non farei mai di lei un arrosto per la cena.
Felice di sentirlo replicai. Non  che mi fossi del tutto rincuorato ( la parola giusta?). Darmi
un casto bacio? Era una forma di corteggiamento? Era abbastanza vecchia da poter essere mia madre, e
mia madre non avrebbe mai corteggiato un adolescente. Magda, invece?
In ogni caso, a dispetto del mio stato d'animo, entrai in casa di Magda Variel.
La mia prima reazione fu la seguente: Ges, quant' buia! Lo era davvero, almeno all'inizio.
Non riuscivo a vedere niente. Poi il mio sguardo si mise a fuoco e vidi - non distintamente, ma
discretamente bene - scaffali pieni di libri e di pesanti volumi rilegati in cuoio scuro, diverse sedie, un
divano (ma non so bene come lo chiamassero allora) e un grosso tavolo rotondo.
Ci che invece vidi piuttosto bene fu un dipinto sopra la cappa di un gigantesco caminetto. Lo
vidi bene perch sui due lati c'erano altrettante candele racchiuse in un vaso di vetro che bruciavano e
illuminavano il quadro.
Era il ritratto di un giovane... Pi o meno della mia et, giudicai, e di una bellezza delicata. Non
mi viene in mente un modo migliore per descriverlo. Era come se un esigente artista del Rinascimento
avesse deciso di dipingere un angelo in terra: innocente e bellissimo. Quello era Edward, abbigliato in
un raffinato (e quanto raffinato) abito edoardiano, e straordinariamente elegante. Sorridente, per di pi.
Un sorriso fascinoso che mi ricord - prevedibilmente, capii pi tardi - quello di Magda. Capii in un
istante chi fosse: suo figlio che (come mi aveva detto Joe) era morto in guerra.
Sta guardando Edward disse Magda interrompendo quello che da parte mia era stato un
silenzio prolungato.
S dissi.  morto in guerra, vero? Trasalii alla temerariet della mia affermazione. E se mi
sbagliavo?
Non mi sbagliavo. Me lo conferm la domanda di Magda. Come lo sa? Fu la domanda, quasi
una pretesa.
Ecco mi sentii costretto a mentire, non so bene perch. Mi trovavo in Francia. E quel ritratto
lass  come un... Non trovai la parola giusta.
Una reliquia? disse Magda. Mi resi conto che l'avevo decisamente offesa. C'era un'unica
soluzione, la verit. Le raccontai che l'uomo che aveva riparato il tetto della mia villetta mi aveva
parlato di una donna che aveva perso il figlio in Francia.
Devo essere stato convincente: un dono (o un difetto) che ho quando dico la verit. Magda si
rilass subito... me ne accorsi mentre accendeva una lampada a olio sul tavolo. Mi scusi disse come
se fosse stata lei a fare o dire qualcosa di criticabile.  un argomento che mi ferisce ancora.
Effettivamente Edward  morto in Francia nel 1917. Aveva pi o meno la sua et. Poco c' mancato
che mi si spezzasse il cuore.
Mi scusi lei dissi. Ho parlato troppo avventatamente. Sono stato maleducato.
La sua mano afferr la mia. Era forte, credetemi. Prima si era come controllata, adesso faceva
quasi male.
Forse ho sussultato, oppure ho emesso un verso di dolore, poich immediatamente lei moll la
stretta sulla mano. Mi spiace, le ho fatto male esclam, preoccupata.
Lei  molto forte fu il mio commento evasivo.
Ero fuori di me mi disse. Non succeder pi.
Non succeder perch dubito che torner mai qui, fu il mio primo pensiero. Troppe
imbarazzanti attrattive (curioso abbinamento). Lei era molto bella, e questa era la prima attrattiva.
Darmi un casto bacio? Un casto bacio sarebbe stato sufficiente per un maschio diciottenne in buona
salute (ferita a parte) le cui esperienze sessuali in Francia erano consistite in null'altro che occasionali,
solitarie gratificazioni?
A questo punto, tuttavia, Magda (ignara della mia decisione) mi fece fare una visita completa
della casa. Ho gi parlato di ci che vidi della stanza principale. Adesso, con la luce della lampada che
aveva aumentato la visibilit, vidi tutto molto pi chiaramente, in particolare gli scaffali da cielo a terra
stracarichi di volumi in cuoio: cuoio nero, come ho gi detto. Tende di lino scarlatto che coprivano le
finestre, un paio di poltrone antiche foderate di rosso sui due lati del caminetto, il divano (o comunque
lo chiamassero allora) e strani oggetti (artistici?) sulla cappa. Il resto non era niente di speciale, a parte
naturalmente il quadro del figlio di Magda appeso sopra il caminetto in una cornice che adesso vidi
bene e che sembrava di oro lavorato. Ebbi l'istantanea sensazione (in anticipo sulle trovate di Arthur
Black) che forse l'oro scomparso del signor Brean poteva in chiss quale modo essersi magicamente
trasferito in casa di Magda, trasformandosi nella cornice di un quadro. Scacciai quell'idea, irritato con
me stesso. Che stupidaggine.
Il giro prosegu. Niente di speciale. Una spaziosa cucina (ne parler pi tardi). Una biblioteca
che chiss per quale motivo mi diede l'impressione di essere interdetta agli ospiti. Un bagno con tutto il
necessario, una seggetta, un lavandino e una vasca appoggiata su quelli che sembravano quattro artigli
di pterodattilo. C'era un profumo dolce, in bagno: per ovvie ragioni, giudicai. Tutt'altra cosa rispetto
alla puzza delle trincee. Quella si poteva tagliare a fette. Uno studio... con altri scaffali da cielo a terra,
con libri naturalmente rilegati in cuoio nero, una scrivania gigantesca e una poltrona antica.
Niente di speciale, ho detto? Finch non abbiamo raggiunto la camera da letto, quella di Magda.
Poco illuminata, n lei si preoccup di accendere le candele: erano due, una appesa al soffitto e un'altra
su un tavolino alla sinistra del letto.
Il letto. Quello s che era speciale, mio lettore. Pur con quella poca luce mi sembr l'alcova di
una regina, o di un'imperatrice. Anche se dubito che regine o imperatrici trasformassero le loro camere
da letto in alcove (non ho informazioni in merito).
Come descrivere quel letto? Tanto per cominciare aveva un baldacchino di seta felpata. Poi la
coperta sembrava fatta dello stesso materiale, con la superficie decorata da simboli arcani che non
riuscii a definire e di cui esitai a chiedere il significato. Infine - ne parlo per ultimo - la superficie del
letto era cos ampia da accogliere almeno tre persone robuste... ammesso che si ritrovassero mai a
dormire in uno spazio di tale suggestiva vastit.
Lasciatemi aggiungere che il tappeto - ci che ne potevo vedere - era un manufatto a mezzo
punto del XIX secolo. Me lo spieg in seguito Magda, visto che non ero esattamente un esperto in
materia di tappeti inglesi. In un angolo della stanza c'era una poltrona foderata di rosso con accanto un
tavolino esagonale. Sopra il quale c'erano una bottiglia mezza piena di un liquido rosso scuro, diversi
bicchierini di cristallo e una piccola pila di libri, rilegati sapete bene in che modo. Devo ammettere che
sul momento non notai tutte queste cose. Lo feci pi tardi.
Allora? mi chiese Magda.
S? fu tutto quello che mi venne in mente come risposta.
Le piace la mia casa? chiese lei.
S, mi piace riuscii a rispondere fingendo.
E questa stanza? Il suo tono sembrava gi implicare una risposta. Deglutii e mi sforzai di
dargliela, ma avevo la gola secca.  esotica dissi, e mi usc come un borbottio rauco e soffocato.
Come ha detto? mi chiese.
Mi schiarii la gola sforzandomi faticosamente di trovare una parola migliore. Non ci riusc.
Esotica ripetei. Questa volta in modo che mi potesse sentire.
Bene disse lei. Era l'idea che aveva in testa Edward.
L'idea che aveva in testa Edward? Non capii, n mi presi la briga di capire.
Aveva tendenze artistiche mi spieg Magda.  stato lui a decorare gran parte della casa.
Venga. And verso il letto e si mise a sedere, poggiando il palmo della mano sul materasso.
Segu un'esitazione insensata da parte mia. Ero un adolescente normalissimo. Avrei dovuto
cogliere al volo l'occasione, o qualcosa del genere, ma non lo fed. Forse il mio subconscio (o il mio
superconscio) colse qualcosa che mi mise in allarme? Non ne ho idea, ma non mi mossi. Non ne fui
capace. Per qualche motivo non osai. So che sembra da idioti, ma fu cos.
Oh, Alex, per favore disse lei. Sembrava autenticamente dispiaciuta. Ha ancora paura?
Sono abbastanza vecchia da poter essere sua madre. Non ho nessuna intenzione di sedurla. O di ferirla
in alcun modo. Voglio solo che si renda conto di quanto  morbido il materasso.
Mi scusi dissi. Anche se non sapevo bene di cosa dovessi scusarmi.
Be', non fa niente disse lei. Vorr andar via.
Oddio, pensai. Stavolta l'ho offesa sul serio. Mi scusi dissi di nuovo. Insicuro com'ero, mi
venne fuori piatto come un asse da stiro.
Lei mi prese il braccio destro e lo strinse senza forza (una combinazione che funziona? No).
L'accompagno alla porta.
A quel punto mi sentii sinceramente in colpa. Lei era stata cos gentile. Chi ero io per...
Il pensiero evapor con le sue successive parole, che mi fecero sentire ancora peggio. Stavo
per offrirle del t con i biscotti disse. Ma so che lei preferisce andarsene.
Le parole mi si aggrovigliarono nel cervello. Le chiedo scusa, Magda. Sono stato scortese. La
prego, mi perdoni. E ancora peggio: Mi piacerebbe provare il materasso. Grazie a dio quel
guazzabuglio di miserevoli scuse, soprattutto l'ultima, non ebbe modo di esprimersi. Mi sentivo ancora
indegno, ma rimasi zitto (misericordiosamente) mentre lei mi accompagnava alla porta d'ingresso e mi
lasciava il braccio.  stato un piacere conoscerla disse. Ma il tono era di chi non  convinto. Torni
pure quando si sentir di farlo concluse. Mi sfior la guancia con un bacio. Ecco...  stato
abbastanza casto disse. Dopodich mi chiuse la porta in faccia.
Arrancai fino al sentiero principale, immerso in una tristezza infinita. Che avevo fatto?
continuavo a rimproverarmi. Stupido idiota. Solo perch aveva accarezzato quel dannato letto? Sapevo
che c'era di pi, ma quel di pi lo avevo ignorato. Sapevo che qualcosa mi aveva impedito di
trattenermi, ma non avevo idea di che cosa fosse. Attraversai i boschi immersi nel silenzio,
profondamente turbato. Va' pure avanti, pensavo irrazionalmente. Lascia frusciare tutte le piante che
vuoi, cosa importa?
Giunto al sentiero principale svoltai verso la mia villetta. Se un gruppetto di nanetti
sghignazzanti mi avesse bloccato la strada li avrei presi rabbiosamente a calci nel sedere e gli avrei
detto di andare al diavolo. Per fortuna nessuno mi blocc la strada e io raggiunsi senza problemi casa
mia.
10
Come se non bastassero la rabbia e la depressione, ricevetti un altro colpo appena raggiunsi la
villetta. Stavo per entrare quando, con mio grande stupore, la porta si apr da sola, o cos mi sembr.
Feci un salto all'indietro emettendo un grido soffocato mentre una figura si stagliava oltre la soglia
poco illuminata. Prima di riuscire a bloccare il battito impazzito del mio cuore vidi che era Joe. Ehi!
esclam lui, sorpreso di vedermi. Sorrise senza volerlo.  lei continu. Mi ha fatto prendere un
colpo.
Emisi un sospiro infuriato. Che diavolo ci fai qui?, domand il mio cervello. Il tetto l'hai
aggiustato. Cerchi altro lavoro?
Le ho portato qualcosa da mangiare disse Joe. Ho pensato che potesse essere rimasto a corto
di cibo. Un po' di pane e formaggio, una bottiglia di latte e del prosciutto.
Non giovava al mio stato mentale un ulteriore senso di colpa. Quell'uomo aveva fatto qualcosa
di carino per me e io lo avevo gi redarguito mentalmente. Grazie farfugliai, ma mi usc fuori assai
poco convincente.
Dopo avermi dato il benvenuto, Joe cambi argomento e mi indic il sentiero. Ha fatto un'altra
passeggiata? mi domand. Intuii che si sforzava solo di essere gentile.
Annuii appena. S.
Non sar andato nei boschi, spero disse lui.
No. Scossi appena la testa. Poi - perversione, mia compagna - decisi d'impulso di raccontargli
tutto. Sono andato nei boschi, fino a casa di Magda Variel. Ecco, pensai. E adesso fanne ci che
vuoi.
Quello che ne fece fu accoglierlo con un totale imbambolamento. Fino a casa di Magda
Variel ripet.
S dissi, sfidandolo mentalmente a criticarmi.
Non  stata una buona idea disse Joe.
Non riuscii a trattenere una certa animosit. Perch? credo di avergli chiesto, in modo quasi
brutale.
Perch  una strega rispose lui.
Per diversi secondi - mi sembr un'eternit - rimasi l raggelato, fissandolo a bocca aperta. Poi
quella blanda reazione si intensific trasformandosi in furioso rancore, in collera, in rabbia assoluta.
Oh, questo  troppo gli dissi con voce strozzata.
Lei non mi crede comment lui. Non era poi difficile capirlo.
Infatti non le credo replicai, imitando senza rendermene conto mio padre quando ripeteva le
parole.
Dovrebbe disse lui.
La rabbia mont dentro di me. Prima il piccolo popolo nei boschi, adesso una strega. Che altro,
poi? Un drago nel centro di Gatford?
Giovanotto, mi dia retta... cominci Joe.
No lo interruppi con fervore. Lei dia retta a me (un'altra delle frasi preferite di mio padre).
Ho appena passato quasi un'ora in casa di Magda Variel, una delle donne pi belle che abbia mai
conosciuto dopo mia madre. Ed  abbastanza vecchia da poter essere mia madre! Mi ha mostrato casa
sua ed era incantevole, assolutamente incantevole. Stava per offrirmi del t con i biscotti, poi ho detto
qualcosa che ha ferito i suoi sentimenti e mi ha rispedito a casa mia... Feci una smorfia. Alla mia
villetta, voglio dire.
Giovanotto cominci di nuovo Joe.
Lo interruppi di nuovo. Forse le interesser sapere che mi ha detto le stesse cose sulle creature
fatate che mi ha detto lei. Ancora non ne sono sicuro, ma mi stia a sentire, Joe. Lei  una donna
adorabile con una personalit adorabile. Non mi dica che  una strega!  ridicolo!
E va bene disse lui con voce pacata. Lo scopra da solo.
La sua sicurezza mi disorient, lo ammetto. Perch mi dice cos? gli chiesi.
Mi ascolti rispose lui. Il fatto che non sembrasse n arrabbiato n contrariato mi preoccup,
ammetto anche questo. Non  sempre stata cos. Lei e suo marito e il loro figlio piccolo erano molto
amati in paese. Invitavano gente a pranzo, andavano a far visita agli altri. Lei era una supplente della
scuola elementare.
Fece una pausa. Il silenzio mi logor. Era un silenzio cos totale.
Poi suo marito mor. Un incidente. Il suo cavallo cadde e gli spezz il collo. Resist una
settimana, poi mor.
Un altro silenzio, gravoso e imbarazzante.
Lei si chiuse in casa come una reclusa (parlava proprio bene, Joe) insieme a suo figlio. Poi,
quando il ragazzo comp diciotto anni, si arruol nell'esercito. Sua madre cerc di dissuaderlo, ma lui
fu irremovibile (un'altra parola che non ci si aspetterebbe sulla bocca di un semplice contadino). Lasci
Gatford e and in Francia. Dopo un mese venne ucciso. La signora Variel croll del tutto. Rimase da
sola in casa e divenne una strega.
Questo mi disorient di nuovo. Divenne una strega? obiettai. Come si fa a diventare una
strega?
Forse glielo dir lei stessa rispose Joe. Adesso nella sua voce c'era un accenno di reticenza.
Prima avevo ferito i sentimenti di Magda e adesso quelli di Joe. Una giornata perfetta. Lo seguii con lo
sguardo mentre si allontanava.
Per ancora non ci credevo. Ripassai nella memoria ogni momento del mio pomeriggio con
Magda, da quando l'avevo incontrata fino a quando mi aveva mandato via. Aveva detto o fatto qualcosa
da... insomma, da strega? Semplicemente non riuscivo a immaginarla con un cappello nero a punta e a
cavalcioni di una scopa, o magari a parlare con un gatto nero. Era una donna incantevole. Ero stato un
idiota a non sedermi su quel materasso accanto a lei. Chi pu dire quali piacevoli momenti sarebbero
seguiti? Ma insomma... una strega? Era tutto cos - e qui mi cito da solo - ridicolo!
Quello scetticismo rancoroso del pomeriggio condusse al bizzarro evento della sera. Sempre
irritabile, e pieno di quella rabbia giustificata, mi recai alla Carrozza d'oro senza preoccuparmi
minimamente del fatto che sarei dovuto tornare a casa (casa? Ma per favore) al buio. Volevo -
desideravo ardentemente - bere qualcosa che sciacquasse via il peso dei miei sensi di colpa. Ero come
impazzito. E la pazzia, in un giovane - almeno in uno come me - pu fare miracoli. E disastri.
E cos mi trovavo l in compagnia del barista Tom e di diversi altri notabili di Gatford quando
entr il terzetto di cafoni. Li chiamo cafoni, ma probabilmente non  giusto. Chiunque fosse entrato lo
avrei chiamato cafone probabilmente, per il pessimo umore di quella serata. Fu tuttavia con la migliore
delle intenzioni, ne sono certo, che uno dei tre si avvicin e disse (educatamente, anche di questo sono
certo): Abbiamo sentito dire che lei ha partecipato alla Grande guerra.
Confesso che quella frase mi depresse. La Grande... guerra? mormorai, gi pronto a farlo
volar via dalla finestra. Come minimo.
I miei amici e io stavamo pensando di arruolarci mi disse.
Stavate pensando. Non riuscii a dire altro. La Grande guerra? Ges!
Vogliamo dare il nostro contributo per ricacciare quei crucchi di merda a casa loro.
S, pensai. Crucchi di merda. A casa loro. Presi in considerazione l'idea di rovesciargli in quella
faccia sorridente il boccale di birra. E di mollargli un bel cazzotto proprio in mezzo agli occhi.
Ma era cos educato, cos un bravo figliolo. E poi era anche grosso il doppio di me, un
ragazzone di campagna pieno di muscoli. E aveva detto che voleva dare una mano a rispedire gli
schifosi crucchi a casa loro. Almeno non stava pensando di farlo da solo. O magari con i suoi due
amici. Molto generoso, da parte loro.
Perci decisi di parlare con loro. Di parlarci, comunque, quando il giovanotto (come senza
dubbio Joe lo avrebbe chiamato) mi chiese consiglio in merito alla loro intenzione di mettersi a fare la
guerra contro 'quella maledetta Triplice alleanza'. Non un'espressione colorita come crucchi di merda,
ma indubbiamente pi accurata.
Vediamo cominciai. Prima di tutto a quanto sembra piove parecchio. Ho sentito dire che le
esplosioni provocano qualcosa nelle nuvole. Forse  vero, forse no. Per piove parecchio. Le trincee
sono piene di fango. Non  piacevole. E poi il cibo fa schifo. Lo stufato  la cosa peggiore. Lo
scoprirete. E le esplosioni? Sono causate dai proiettili dei mortai o dalle bombe a mano, e possono fare
piuttosto male.
Mi ero risparmiato il meglio per dopo. Forse avrei dovuto dire 'il meglio per il meglio', perch 
s una ripetizione, ma trabocca di sarcasmo.
I proiettili dei mortai e le bombe a mano possono causare un buon numero di cose sgradevoli.
Strappare un braccio o una gamba. Anche staccare la testa. Durante un attacco - che non ebbe successo
- mi sono dovuto rintanare in una buca provocata da un'esplosione insieme a un ufficiale che aveva
perso la testa. Voglio dire, l'aveva persa fisicamente. Gli rimanevano solo brandelli insanguinati del
collo. Non un bello spettacolo. E lo shrapnel pu anche strapparvi le budella. Nel dirlo ripensai ad
Harold.
Poi mollai il colpo di grazia. I cadaveri, naturalmente, sono quasi tutti seppelliti in un terreno
dietro le trincee. Vengono ricoperti dalla pioggia e cos marciscono. Il fetore ... be', ragazzi, ve lo
lascio solo immaginare. Non molto piacevole. Non posso dire di averla apprezzata. Volete sapere
invece chi l'ha apprezzata? Forse avrei dovuto dire 'che cosa' l'ha apprezzata.
Feci una pausa a effetto.
I topi ripresi. Grossi. Grossi come gatti. Perch sono tanto grossi? Perch mangiano i corpi
dei soldati morti. Li mangiano sul serio. Se ne ingozzano. In particolare apprezzano gli occhi e il
fegato. E mentre banchettano con quei manicaretti prelibati non fanno che leccarsi le labbra. Magari
qui ho esagerato un po', ma quei tre idioti di contadini mi stavano facendo perdere la pazienza. E
volevo spaventarli un po'. Forse sarei riuscito a dissuaderli, anche se non era quella la mia intenzione.
Per...
 divertente sparare ai topi. Esplodono in modo magnifico. Per non bisogna ucciderli tutti,
perch quando gli schifosi crucchi stanno per scatenare un attacco loro ti avvisano prima. Forse non
dissi proprio cos, ma i miei ottantadue anni mi hanno un po' annebbiato i ricordi.
Per andai avanti. Profondamente compiaciuto (che meschina pulsione) delle loro ovvie
reazioni: bocche spalancate, occhi fissi e corpi irrigiditi.
Quando dico che 'ti avvisano' non intendo che i topi sanno parlare proseguii. Intendo che
scappano via prima che comincino gli attacchi. Quei piccoli bastardi devono avere capacit
medianiche. Per con loro ci si pu anche divertire. La guerra con i topi. Ci si tira addosso quelli morti,
ed  uno spasso vederli quando si spiaccicano contro la faccia dei nemici, se la mira  buona.
Un'altra pausa per sottolineare l'enfasi drammatica.
Non vi dir che l'unico odore sgradevole  quello dei cadaveri in decomposizione. No, c'
anche quello delle latrine... o, come li chiamavamo noi, dei pozzi di merda. Anche quello  piuttosto
antipatico. Per non parlare dell'odore persistente dei gas velenosi, dei sacchetti di sabbia che si
deteriorano, del fumo di sigari e sigarette, dei cibi che vengono cucinati. Tutti combinati in un unico,
spaventoso profumo di guerra. Dissi proprio cos: niente male per un ragazzo di diciotto anni.
Tutto qui? Non proprio ripresi. Non bisogna dimenticare i pidocchi. Depongono le uova
nelle cuciture delle divise. Bestiacce. Provocano il morbo della trincea. Un dolore insopportabile e una
febbre che porta alla morte. Poi, naturalmente, il fango e il freddo possono colpire i piedi. Si gonfiano e
diventano blu, e certe volte  necessario amputarli. Qualche altra cosa? No, ragazzi,  tutto qui. Buona
fortuna. Quanto a rane e lumache, cominciate pure a preoccuparvi.
Ignoro se poi si arruolarono o no. In quel momento, per, sapevo che la mia sparata aveva una
giustificazione. Non mi fece sentire meglio per Magda... o per Joe, ma almeno serv a scaricare un po'
della tensione accumulata.
Basta, come descrizione della guerra di trincea? Ve l'avevo detto che ci sarei tornato.
Soddisfatti?
11
Dopo quella sera venne gi una pioggia dritta che dur per tre giorni. Dritta? In realt non fu
mai dritta, n verticale n orizzontale. Sembrava sempre che piovesse ad angolo, perlopi verso destra.
E forte, dannatamente forte. Non riuscivo a dormire al piano di sopra per il rumore infernale che faceva
la pioggia sui mattoni del tetto. Ci provai, ma dopo la prima notte insonne scaraventai gi il
pagliericcio (umido, naturalmente). Al piano terra il rumore era appena pi sopportabile...
specialmente con mezzo fazzoletto infilato nelle orecchie.
Il problema era che, sistemato cos, avevo come l'impressione che si stesse svolgendo una festa
poco lontano, con voci, risate, oggetti sbattuti e musica in sottofondo. Dopo la seconda notte passata in
quel modo riuscii finalmente a dormire, stanco morto, nonostante la festa. Divertitevi, io dormo,
informai i lontani partecipanti, chiunque - o qualunque cosa - fossero. Non mi pass mai per la testa
che potessero essere le creature fatate. Non so bene che cosa pensassi, magari ero io che mi inventavo
tutto.
Tre giorni di pioggia incessante, insomma. Nel cielo e nel mio cervello. Ero depresso e tentai di
convincermi che era per via del cattivo tempo e dei postumi emotivi della mia filippica ai tre contadini,
ma non funzion. Sapevo benissimo di che si trattava. L'ammonimento probabilmente improvvido di
Joe aggiunto al mio gi robusto senso di colpa per come mi ero comportato con Magda. In che modo
l'avevo offesa? Semplicemente esitando a condividere il materasso con lei? Era stata una gaffe cos
brutta? Be', s. Altrimenti perch avrebbe cambiato umore in modo tanto repentino? Accidenti, mi dissi
alla fine. Le hai fatto del male, che lo volessi o no. Era tutto perduto? Probabilmente s. Quella donna
era troppo suscettibile.
Il mio esasperato senso di colpa si risolse in una visione. O pi verosimilmente in
un'allucinazione. Conoscevo un soldato che ne aveva avuta una, vedendo distintamente sua madre.
Cos distintamente che si arrampic fuori dalla trincea per abbracciarla dicendoci con un'allegra risata
quello che stava per fare. Si becc in piena testa la pallottola di un cecchino, povero idiota (aveva
diciassette anni e per arruolarsi aveva mentito sulla sua vera et). Magari era stato proprio Edward, mi
dissi. Che aveva visto Magda nella Terra di Nessuno, che gli sorrideva e gli tendeva le braccia.
Perch fu proprio quello che vidi una notte, risvegliandomi da un sonno pesante. Era l, in piedi
nella Terra di Nessuno (la villetta), che mi sorrideva e mi tendeva le braccia, e mi faceva cenno di
avvicinarmi. Immagino che la visione avrebbe dovuto terrorizzarmi. Non fu cosi Anche quando lei
svan e io capii che si era trattato di una semplice allucinazione, il ricordo mi scald l'anima.
Naturalmente non mi era apparsa per niente, di questo ero sicuro. Tuttavia la visione mi confort e mi
fece venire voglia di tornare da lei.
Seguirono tre giorni di sole che asciugarono la campagna. Decisi che era giunto il momento.
Rimediai degli abiti decenti, non rovinati dall'aria ancora umida della villetta, e mi avviai di nuovo
lungo il sentiero. Gi accarezzando con intenso piacere l'idea di rivedere quella bellissima donna.
Quando raggiunsi il sentiero che portava a casa di Magda, il mio piacere era degenerato in uno
stato di intenso disgusto nei confronti di me stesso. Mi ero lasciato convincere da un'evidente
allucinazione a mettere in atto quel piano assurdo. Era un'idea disgustosa. Proprio cos, ingenua e
disgustosa. Quasi quanto aver permesso che le parole di Joe mi influenzassero. Una strega? Una
vecchia megera con i denti guasti che si esprimeva con voce stridula, parlava con i gatti, indossava
vestiti neri e cappello a punta, e svolazzava su una scopa nutrendosi di bambini piccoli? Certo, proprio
una cosa sensata.
Una cosa insensata, invece. Lei era una donna sensibile che non aveva pi voglia di vedermi.
Ma come avevo fatto a prendere soltanto in considerazione un comportamento cos stupido? Le avevo
mancato di rispetto e lei non mi avrebbe lasciato entrare in casa. Ero stato uno sconsiderato solo a
pensarlo.
E allora che decisi di fare? La mia unica scusa  che avevo diciotto anni. Che altro ci si poteva
aspettare dal mio limitato bagaglio di conoscenze? Nulla di intelligente, anzi. Irritato con me stesso,
con il cervello in pappa, mi venne in mente di affrontare le creature fatate e di sputar loro negli
occhietti, di sfidare il loro dannato Regno di Mezzo. Ricordate una cosa: non credevo a una parola di
tutto questo. Le parole di Joe? Sciocchezze. Le parole di Magda? Sincere, ma illogiche. Statemi a
sentire, gente. Sapevo di essere uno stupido ma scelsi, con autentica, adolescenziale cocciutaggine, di
ignorare la mia calcolata stupidit e di 'tirare avanti', come amano dire i britannici. Cos feci.
E per poco non fu la mia fine.
Quando mi addentrai nei boschi fu con un misto di trepidazione e di spavalderia. Mentre
camminavo continuavo a ripetere il mio mantra subconscio: Sono tutte sciocchezze, sono tutte
sciocchezze. Tuttavia, in qualche recesso del mio cervello, c'era un diavoletto irrazionale che mi
assillava con l'invariabile domanda: 'Tu che ne sai?' Infatti non lo sapevo. Era quello il problema.
Perci quando sembr esserci uno strano fremito delle foglie degli alberi reagii subito cominciando a
tremare anch'io. Oh, piantala! reagii con violenza.  un dannato vento in mezzo ai dannati alberi.
C' una spiegazione per l'improvviso piegarsi delle foglie d'erba proprio davanti a me? Certo
che c'!, mi dissi, testardo come un somaro. Una spiegazione naturale, niente di pi. Proseguii
sforzandomi di ignorare il repentino senso di gelo che provavo. Era la pelle d'oca, che mi stava
risalendo lungo le braccia? No! Cio, s. Cominciava a fare un po' freddo. Maggio, Inghilterra del nord:
il clima  imprevedibile. S, certo. Tutto si spiegava. Ebbi voglia di ridere di tutte quelle stupide
superstizioni. Ridacchiai, mentre afferravo un insetto che mi strisciava fra i capelli. Un insetto che non
c'era. Poi un secondo. Che non c'era. Semplice nervosismo, mi dissi. Il corpo ovviamente connesso a...
a che cosa, al cranio? Be', al sistema nervoso. Proprio cos. Che ora ? Dovrei comprarmi un orologio.
Magari mi trovavo l da ore. Era cos?
Vi fu un movimento rapido e improvviso sulla destra. Mi voltai cos velocemente per guardare
che sentii uno scricchiolio doloroso al collo. Non c'era niente. Una creatura fatata che era passata di
corsa? Non essere sciocco. Magari uno scoiattolo. Un coniglio. Calmati, White.
Uno scintillio luminoso intorno a me. Reale? O ancora dovuto al nervosismo? Ma non potrebbe
essere un'allucinazione? Perch no? Rabbrividii. Qualcuno mi stava osservando. I boschi mi stavano
osservando. No, Alex, non essere ridicolo. I boschi non hanno occhi. Calmati.
Poi mi sembr di sentire quella gente che festeggiava, in lontananza. Gli stessi suoni: parlottii,
canti, sbattimenti di oggetti. Questo s, era inquietante. No, dannazione! Non ho sentito altro che
l'eccitazione del mio cervello. Non lasciare che ti innervosisca, vecchio White.
Ah. Un'altra persona. Una vecchia che porta un cesto, con uno scialle nero sulle spalle. Senta
chiamai. Lei...?
Le parole mi si congelarono in bocca. La vecchia era sparita. Non intendo dire che si era
nascosta dietro un albero o qualcosa del genere. Intendo dire scomparsa. Svanita.
 ora di andare, mi consigliai 'con calma' da solo. Feci per girarmi. Ma non ci riuscii. Avevo le
gambe come incollate, non riuscivo a muoverle. Sopra di me il fogliame cominci a frusciare. Con
violenza. E non c'era vento. Nemmeno un po'. Le foglie degli alberi, i ramoscelli e anche i rami pi
grossi sferzavano violentemente l'aria in completa assenza di vento.
Fu in quel momento che, cedendo alla paura, mi misi a singhiozzare. Forte.
Poi urlai, confuso e terrorizzato, mentre una mano robusta mi afferrava il braccio sinistro e mi
strattonava all'indietro.
Magda.
Venga fu tutto ci che disse.
All'improvviso mi fece girare e corremmo via attraverso i boschi, con la sua mano ancora
dolorosamente aggrappata al mio braccio. Mentre correva senza dire una parola tir fuori qualcosa
dalla tasca del vestito e allungandosi verso di me la lasci cadere nella tasca destra della mia giacca.
Non avevo idea di che cosa fosse. Che cos'? le domandai. Gi senza fiato.
Continui a correre si limit a dire.
Sentii un misto di sollievo e gratitudine riempirmi l'anima. Ero di nuovo con lei, e lei mi stava
salvando. Da che cosa? Adesso non avevo pi dubbi, e il mio mantra era finito in frantumi. Qualunque
cosa fosse, c'era indubitabilmente qualcosa in quei boschi. Qualcosa di pericoloso. E Magda mi stava
salvando da quel qualcosa, poverina. Una strega? Per quanto m'interessava poteva essere anche la
sorella di Satana.
Adesso, sempre mentre correvamo, stava facendo un'altra cosa. Correvamo come forsennati...
Quei dannati nanetti sembravano avermi attirato un bel po' lontano dal sentiero. Perplesso e sorpreso
vidi che, a ogni lungo passo che faceva, gettava fiori bianchi sui due lati. Non le chiesi perch lo
facesse. Ero sicuro che ci fosse un motivo.
In quel momento cominciai a notare (dovevo essere stato sordo per non sentirlo prima) un
rumore fragoroso che aumentava d'intensit, pi o meno come quello provocato da un branco di
elefanti che schiacciassero una piantagione di bamb. Provai il forte desiderio di voltarmi per vedere
che cosa fosse, ma il buon senso mi dissuase. Pensai che lei non me lo avrebbe permesso. Cos,
inorridito, quasi senza fiato e con un dolore terribile al fianco e alla gamba (a quei tempi non c'era
ancora l'abitudine di mettere i punti) continuai a correre, in parte grazie alla mia forza di volont, ma
prevalentemente grazie agli strattoni robusti di colei che mi correva accanto e che mi stava salvando.
Quando alla fine raggiungemmo il sentiero crollai come un sacco, senza pi energie nelle
gambe. Magda emise un debole suono allarmato, e cerc di sorreggermi, ma fu inutile. Mi accasciai su
un ginocchio, poi sull'altro e dopo un momento mi ritrovai a quattro zampe, con i palmi appoggiati sul
terreno nel tentativo di non stramazzare del tutto. Guardai su, con la vista offuscata dalle vertigini.
Accidenti farfugliai.
Si sente strano. Non lo domand, lo afferm.
Molto strano annuii, sicuro che la mia testa si sarebbe staccata dal corpo se lo avessi fatto con
troppa violenza. Non mi sono mai sentito cos prima d'ora.
Lo so disse lei. Come fa a saperlo?, mi domandai.
Tentai di alzarmi, ma non ci riuscii. Rimasi piegato a terra. Che  successo? chiesi,
aspettandomi una semplice risposta che spazzasse via l'obnubilamento dei miei sensi.
Non la ebbi. Lei ha fatto una cosa sciocca mi disse Magda.
Eccola l. La verifica preventiva di ci che non volevo accettare. Eh? mormorai, facendo
ulteriormente la figura dello stupido.
Ha sentito benissimo disse lei. Credeva che loro si lasciassero sfidare?
Loro, pensai. La stessa parola mi fece rabbrividire. Emisi un sospiro tremante. Allora esistono
per davvero ammisi, e in quel momento la mia vita cambi... anche se io non lo sapevo.
Ma certo che esistono disse Magda. Quell'uomo... quello che le aveva riparato il tetto, non
l'aveva avvisata?
Dovetti riconoscerlo. S.
Ma lei lo ha ignorato. Perch? mi chiese.
Non potevo dirglielo. Ecco, vede, mi ha detto che lei  una strega e questo mi ha fatto
arrabbiare. Certo. Una risposta perfetta. Se mi avesse chiesto ulteriori spiegazioni le avrei risposto che
ero cos sconvolto per quanto avevo detto a quei tre contadini da non riuscire a pensare con lucidit.
Non un gran che, come giustificazione, ma pur sempre meglio di quella di prima.
Perci tutto quello che dissi fu: Non lo so. Non stavo ragionando, tutto qui.
Lei rimase in silenzio e questo mi fece venire voglia di parlare. Ho visto una vecchia le dissi.
Non era reale replic lei.  uno dei loro trucchi. L'avevo messa in guardia da questo.
(Davvero? Non me lo ricordavo.) Il suo tono era materno e a dispetto di tutto mi fece squillare un
campanello. Sentii i miei sensi all'erta. Se ne accorse anche lei.
Mi guard, sempre in silenzio, e io provai un forte senso di colpa, ma non dissi nulla. Non mi
venne in mente alcun commento ragionevole. Non guardarmi cos, pensai. Ero sicuro che lei non si
fosse bevuta la mia storiella sul perch mi ero addentrato nei boschi. O quantomeno sapeva che non le
avevo detto tutta la verit.
Alla fine (mi sembr che passasse un tempo lunghissimo) mi chiese: Pensa di farcela fino a
casa?
Fino a casa? Dovevo essere ancora stordito da quell'orribile incidente, perch non riuscii a
capire il senso di quella frase. La fissai a bocca aperta. Farfugliai qualcosa, poi pian piano mi divenne
chiara. Be', quasi. Non ne sono sicuro dissi.  piuttosto lontana.
No, non  lontana mi contraddisse lei. Pu farcela. Farcela? Arrivarci! Certo, naturalmente.
Ma  lontana, pensai.
Venga mi disse dolcemente.  solo alla fine del sentiero.
Solo allora mi resi conto che si riferiva a casa sua. Un'ondata di ulteriore gratitudine mi si
rivers per le ossa. Non intendeva se ce l'avrei fatta fino alla mia villetta. Generosamente mi stava
invitando di nuovo a casa sua. Sia sempre benedetto il buon Dio, come diceva il piccolo Tim del
racconto di Dickens. O qualcosa del genere.
12
A quel punto l'attacco di vertigini era passato e decisi che potevo rimettermi in piedi. Magda mi
aiut a farlo. Quando poggiai il peso sulla gamba sinistra sibilai per il dolore. Che c', caro? mi
chiese lei. L'ansia nella sua voce era musica per le mie orecchie. La ferita di guerra risposi, tentando
di suonare comicamente melodrammatico, ma senza riuscirci. Che le  successo? mi domand,
preoccupata. Le raccontai dell'esplosione della bomba nella trincea, senza per citare la ferita ancor pi
orribile che aveva ucciso Harold Lightfoot. Le lasciai credere che fossi stato colpito solo io e mi gustai
quell'espressione di sofferta partecipazione che si dipinse sulla sua faccia. Povero tesoro, dev'essere
stato terribilmente doloroso. Lasci che l'aiuti ad arrivare a casa.
Mi prese di nuovo per il braccio sinistro e port quello destro alla mia vita mentre seguivamo il
sentiero che portava a casa sua. Confesso (con mia grande vergogna) che probabilmente zoppicai pi
del necessario. Ma avevo diciotto anni, gente, ed ero appena uscito da un'esperienza spaventosa. E poi
la mia compagna era una magnifica donna dai capelli rossi che trasudava compassione. E cos ne
approfittai, da quel ragazzotto che ero.
Qual  il vero motivo per cui  entrato nei boschi? mi chiese. Gi cominciava a sospettare
della mia spiegazione iniziale?
Le fornii la risposta numero due... quella del terzetto di contadini. Va bene, non erano fratelli
fra loro, ma le dissi che lo erano, allarmandomi subito all'idea che lei potesse scoprire il mio patetico
bluff. Lo feci lo stesso, per, godendomi ancora una volta quel momento. Non dovetti nemmeno
sforzarmi troppo. Quanto avevo raccontato a quei tre era stato accurato. Esposto in forma brutale, ma
accurato. La reazione di Magda fu forte. Oh, basta cos disse quasi implorandomi. Mi resi conto
mentre lo diceva che probabilmente le mie parole avevano fatto riemergere il ricordo traumatico di suo
figlio e di ci che poteva aver sofferto in trincea.
Per cambiare argomento infilai la mano nella tasca destra della giacca - mentre lo facevo sfiorai
la sua - e vi frugai dentro. Le mie dita toccarono l'oggetto, morbido e all'apparenza rotondo. Lo tirai
fuori e lo guardai. Un fiore, bianco. Che cos'? chiesi. Per semplice curiosit.
Magda si ferm cos di scatto che per poco non incespicai. L'espressione sul suo viso era
indecifrabile (bella parola, questa). Ero stato nuovamente inopportuno? Avevo detto nuovamente
qualcosa che non avrei dovuto dire? Com'era possibile?
L'ho trovato nella tasca della giacca credo di averle detto a mo' di spiegazione. Ce l'ha
messo lei mentre correvamo. Non giustificava la mia domanda, ma fu il meglio che seppi fare.
E perch crede che l'abbia fatto? mi domand lei. Mi interrogai sulla sua reazione. Era giunta
alla conclusione che in qualche modo mi stessi prendendo gioco di lei. Prendermi gioco di lei? Ma
nemmeno per sogno. Probabilmente mi aveva salvato la vita, perch mai mi sarei dovuto sognare di...
No, impossibile.
Ecco risposi, avvertendo ci che si aspettava che dicessi. Una specie di protezione.
Questo la fece rilassare. S disse.  proprio cos. Provai un tale sollievo che quasi non
sentii ci che disse dopo. Qualcosa a proposito di una primula... era quello, il fiore. Qualcosa sul fatto
che le creature fatate (ancora quelle dannate parole) amano a tal punto le primule da convincerla che si
sarebbero fermate a raccoglierle. Cosa che evidentemente era successa. Basta questo? ricordo di aver
chiesto. A livello inconscio avevo gi accettato la spiegazione. Lei mi aveva salvato... da che cosa?
Non osai prendere in considerazione le possibilit.
Esiste una gran variet di piante e fiori che amano molto e da cui sono attratte mi spieg
Magda mentre proseguivamo verso casa sua, con me che zoppicavo vistosamente, questa volta non per
fare scena ma perch sentivo un male cane. Magda interruppe la sua spiegazione per commiserarmi.
Povero caro mormor.  la ferita, vero?
S dissi.
Provai un'altra ondata di caldo sollievo quando Magda mi baci sulla guancia e mi disse:
Penser a lei quando saremo arrivati a casa. Per poco non desiderai che il prato fosse pi ampio. Mi
sentivo confortato dal suo braccio attorno alla mia vita, dalla sua mano calda sul mio braccio, dalla sua
stessa presenza. Quali altre piante e fiori? le chiesi, tanto per prolungare quel momento.
Il vischio, la digitale purpurea e la stella di Natale sono molto popolari tra le creature fatate.
Mentre continuava l'elenco, la parola 'vischio' mi fece ridacchiare. Lei mi guard con sospetto finch
non le spiegai che da noi si usava in occasione delle feste natalizie. Magda sorrise e riprese a
enumerare diversi alberi, anch'essi popolari fra gli abitanti del Regno di Mezzo, in particolare la
betulla, il salice, la quercia e il sorbo rosso.
Stava cominciando a spiegarmi quali pietre lucenti amano le creature fatate, e che la loro pietra
preferita, quella sacra per eccellenza,  lo smeraldo verde. Naturalmente non potrei servirmene per
rallentare il loro inseguimento disse con un filo di contenuto divertimento sulle labbra: labbra che
all'improvviso (ma come avevo fatto a non accorgermene prima?) mi apparvero piene, da baciare,
anche se dubito che in quel momento mi sia passata per la testa l'idea di baciare Magda. No, fu solo
un'osservazione generica, credo.
In ogni caso ho divagato troppo. Giungemmo a casa sua e Magda mi aiut a entrare. Prima di
farlo, tuttavia, chiesi: Che mi dice dell'acqua? Anche quella  una protezione? Adesso mi resi conto
in pieno di essere del tutto dipendente da lei. Non so se lo sapesse anche lei (probabilmente s), ma la
sua unica reazione fu un leggero sorriso. Proprio cos disse.
E le foglie secche sulla porta? chiesi ancora.
Adesso sta esagerando mi disse.
Trasalii. Lo sapeva, naturalmente. Mi scusi dissi. Era cos.
Magda richiuse la porta e per un momento il buio dell'interno mi suscit un senso di disagio.
Dovetti subito ricordare a me stesso che Magda mi aveva appena salvato - non potevo negarlo - 'nel
momento cruciale', come avrebbe detto il signor Churchill.
Poi la mia vista si mise a fuoco e riconobbi la stanza familiare, soprattutto il ritratto di Edward
illuminato dalle candele che sorrideva placidamente da sopra il caminetto.
Adesso la gamba e il fianco mi facevano davvero male e Magda, senza dire una parola, mi aiut
ad attraversare la stanza, oltre gli scaffali di libri alti fino al soffitto. Non mi ha portato in camera da
letto, pensai. Semplicemente non ero preparato per quello, anche se mi sembr che avesse intenzione di
farlo, tanto perch potessi riposare un poco.
Invece mi accompagn in cucina.
Fui affascinato, ma non stupito da come si presentava l'ambiente. Era calda e invitante quanto
Magda, rivestita perlopi con pannelli di legno dalla trama delicata e con il soffitto dipinto di un giallo
pallido. Sulla parete pi lontana rispetto a me c'era la stufa di ghisa e degli utensili scuri che pendevano
da sbarre situate sopra di essa, tre sulla sinistra e due sulla destra. La stufa era incassata dentro una
muratura a mattoni neri (per il calore e le fiamme del fuoco che si sprigionavano da sotto, immaginai).
In quel momento si vedevano solo pochi carboni ardenti sul fondo. Sulla sinistra della stufa c'era la
porta di un forno con uno straccio appeso alla maniglia... o al pomello, non so bene come si dica.
In mezzo alla stanza c'era quello che sembrava - e infatti era - un vecchio tavolo di quercia, con
una sedia (di quercia) incastrata sotto e una grossa lanterna con una candela dentro appesa al di sopra,
cos vicina al soffitto che il fumo della candela aveva creato una chiazza nera.
Magda mi accompagn verso una grossa poltrona di quercia sistemata sulla destra della stufa.
Mi disse in seguito che era antica, e che era volutamente cos grossa per potercisi accomodare con le
ampie gonne a crinolina. Mi aiut a sedermi, e mentre lo facevo la fitta al fianco e alla gamba si
accentu di molto, e io emisi un leggero, involontario grido di dolore. Oh, tesoro esclam Magda,
ovviamente preoccupata.
Mi passer dissi. Infatti la fitta si stava gi alleggerendo.
Lei  molto coraggioso mi disse. Spero che Edward sia riuscito a sopportare il dolore come
riesce a fare lei.
E se fosse stato ucciso sul colpo? Quel pensiero crudele mi attravers il cervello, ma grazie al
cielo non lo espressi a voce alta. Riuscii a dire solo: Sono sicuro che  cos.
Magda rimase a fissarmi per quello che mi sembr un tempo lunghissimo, nuovamente con
quell'espressione indecifrabile (questa parola mi piace proprio). Lei gli assomiglia mi disse e poi si
volt con tale velocit da far frusciare la lunga gonna e and verso un armadietto appeso alla parete, lo
apr e prese alcuni recipienti di terracotta, due tazze, due piattini e una scatola di biscotti. In quel
momento la vidi come una normalissima donna di casa (mi ricord quella madre che avevo perso
troppo presto) e sentii che dovevo assolutamente sapere. Signora Variel cominciai.
Magda, prego mi corresse amabilmente mentre sistemava sulla stufa una gigantesca teiera,
controllandone soddisfatta il livello dell'acqua.
Mi feci coraggio, diciamo pure che chiamai a raccolta tutta la forza dei miei lombi mentali.
Che c', Alex? mi chiese. Avrei preferito che mi chiamasse 'mio caro' o 'tesoro', ma non c'era
tempo per delusioni cos irrilevanti.
Magda dissi.
S, caro, che c'?
Dovevo chiederglielo, anche se era imbarazzante. Quello che mi ha aggiustato il tetto... dissi.
Joe, s, mi ricordo disse lei.
Poi attese. Oddio, avrei voluto non avere mai iniziato quel discorso, protest il mio cervello.
Che c', tesoro? chiese Magda. Adesso mi aveva chiamato tesoro. E quello rendeva le cose
peggiori.
Lingua legata  una descrizione calzante. Ma io ce l'avevo annodata. Riuscivo solo a fissarla
senza dire una parola.
Che mi dice di Joe? domand. In modo cos dannatamente allusivo che avrei preferito essere
inghiottito da un gigantesco buco in quella stessa cucina.
Alex, che c'? mi chiese Magda. Adesso sembrava allarmata.
Le parole mi uscirono tutte insieme. Ha detto che lei  una strega.
Magda rimase in piedi davanti alla poltrona e mi guard con quella che potrei descrivere solo
come un'espressione di fissit. Rabbia? Sgomento? Non potevo dirlo. Alla fine parl. Lo vuole
ripetere? mi domand. Ma fu davvero una domanda? Forse voleva semplicemente sentirlo di nuovo.
Ma perch? Se era una strega mi avrebbe disintegrato (espressione gergale del 1982) con un fulmine?
Seppi che dovevo ripetere ci che avevo detto. La feci, ma cos piano che lei non sent la mia
voce. Mi irrigidii, e questo torn ad acuire il dolore all'anca e alla gamba, facendomi sussultare. Sperai
non pensasse che cercavo di essere coccolato (altra espressione un po' anacronistica) mentre ripetevo le
parole, lentamente e distintamente. Era inutile tentare di nasconderle. Erano ci che erano. Ha detto
che lei  una strega.
Di nuovo quell'espressione fissa. Poi Magda si gir e si diresse verso un'altra poltrona di
quercia, senza braccioli, sulla sinistra del caminetto. Il rumore stridente che fecero i piedi della poltrona
mentre la spostava accanto alla mia mi fece nuovamente trasalire (quel pomeriggio ero decisamente
portato al sussulto).
Dopo averla sistemata si mise a sedere. Sa farlo in modo davvero grazioso, mi pass per la
testa... vero, ma non esattamente pertinente.
Alex cominci.
Oh, Cristo, non farmi la predica. Il mio cervello si ribell all'istante. Il capitano Bradford Smith
White, della marina degli Stati Uniti, cominciava fin troppe prediche pronunciando il mio nome in
quello stesso tono di voce.
Che c'? mi sentii rispondere rabbiosamente, non a lei ma a mio padre.
Cerchiamo di non essere truculenti disse lei.
Almeno il capitano non aveva mai usato quella parola. Dubito anche che la conoscesse.
Controllai la mia reazione istintiva ricordandomi che con ogni probabilit quella donna mi
aveva salvato la vita. Mi dispiace farfugliai. Mi dispiaceva, infatti, ma dalla mia voce non sembr
cos.
Cos va meglio disse Magda. Immagino di essere ci che le ha detto quell'uomo, almeno per
come lo interpreta lui. Per lui sono una strega.  vero, lo sono.
Rabbrividii con tale violenza sulla grossa poltrona (e il mio brivido fu assai pi grosso) che
scricchiol sotto di me.
Magda fu divertita dalla mia reazione. Alex, Alex mi disse. Che diavolo pensa che sia una
strega? E poi devo dirglielo,  una parola che non mi piace. Evoca immagini grottesche. Non  questo
che ha reso pi guardingo il suo comportamento, dopo che lo ha sentito dire da quell'uomo?
Dovetti riconoscere che era proprio cos. Vecchie megere con i cappelli a cono che parlavano
con i gatti neri. Le sue parole avevano un fondo di verit. Ma non abbastanza.
Non ne  sicuro, vero? disse Magda. Lei pensa ancora che io sia qualcosa di cui avere paura.
E infatti adesso ha paura. E sono contenta che abbia avuto paura del piccolo popolo. Di loro c' da
avere paura. Di me no. Non lo capisce?
Le sue parole - e la voce - erano cos convincenti che quasi mi dimenticai dell'apprensione che
provavo nei suoi riguardi. Ma non completamente. C'era pur sempre molto di lei che sfuggiva alla mia
comprensione. (Apprensione, comprensione: se Black avesse scritto poesia e avrebbe potuto usare
queste due parole per far rima.)
Lasci che le dica che cos' una strega, come la chiama lei mi disse Magda.
Continu spiegandomi che la cosiddetta stregoneria era una religione ( davvero una
religione sottoline) che si chiama Wicca, forma femminile dell'antico termine 'wicce', cio witch
(strega). Un culto di dimensioni ragguardevoli, con numerosi adepti (anche se, per quanto ne sapeva,
lei era l'unica a Gatford). In comune con molte altre religioni, la Wicca considera l'adorazione il suo
obbiettivo primario.  un culto a carattere prevalentemente matriarcale, con un'alta sacerdotessa. Non
io, ma una persona molto pi grande precis Magda, senza per specificare chi fosse.  rispettata
come la Regina del Paradiso, e i suoi simboli sono la luna e le stelle.
La Wicca affermava la responsabilit verso la natura e cercava di vivere in armonia con
l'ambiente. Non accettava il concetto di soprannaturale, ritenendo che il potere fosse naturalmente
disponibile. Riconosceva i mondi esterni e quelli interni, e l'interazione fra loro. Mi disse anche altre
cose che non sono in grado di ricordare. La Wicca era (?) di fondo un culto della fertilit, e le sue
festivit sono legate alle stagioni.
Quasi tutti gli adepti si incontrano in certe date mi disse Magda. L'equinozio di primavera, il
solstizio d'estate, l'equinozio d'autunno. Quando posso partecipo anch'io. Il pi delle volte la mia
adorazione la faccio da sola. Una volta ho tentato di formare una congrega (un'unit di lavoro, mi
spieg poi), ma non funzion. Gli altri erano spaventati dalla mia vicinanza al Regno di Mezzo e
pensavano che fosse dannoso per la religione.
E lo ? chiesi, nel tentativo di rendermi pi partecipe.
Magda sorrise. Io credo di no. Ma io sono quella che si potrebbe definire una micce dilettante.
Vado per la mia strada.
Cominciai a tossire mentre mi schiarivo la gola. E la magia? le chiesi.
Lei mi guard con una curiosa espressione sul volto. Magia? mi domand a sua volta.
Perch me lo chiede?
Mi sentii di nuovo goffo e imbarazzato. Perch le avevo fatto quella domanda? Ero troppo
eccitabile? O semplicemente stupido? Non c'era modo di saperlo.
Ecco... dissi con voce tremante pensavo solo che...
Che le streghe esercitassero la magia? mi interruppe, poi continu senza aspettare una
risposta. Io no. Non lo faccio quasi mai. Ogni tanto pratico un rituale durante il quale si manifesta
quella che lei potrebbe chiamare magia. Ma niente di pi. Altre domande?
Sapevo che si stava innervosendo con me, ma c'era un'altra domanda che mi premeva nella
mente (nel cervello). Perch  diventata una strega? le chiesi, affrettandomi ad aggiungere: Volevo
dire una micce. Sperai di averlo pronunciato bene.
Lei mi fiss in silenzio e io mi domandai se mi avrebbe risposto. Oppure le avevo rivolto
l'ennesima domanda offensiva?
Ero una luterana disse. Quasi tutti gli scandinavi lo sono.  scandinava?, pensai. Non ne
aveva l'aspetto. Lo era mio padre. Mia madre era inglese mi spieg. Si trasferirono nell'Inghilterra
del nord quando avevo tre anni... non ho mai saputo perch. Ero credente e andavo in chiesa con mio
marito e con Edward. Poi mio marito rimase ucciso, e quindi rimase ucciso Edward. Ne fui
completamente annientata. La religione non mi dava pi conforto. Abbandonai la chiesa e per un po'
vissi senza religione. In quel periodo cercai sollievo nella natura, e quando mi resi conto che la Wicca
era una fede orientata verso la natura l'abbracciai... sei mesi fa. Adesso  soddisfatto? O ai suoi occhi
sono sempre una creatura minacciosa?
Ero a corto di parole. Provavo solo vergogna per aver messo in dubbio quella che era invece
una natura dolce e gentile. Riuscii solo a mormorare, mortificato: Mi perdoni.
Oh, caro Ogni impazienza scomparve dalla sua voce e dal suo portamento. Come successe
non lo so, ma tutto a un tratto fu in ginocchio davanti a me, con le braccia che stringevano forte il mio
corpo. Grazie, tesoro. Grazie disse in un sussurro.
Forse fu in quel momento che m'innamorai di Magda Variel, la mia splendida strega dai capelli
rossi.
Errore.
13
Lasciate che questo diventi il quattordicesimo capitolo. Tredici  un problema provato (mi piace
questa combinazione) come numero. Accertatevene voi stessi, non sar difficile. Per esempio, nei
palazzi alti non esiste un tredicesimo piano.
E io faccio lo stesso con il mio palazzo scritto... vorrei dire con il mio grattacielo scritto, ma
purtroppo non posso. Non ci sar un tredicesimo piano.
14
Mi trasferii da Magda subito dopo quella fuga precipitosa dalle creature fatate. Non vi fu
coinvolgimento amoroso. Questo mi sorprese (anzi, in tutta onest, mi lasci un po' contrariato). Ma
non potevo permettermi un approccio romantico con la mia nuova madre. Perch sembrava proprio
avere assunto quel ruolo.
Dovetti tenermi la Villetta della serenit (che ironia di nome) per altri tre mesi. Li avevo pagati
in anticipo e il mio padrone di casa non aveva intenzione di restituirmi i soldi. Cos mi ritrovai a
disporre di una casa in affitto, oltre a quella con Magda. Un imprenditore a diciotto anni. Niente male.
La prima accoglienza che Magda mi offr fu quella di praticare un rituale chiamato 'tirar gi la
Luna'.
Non so bene perch lo fece. Per rassicurarmi che la Wicca era benevola? Per darmi una
dimostrazione della genuina magia della Wicca? Per abituarmi al suo stile di vita?
No. Aveva qualcosa di assai pi memorabile da 'esemplificare', come dicono nell'Inghilterra del
nord. Volete che mi esprima in modo pi semplice? Allora diciamo qualcosa di assai pi notevole da
dimostrare, da provare.
Avvenne in una notte di luna piena. Il massimo del potere, mi spieg Magda, si poteva ottenere
quando tutti i partecipanti erano senza vestiti, ma dal momento che ci conoscevamo da poco scelse di
omettere questo aspetto del rituale. In seguito avrebbe tentato di caricare l'atmosfera indossando una
veste di seta sottile e leggera, preferendo il decoro al dinamismo. Scelse anche di danzare da sola dal
momento che, essendo un novizio, avrei senza dubbio rovinato la procedura. Non disse rovinato,
naturalmente, alludendo solo a una possibile mitigazione del rituale. Comunque non potevo farci
niente. Ricordo di esserci rimasto male. Anche sotto il suo abbigliamento abitualmente impenetrabile
(non che, lo giuro, abbia mai fatto il minimo tentativo di irromperlo. Si potr dire? Ne dubito) vedevo
benissimo che il suo profilo era sontuoso. Non saprei trovare un termine pi calzante.
Il rituale ebbe inizio. Illuminazione soffusa: solo un numero limitato di candele. Incenso ed altre
erbe che bruciavano permeavano l'aria di una nebbiolina esotica e profumata. Il calore del caminetto
portava la temperatura a valori quasi tropicali.
Magda si piegava e si dimenava in una danza cerimoniale. Io ero ben deciso a non guardare il
suo corpo. Pi o meno la mia mente ci riusc, ma gli occhi e l'inguine ebbero meno successo. La sua
figura era (per gli di del cielo e dell'inferno) assolutamente sontuosa, i suoi seni (confesso di averli
fissati a bocca spalancata) prossimi all'immensit. Lo stomaco ovoidale e bianco come il latte. A parte
il triangolo scuro fra le lunghe gambe sempre in movimento, giuro che non feci il minimo tentativo
(be', solo qualcuno) di guardare.
Non so se vi ho detto (no, non ve l'ho detto) che per tutta la durata della danza l'appetitosa
Magda (effettivamente sembrava diventare pi bella a ogni secondo che passava) inton un canto
sottovoce. La melodia era orecchiabile, ma le parole (se posso definirle cos) erano in latino... almeno
credo che fossero in latino. Ne rimasi totalmente affascinato, prigioniero di un incantesimo crescente.
Forse era la luminosit bassa e tremolante, forse il volteggio flessuoso (bell'abbinamento) del suo
corpo, o forse solo per i polmoni riempiti dal fumo delle erbe che bruciavano.
Qualunque cosa fosse, il miracolo ebbe inizio.
...
Sono sicuro che tutti voi conosciate il significato dell'espressione 'dare elettricit'. Lo conoscete
di certo. Al giorno d'oggi significa semplicemente azionare un interruttore a parete per accendere una
lampadina.
Ma nel 1918 le cose erano diverse. Elettricit aveva lo stesso significato che stufa a gas per un
eschimese. Io per sapevo che esisteva Tom Swift e il suo cane elettrico. (NOTA: Tom Swift  il protagonista di una serie di romanzi fantastici per ragazzi. Lo invent nel 1910 lo scrittore Edward Stratemeyer, che ne scrisse anche un certo numero e che poi affid a diversi ghost-writers il compito di portare avanti la saga. L'ultimo  libro  addirittura del 2007. Ma non ne esiste uno con questo titolo, che infatti il protagonista definisce inventato, ma in molti vi si parla di elettricit. FINE NOTA.). Questo titolo me lo sono inventato io, ma avevo letto che a bordo del Titanic c'erano le luci elettriche e sapevo pi o meno che
cosa si intendesse con elettricit, anche se non ne avevo mai avuto esperienza diretta.  qui che voglio
arrivare. E quella sera non avevo la minima idea di ci che stava succedendo. Non ne sono sicuro
nemmeno adesso. So solo che deve essere stata l'elettricit. Per forza.
All'inizio un leggero pizzicorino. Non posso descriverlo in modo migliore. Avete mai provato
l'agopuntura? In tal caso saprete che agli aghi sono collegati dei sottili cavi a loro volta collegati a un
congegno elettrico, un qualche tipo di batteria, credo. La sensazione - che provavo sulla gamba e sul
fianco - fu quella di una leggera scarica intermittente: un pizzicorino, appunto, per tornare a quella
parola che rende l'idea in modo pi esplicito. Non la si poteva definire piacevole, n dolorosa.
Soprattutto perch era tutta localizzata nella zona in cui ero stato ferito dallo scoppio della bomba.
Sentivo - ne ero certo - che era una cosa voluta. Era evidente che il rituale di Magda mi stava guarendo.
Ve l'ho gi detto? Probabilmente no,  un bel po' che non scrivo un libro coerente... Eros a
mezzanotte, se ricordo bene. Insomma, nel caso non ve ne avessi parlato, prima che cominciasse il
rituale Magda si era fatta un bagno lungo pi di un'ora. Le candele che aveva acceso erano grosse, di un
rosso scuro: cinque in tutto. Si era avvolta in un pesante mantello scarlatto e poi se lo era tolto,
rimanendo con quella veste quasi trasparente. Aveva i capelli legati stretti attorno alla testa. Niente
trucco sulla faccia, nemmeno un filo di rossetto. Purezza? Non potrei giurarci, ma mi sembra la
spiegazione pi logica.
Ma torniamo al miracolo. Subito dopo la gamba e il fianco divennero insensibili. Poi, sempre
all'interno di quello stato di insensibilit, sentii come se delle minuscole dita manipolassero nervi e
tendini, ritoccando un'arteria o facendo pressione su un osso per rimetterlo a posto. Intorpidito com'ero
non sentii dolore. Fu al contrario un'esperienza bizzarra. Ve lo garantisco, diversa da qualsiasi altra
esperienza avessi mai provato. Dur meno di cinque minuti, a occhio e croce. In quel tempo Magda
rimase immobile, con le braccia protese verso di me, puntandomi addosso una bacchetta di nocciolo.
Sapevo ci che stava succedendo, ma non riuscivo a capire in che modo succedesse.
Poi torn la sensibilit alla gamba e al fianco, e con essa un minuto di nuovo dolore (leggero).
Fu una guarigione cosmica? Anche stavolta non vi aspettate da me una risposta. Non ne ho. Tutto ci
che ricordo  quel breve momento di dolore che cessava e poi l'incredibile sensazione che la mia ferita
non mi avrebbe pi afflitto. Anzi, era come se la ferita non ci fosse pi... In seguito, quando mi guardai
quella zona del corpo, a parte qualche piccola cicatrice ancora visibile, non c'era pi nessuna evidenza
che la mia carne fosse stata squarciata dall'esplosione di una bomba.
Come descrivere l'emozione che provavo nei confronti di Magda? Mentre la guardavo
attraverso un velo di lacrime vidi che stava spegnendo le candele rosse, l'incenso, le erbe. Torn a
indossare il mantello scarlatto. E mentre lo faceva ricordo di aver provato una sorta di tremito fisico,
quando momentaneamente mi disvel tutta la voluttuosit del suo corpo. Ero al di l di ogni
sensazione, pi che altro soffuso di una tale devota gratitudine che scoppiai a piangere. Di una felicit
che non riuscivo a trattenere. Grazie riuscii a dire prima che la mia voce si perdesse in un torrente di
singhiozzi.
Oh, caro mormor lei, avvicinandosi al punto in cui ero seduto. Feci del mio meglio per
alzarmi e andarle incontro, ma le mie gambe non erano semplicemente ancora pronte a farlo. Non per
via del dolore, ma perch quel senso di appassionata gratitudine mi aveva prosciugato di ogni energia,
escluso - e non poteva essere altrimenti il cuore.
Magda si accorse che stavo per cadere e mi sorresse. Io mi aggrappai a lei con entrambe le
braccia, mi feci forte del suo calore. Grazie, grazie potei solo ripetere, prima che un pianto dirotto mi
travolgesse di nuovo.
Tesoro, sono cos felice mormor lei baciandomi sulle guance e, una volta sola, sulle labbra.
Non reagii a quello, cos emotivamente coinvolto che in me c'era solo amore riconoscente.
Poi si mise a ridere. Una risata franca, aperta. Ti basta come magia? mi chiese.
Risi anch'io fra le lacrime.
Dopo la mia guarigione la vita con Magda continu in grande armonia. Trasferii i miei averi dal
bunker nazista (come l'ho gi definito) e mi stabilii definitivamente a casa sua. Finimmo con l'essere
buoni amici, prima di diventare qualcosa di pi.
Ricordo una delle prime sere dopo essere diventato suo ospite (allora non lo sapevo, ma ai suoi
occhi ero gi qualcosa di pi). Stavamo cenando in cucina. Magda era una splendida cuoca e aveva
preparato un ottimo stufato, con pezzi di manzo tenerissimo immersi in un intingolo di verdure fra cui
carote, cipolle, zucchine, rape e altre ancora. Anche piccole patate rosse. Dietro casa c'era un orto in cui
lei coltivava tutti questi prodotti, e con buon successo. Se c'erano insetti o altri parassiti che infestavano
l'orto, non era il caso suo. Aveva una specie di armatura protettiva per difendersi dai loro attacchi? Non
l'ho mai saputo, ma ne ho sempre avuto il sospetto. La Wicca doveva pur servire a qualcosa, oltrech a
fini religiosi (un'osservazione sgarbata, non fateci caso).
Insomma, stavamo cenando in cucina, e parlavamo piacevolmente. A un certo punto feci
un'innocente osservazione, affermando che la mia guarigione poteva almeno in parte essere dovuta a
me, al fatto che la mia mente si trovasse in uno stato di ipnosi. Non mi ricordo nemmeno se usai quella
parola o no. Al tempo non sapevo un bel niente delle attivit di Freud.
Comunque mi fossi espresso, Magda non mi prese affatto sul serio. All'inizio i suoi lineamenti
si indurirono, facendomi raggelare, poi torn la sua abituale espressione di premurosa affettivit e mi
disse, paziente come sempre: No, Alex, non  vero. Non aveva niente a che fare con te. Il rituale ha
evocato forze dall'esterno. Se a quell'evocazione non avesse risposto nulla, non sarebbe successo
niente.
Mi scusai immediatamente. Qualunque cosa mi fosse successa - e avevo preso per oro colato
ogni parola della sua spiegazione - per me era un miracolo assoluto. Le parlai della lunga passeggiata
che avevamo fatto quel pomeriggio lungo il sentiero. La gamba e il fianco mi avevano dato solo un
leggerissimo fastidio. Perdonami, ti prego, perdonami. Non volevo prendermi il merito della mia
guarigione. Ho parlato a sproposito. Dissi proprio cos.
Magda allung la mano sopra il tavolo e prese la mia. Capiva completamente. Tutto ci che
voleva trasmettermi era che, come esseri umani, non avevamo il controllo individuale del nostro
benessere. Se avevamo bisogno d'aiuto lo potevamo trovare... nei poteri esterni. La Wicca sapeva tutto
questo, lo rispettava e ne faceva uso in caso di necessit. Ricordalo, Alex aggiunse. Tienilo sempre
in mente.
Lo far promisi. Non avevo idea di quanto si sbagliasse. Be', non proprio che si sbagliasse.
Diciamo piuttosto che avesse dei limiti. Ma non lo avrei saputo che dopo diverso tempo.
Subito dopo quell'accadimento diventammo amanti. Non voglio attribuirmi meriti eccessivi
descrivendo le mie capacit amatorie (rozze, per non dire di peggio) come degne di un amante. Quelle
di Magda, invece, lo erano eccome. Superava ogni possibile accezione del termine. Come abbia fatto a
sopportare il mio goffo (ma spontaneo, insisto) approccio al sesso non ne ho idea. Non lo consider
mai un difetto, che il cielo la benedica. Nel suo approccio invece c'era solo amore. Se mai prov
sensazioni negative (ricordate, ho ottantadue anni e adesso vedo tutto con occhi pi lucidi, quelli della
mente) non si lasci mai scappare una parola di critica nei confronti delle mie grossolane e
approssimative (cosa peraltro comprensibile, per un giovane) tattiche amorose.
Cominci cos. Mi ero appena fatto un bagno e mi stavo dirigendo verso il mio letto (quello di
Edward) quando Magda usc dalla biblioteca. Il suo sorriso di saluto fu come al solito caldo e
accogliente, quasi non mi vedesse da un giorno intero. Adesso sei tutto pulito? mi domand.
Per quanto  possibile replicai sorridendo a mia volta.
Bene disse lei, e si mosse verso di me.
Ora devo ammettere che pi di una volta avevo ammirato (parola garbata in luogo di 'mi ero
mangiato con gli occhi') la sua figura. Spesso, quando si chinava (su un tavolo, su una sedia, su di me)
avevo sbirciato il suo notevole dcollet, apprezzandolo in modo nemmeno troppo casuale. In
un'occasione il mio inguine aveva reagito con tale veemenza che ero stato costretto a cercare di
nascondere quella evidente protuberanza, anche se sapevo fin troppo bene che lei se n'era accorta.
Ricordo di aver pensato che la stanza - quella principale - era diventata improvvisamente
caldissima, e ne avevano subito le conseguenze soprattutto le mie guance. Ricordo anche di aver
provato ad avviare una futile conversazione sulle rape, o sulle patate, o su qualche altro insulso
vegetale, alla quale lei aveva aderito educatamente pur sapendo benissimo ci che stavo tentando di
occultare... la visibilissima sporgenza nei pantaloni.
In questa occasione, diversamente da altre in cui ci eravamo trovati in una analoga vicinanza,
lei non si ferm, ma continu ad avvicinarsi finch non mi raggiunse e premette il suo corpo contro il
mio. Feci un salto quando mi sfil l'asciugamano che mi copriva e lo gett a terra. Credo che abbiamo
aspettato abbastanza mormor. Quanto tempo era passato? Una settimana, due settimane? Non aveva
pi importanza. Le sue labbra erano schiacciate sulle mie, cos calde e morbide da accendermi come un
fuoco. Raggiunsi le dimensioni giuste a tempo di record (almeno cos mi sembr). Sentii le sue dita
forti e calde che lo avvolgevano con forza. Non potei impedirlo. Mugolai, eccitato, sollevai le braccia e
le strinsi i seni. Anch'essi erano aumentati di dimensione? Non ne avevo idea, ma il desiderio che
nutrivo ormai da tempo era diventato realt. Mi sembr incredibile, ma mentre le sue labbra
continuavano ad accarezzare le mie, chiss come lei riusc ad aprire il vestito e mi ritrovai i suoi seni
fra le mani, con i capezzoli grossi come li avevo immaginati, e anch'essi turgidi.
Fin dove posso spingermi? Malgrado la mia et e il mio stato fisico tutt'altro che perfetto, il
ricordo dell'impresa (posso definirla cos?) di quel pomeriggio ha sempre suscitato un'eco lontana nei
miei pantaloni che adesso, privo ormai del testosterone, fatico a riconoscere, e ancor pi esito a sentire
come veramente mia; dio non voglia, le conseguenza sarebbero imbarazzanti, se non umilianti.
In ogni caso lei fin di badarmi e mi condusse in camera da letto (quell'incredibile camera da
letto) tenendomi per la mano, e non per le parti basse che pure, senza pi il suo aiuto, non perdettero
per un secondo la loro rigidit. Ma che sto dicendo? Certo che ero aiutato da lei, dalla sua stessa
presenza, che si intensific nel momento in cui si tolse tutti i vestiti. Alla luce fioca di un'unica candela
che lei aveva acceso vidi, non pi attraverso la veste trasparente che aveva indossato durante il rituale,
il suo splendido corpo. Che us per trascinarmi su quel letto straordinario: in pochi momenti guid il
mio membro dentro di lei. Dove, in pochi secondi, credo, sparai il pieno carico dei miei fluidi di
adolescente. Sperai, ma invano, che Magda provasse almeno un po' della vivida estasi che provai io.
Ben presto scoprii che non era stato cos. Tuttavia, subito dopo aver raggiunto la mia gratificazione
virtualmente fulminea, lei sorrise e mi baci con dolcezza. Sono felice che lo abbiamo fatto mi
bisbigli all'orecchio. Lo rifaremo.
E lo rifacemmo, ripetutamente, notte e giorno. Sul suo letto, poi sul divano pi grande (o come
diavolo si chiamava), addirittura in cucina, io sdraiato sulla grossa poltrona, Magda sopra di me, il suo
viso delizioso deformato da quella che devo definire libidine vera e propria, i suoi seni sulla mia faccia.
Tesoro continuava a ripetere, tirandomi la testa verso di lei per baciarmi con un ardore appassionato.
Mi chiesi se un adolescente avesse mai vissuto momenti cos belli. Non mi seppi dare una risposta.
Facemmo l'amore per un numero di volte che mi sembr infinito. Magda sembrava insaziabile.
Se era questo che faceva la Wicca... spassiamocela, mi dissi, a mo' dei britannici. Il sesso divenne
un'abitudine. Nel caso di Magda direi piuttosto una dipendenza. E per quanto sembri assurdo, dopo un
po' mi venne a noia. Anzi, non mi fece pi effetto. A diciotto anni? Era come se avessi gi adottato quel
comportamento da vecchio sciocco che sono diventato. Il perch non lo sapevo... nemmeno mi ponevo
il problema, o almeno non lo facevo spesso. Adesso lo so. O meglio, credo di saperlo. Non era
l'assuefazione, non era la stanchezza fisica.
Era la paura.
15
La paura  un fenomeno strano, insidioso. Specialmente quando sembra che non debba
essercene motivo.
Prendete il mio caso. Perch quel topo si era annidato nelle mie viscere, rosicchiandomi le
budella? Continuo a visualizzare i topi delle trincee che rosicchiano con gran gusto gli occhi e i fegati
dei soldati morti. Perch quella macabra immagine continuava a tornarmi alla mente? Per era cos,
giorno dopo giorno, e di notte era peggio, quando cercavo di dormire, o per conto mio nella camera di
Edward o nel letto di Magda, con i nostri corpi nudi premuti l'uno contro l'altro. Semplicemente non
riuscivo a liberarmi di quella terribile visione. Sentivo proprio i denti, freddi, che mi mordicchiavano lo
stomaco. Io facevo di tutto per scacciare quelle immagini, ma senza riuscirci. Giunsi addirittura a
convincermi - la forzata accettazione del Regno di Mezzo come una spaventosa realt doveva aver
avuto un effetto negativo sul mio sistema di convinzioni che lo spirito di Edward, risentito per la mia
presenza nel suo letto (in casa sua) mi stesse perseguitando. Presi seriamente in considerazione l'idea di
chiedere a Magda di effettuare un qualche rituale esorcistico per costringere Edward a lasciarmi in
pace. Poi mi resi contro che una richiesta del genere avrebbe offeso, pi probabilmente ferito, Magda
poich era evidente da tutto ci che diceva, non troppo spesso ma abbastanza, che ancora provava
dolore per la morte di suo figlio. E quanto questo dolore fosse forte divenne pericolosamente evidente
una notte in cui eravamo alle prese con gli spasimi di un eccitamento fisico e Magda bisbigli, in una
sorta di delirio, mi sembr: Fottiti mamma! Fottila! In quel momento la cosa in qualche modo mi
eccit, ma in seguito mi lasci sgomento. Qual era esattamente la mia posizione nella sua vita? Ero un
semplice sostituto del figlio morto?
Il che mi port dove? In uno stato di paura ancora pi grande. Una paura inquietante. Ancora
non la sentivo esattamente come una paura, ma col passare del tempo mi convinsi che doveva trattarsi
proprio di quella. Il che non aveva senso. Nella vita di tutti i giorni Magda era premurosa e gentile con
me come pi non si potrebbe essere. La nostra vita sessuale proseguiva indisturbata, pur se
naturalmente condizionata dal mio crescente distacco. E anche quello non aveva senso. Avevo diciotto
anni, non centottanta.
Mi preparava dei pasti degni di uno chef, lavava e stirava i miei vestiti, conversava con me ogni
volta che ne avevo voglia, era sempre affettuosa e non faceva mai cenno alla mia mancanza di interesse
per il sesso, che peraltro celavo malamente, anche se so che se ne era resa conto. Spesso, quando
nessuno dei due aveva raggiunto il godimento ( il termine giusto?) si limitava a baciarmi con dolcezza
e mi lasciava dormire. Cosa che, come ho gi avuto modo di dire, non riuscivo quasi pi a fare.
Di conseguenza, quando una sera a cena mi comunic che doveva assentarsi per tre giorni - per
la celebrazione del solstizio d'estate della Wicca - non provai quella fitta di angoscia che di certo avrei
provato all'inizio del nostro rapporto.
Al contrario, ebbi quasi un senso di gioioso sollievo del quale mi punii interiormente da solo,
anche se ero in malafede. Sperando anche che all'esterno non ci fosse traccia di quell'emozione un po'
spuria. Devi proprio andare? fu tutto ci che dissi. Le sembr una domanda poco sincera? Non ne
avevo l'intenzione. S, caro replic Magda.  una cosa a cui non manco mai. Bene, pensai,
sperando di nuovo che la mia espressione non mi tradisse.
Cos lei se ne and e io rimasi da solo in casa. Cosa che all'inizio pi che altro mi innervos.
L'aveva protetta con chiss quale trappola misteriosa? Lo spirito di Edward, adesso non pi impastoiato
perch sua madre se n'era andata, mi avrebbe importunato? Le prime due notti dormii sul divano della
stanza principale. Poi, a poco a poco, quel roditore smise di annidarsi nel mio stomaco e io cominciai a
sentirmi un po' meno ansioso. Mi resi conto che il senso di libert era frutto dell'assenza di Magda, ma
preferii giudicare quello stato d'animo di disagio come un parto dell'immaginazione suscitata dal mio
stesso essere, gi frastornato dalla magia del rituale che mi aveva guarito.
Perch mi sentissi in quel modo non saprei dirvelo. La magia aveva prodotto effetti pi che
positivi. Potente com'era, tuttavia, che cosa poteva impedirle di essere altrettanto potente al servizio del
male? Questo pensiero mi fece precipitare in un abisso di cupe fantasticherie sulla malvagit delle
creature fatate combinata con i poteri magici di Magda, un'alleanza che poteva nuovamente
trasformarmi in una povera vittima tormentata dall'angoscia. Scacciai dalla mente quell'orrida miscela
di superstizioni, ma mi ci volle del tempo. Giorni, per dirla tutta.
Ma torn in tutta la sua forza una mattina in cui andai - siamo sinceri, mi intrufolai - nella
biblioteca di Magda. Mi ritrovai in quella che all'inizio mi sembr null'altro che una stanza arredata con
gusto e strapiena di scaffali di libri che incoraggiavano la lettura e lo studio.
Poi trovai il manoscritto. Forse dovrei scrivere la parola tutta in lettere maiuscole,
MANOSCRITTO. Sembra pi corretto, almeno a me. Aveva due secoli e si era brunito sui bordi. Ma
era ancora chiaramente leggibile.
Mi chiesi perch mai, in nome di Dio (la cui presenza non era per nulla evidente nel
manoscritto) Magda non lo avesse nascosto in modo pi oculato. Si trovava in uno dei cassetti sul
fondo, ed era facilmente visibile. Non mi pass nemmeno per la testa l'idea che Magda mi giudicasse
persona rispettosa dell'intimit della sua biblioteca. Ero troppo sconvolto da quello che vidi per
prenderla in considerazione.
Che cosa vidi? Lo descriver nel modo pi succinto possibile. Per me fu come tornare agli
orrori della guerra di trincea. Di che si trattava? Esito a parlarne, ma ci prover.
Una pozione preparata (all'apparenza) in un calderone per indurre l'invisibilit. Non poi cos
scioccante, anche se del tutto incredibile. Ma andiamo avanti.
Cambiamento della forma (credo si chiami 'mutazione'). La capacit, o il potere, di assumere
qualsiasi forma a partire da quella che si possiede. Nell'illustrazione una ragazza stava assumendo la
forma di un lupo. L'immagine, molto vivida, mostrava con abbondanza di particolari disgustosi il suo
corpo che si apriva, le ossa che si spaccavano e si riformavano, mentre la testa si distorceva
trasformandosi in quella astuta di un lupo... e l'orribile sequenza era rappresentata passo dopo passo,
fino all'ultimo che la vedeva coma un lupo sbavante dagli occhi rossi. Quella fu la prima violenta
emozione.
La seconda fu ancora peggiore. Non la descriver (mi rifiuto di farlo) in ogni raccapricciante
dettaglio. Forse basteranno queste poche parole per farvi capire: 'Autoaborto di una chimera (o di una
mostruosit) non voluta.' Raffigurato con minuziosa veridicit. Ho gi detto abbastanza. Quando lo
vidi, poco manc che non vomitassi la colazione.
Potrei proseguire, ma il buon gusto me lo impedisce. Mi limiter a qualche rapido cenno sulle
altre abominazioni del manoscritto. 'Aggressioni sessuali a distanza. Evocazione di demoni prescelti.
Resurrezione dei morti.' E via dicendo, e che Dio ci aiuti tutti. Non posso proseguire oltre. Le
illustrazioni erano quasi pornografiche nei loro inequivocabili particolari. Per un po' questo tenne desta
la mia attenzione. Ma anche a diciotto anni ero cos nauseato che dovetti mollare tutto l: rimisi il
manoscritto nel cassetto e lasciai la biblioteca come avrei fatto con un tempio di Satana... o altro luogo
simile. Non riuscivo ad accettare l'idea che Magda approvasse... tanto meno, Dio mi perdoni, che
praticasse queste oscenit. La Wicca permetteva queste pratiche cos raccapriccianti? (Ecco
un'espressione gi degna di A. Black.) Impossibile. Il manoscritto doveva servire a Magda come
strumento di ricerca, niente di pi. Mi convinsi di questo... anche se quel dannato roditore era tornato a
tormentarmi gli intestini. Non era la Wicca, continuavo a ripetermi. Non poteva essere. Sembrava
magia nera.
Magda praticava la magia nera.
Evitai ulteriori ricerche non autorizzate in casa di Magda. Da quel momento mi comportai come
un ospite bene educato. Avevo gi avuto ben pi della mia quota di brutti imprevisti, mi sarebbero
bastati per tutta la vita. Che ne dite del mio periodo di servizio militare in trincea? Abbastanza
macabro. Aggiungeteci la pepita d'oro che mi aveva offerto Harold Lightfoot e poi la sua arcana
apparizione (bell'espressione, anche questa degna di A. Black) nella mia sacca. Quindi Gatford, una
localit praticamente impossibile da trovare. Lo stravagante comportamento (ormai vado a ruota libera,
con le frasi stile A. Black) del barista della Carrozza d'oro, l'ancor pi stravagante comportamento del
gioielliere di Gatford, il signor Brean, incluso il bramoso acquisto della pepita, poi la mia sistemazione
in quella villetta dal nome assurdo. Joe Lightfoot (il nome stesso un'altra anomalia - e anche questa
sarebbe piaciuta ad A. Black) che mi aveva ammonito di non entrare nei boschi, e la mia esperienza
quando ci ero entrato, strana anche se non fatale. Joe che mi informava che Magda era una strega.
Strano anche questo. Il fatto che lei mi avesse salvato dalla mia seconda esperienza nei boschi, strana e
quasi fatale. Il modo in cui mi aveva spiegato che era una strega. L'inizio della nostra vita sessuale. La
comparsa del roditore nelle mie viscere. Alla fine il tenibile manoscritto. Ho tralasciato l'arrivo
trafelato del signor Brean a casa mia con il suo mucchietto di polvere grigia, secondo lui tutto ci che
rimaneva della pepita d'oro. Dio santo, non avevo gi vissuto un numero sufficiente di eventi strani?
Adesso basta, non ne potevo pi. Un po' di respiro, per favore.
E proprio in quel momento si verific il pi strano di tutti.
Avvenne in un delizioso pomeriggio assolato. Cos delizioso, in effetti, che in casa mi sentivo
soffocare e mi era venuta voglia di uscire fuori, magari di farmi una passeggiata lungo il sentiero...
evitando i boschi, ovviamente. Cos mi avviai lungo il sentiero in quel pomeriggio invitante. Ero certo
che finch non lo avessi abbandonato non avrei avuto nulla da temere dalle creature fatate. Era davvero
una giornata magnifica, calda, con un leggero venticello. Il cielo era azzurro e senza nuvole, i boschi
splendidamente - ma anche minacciosamente, avvertii - rigogliosi di fronde verdissime.
Poi udii la canzone.
La chiamo canzone, ma  una parola troppo semplice. Chiamatelo canto degli angeli, se
preferite. Di certo, se gli angeli cantano, lo fanno proprio in questo modo, cos come sentii io. Mi
fermai e rimasi ad ascoltare estasiato mentre il canto proseguiva. Ci che non mi sembr sciocco, in
quel momento, fu che dopo una breve esitazione - forse nemmeno un minuto - ero gi entrato nei
boschi, assolutamente affascinato, senza paura, attratto da quel canto celestiale. Non mi pass per la
testa, nemmeno per un istante, che qualcuno mi trascinasse ipnoticamente verso la distruzione
('trascinare verso la distruzione' non  un'espressione degna di A. Black, ma fa un certo effetto, e forse
non dispiacerebbe nemmeno a lui). Avanzavo incurante in direzione di quella ammaliante voce
d'angelo. Poi mi sembr di sentire il fragore dell'acqua che si precipita dall'alto. Una cascata? Non
potevo dirlo, ma ero sicurissimo di avere sentito il rumore, insieme al canto. Mi addentrai sempre di pi
nei boschi che non mi apparivano minacciosi e attraversai un piccolo folto di betulle, sempre
all'inseguimento di quel canto angelico.
Alla fine la vidi.
Era appena emersa dal fondo della cascata scrosciante. Era senza vestiti. Non posso dire
semplicemente nuda perch mi sembra troppo volgarmente esplicito. Non ho mai visto una nudit cos
del tutto innocente. Era ovviamente una ragazza, ma comunicava la presenza di una bambina. Era alta
meno di un metro, una specie di bambola nella sua squisita bellezza. I capelli erano dorati: non biondi,
ma dorati,  il solo modo in cui posso descriverli. La pelle era candida come panna, la sua figura esile
ma nitida. E non sembr affatto imbarazzata della sua nudit quando not che la guardavo: non fece il
minimo movimento per nascondere le parti femminili. Anche stavolta mi sono espresso in modo
grossolano. Ci che voglio dire  che la sua pudicizia era evidente a dispetto della sua nudit. Mi
sorrise e mi disse: Ciao. Lo disse in un modo che sembrava volermi dare il benvenuto. Poi aggiunse,
sconcertandomi del tutto: Tu sei Alex.
Non avevo pi voce, ero paralizzato dallo stupore. Lei sorrise, perch in qualche modo aveva
capito. Ti starai domandando come faccia a conoscere il tuo nome disse.
Infatti riuscii a replicare. Come descrivere ci che provavo? Sbalordimento, certo. Incredulit
dall'inizio alla fine. Attrazione fisica per quel corpo seducente. Imbarazzo per il solo fatto di provare
una sensazione come quella, tanto appariva innocente.
So molte cose di te disse. Mi si avvicin (accanto a lei sembravo un gigante sgraziato), poi si
alz in punta di piedi e mi baci delicatamente sulla guancia. Sono felice che tu sia tornato mi disse.
Per un momento l'antica cautela torn ad avere il sopravvento. Che tu sia tornato? Non era stata
proprio lei a rendere spaventose le mie due precedenti visite... specialmente la seconda? Non volevo
sciupare la magia del momento mettendola di fronte ai miei dubbi, ma non avevo scelta. Dovevo
sapere.
Perch hai... stavo per aggiungere 'cercato di uccidermi', ma non ci riuscii. Se mi stava
attirando verso la distruzione avrei dovuto accettarlo. E poi mi guardava con tale dolcezza, con tale
innocenza, che potei solo concludere: ...mi hai dato la caccia l'altra volta?
La sua risata fu una squisitezza tutta musicale. Non ero io disse. Era mio fratello, Gilly. Lui
detesta gli esseri umani. Suo padre  stato ucciso da un cacciatore e Gilly non si  mai ripreso.
Non posso biasimarlo mi sentii replicare. Per mi ha... fatto prendere un brutto spavento.
Non fui capace di esprimermi in modo pi esplicito con quella creatura innocente.
Oh, voleva farti del male, questo  sicuro. Sono contenta che la strega abbia lanciato a terra
fiori di primula. Gilly si  infuriato perch si  dovuto fermare a raccoglierli... ma non aveva scelta.
Abbiamo quella debolezza, mi dispiace ammetterlo. Non ne hai in tasca, vero? Di nuovo emerse la
prudenza. Stava cercando di scoprire fino a che punto poteva spingersi? Mi sembrava una
considerazione ridicola, visto che avevo percorso tutta quella distanza senza subire nessun danno. Ma
fui costretto a rispondere: Non lo so.  un po' che non controllo le tasche.
Oh, non importa disse lei. Non ho intenzione di darti la caccia. Ti ho fatto venire io qui,
no?
S, sei stata tu, pensai. Ma poi chi ero io per dubitare di quella bambina innocente? Bambina?
Stavo giudicando la sua et dall'altezza e dai modi. I suoi seni tondi e morbidi, anche se molto pi
piccoli di quelli di Magda, e le sue ciglia fiorite erano la prova che mi sbagliavo. Ho usato ciglia in
luogo di occhi nel tentativo di non sminuire la descrizione che voglio fare di lei. Era una creatura
troppo preziosa... troppo angelica, devo aggiungere. Non lo era solo per il modo in cui cantava. Lo era
per ogni cosa in lei, dalla testa ai piedi. Come poteva esistere una creatura cos perfetta? Non ho modo
di approfondire la sua incomparabile purezza. Non sfidatemi, non posso farlo. Devo aggiungere che mi
innamorai di lei all'istante? Se fossi stato anch'io alto un metro glielo avrei confessato subito, le avrei
detto che ero perdutamente innamorato. Invece ero alto un metro e ottantaquattro, un colosso brutto e
goffo, a paragone con lei. Mi sarei vergognato di parlare d'amore con una creatura tanto piccola, e di
tale perfezione. La mia opinione sul piccolo popolo era cambiata drasticamente. Se lei ne era un
esempio, il Regno di Mezzo era un luogo magico. Harold doveva essere fuori di testa quando mi aveva
sconsigliato di frequentarlo, se poi era questo che aveva detto.
Hai paura di me? mi chiese. Con una tale dolcezza che mi sentii le lacrime agli occhi.
No la rassicurai. Anche se... aggiunsi senza pensarci.
Anche se? mi domand, con una certa ansia, mi sembr.
 stato un po'... inquietante dissi.
Inquietante? Non conosco questa parola replic.
Voglio dire... mi hai lasciato di stucco. Sii onesto, mi ordin il cervello. Mi hai spaventato
conclusi.
Oh mi dispiace disse lei. Non intendevo spaventarti. Sorrise, con quel sorriso cos
seducente. Be', magari un po' confess... compiaciuta, direi. Non sapevo niente di te. Adesso lo so.
 per questo che ti ho fatto arrivare fin qui senza danni. Avrei potuto... Lasci a met la frase, ma
capii lo stesso ci che intendeva dire. Possedeva capacit di cui non conoscevo nulla. E che non ero
certo di voler conoscere.
Be', sono contento che mi abbia fatto venire qui dissi.  stato con il canto, vero?
Proprio cos. Sorrise di nuovo. Quel sorriso mi intrigava. Anche quello di Magda era bello,
ma niente a paragone con...
Come ti chiami? le chiesi. Avevo bisogno di saperlo.
Ruffiana rispose, pronunciandolo 'Ruthania'.
 un nome delizioso le dissi. Tu conosci gi il mio.
S, lo so disse. Adesso fammi rivestire, poi parleremo ancora. Per tutto il tempo della
nostra conversazione mi ero dimenticato (che Dio mi perdoni) che era nuda. Proprio la sua spontanea
nudit scoraggiava qualsiasi reazione fisica.
La osservai mentre si rivestiva. Il suo abbigliamento era di certo insolito, in pratica un mantello
sottilissimo che si avvolse attorno al corpo dalla vita in gi e che poi si drappeggi sulla spalla sinistra,
lasciando il seno destro scoperto. Notai che il capezzolo era turgido e in un momento di stupidit mi
domandai se non fosse stata attratta da me. Ma subito dopo mi resi conto che un'eventualit del genere
era... be', impossibile. Era troppo virtuosa per una cosa del genere.
Indic una roccia larga e piatta che io non avevo notato (effettivamente da quando ero arrivato
non avevo notato nulla a parte lei). Vogliamo sederci e parlare? mi chiese. In modo cos ammaliante
che non avrei detto di no per tutto l'oro del mondo. Mi diressi verso la pietra - era un masso vero e
proprio - e sedetti accanto a lei. Volevo prenderle la mano, ma non ebbi bisogno di farlo, dal momento
che lo fece lei, sempre con quel sorriso irresistibile. Ecco disse come se fosse stata rispettata una
regola non scritta. Adesso parliamo.
S, parliamo dissi, sentendomi stupido per la mancanza (almeno per me) di significato nelle
parole.
Tu vivi con la strega dall'altra parte disse lei.
 una strega? domandai. Conoscevo gi la risposta. Forse volevo una spiegazione? Chi lo sa?
Oh, certo che lo  rispose Ruthana. Noi sappiamo che lo .
L'unica reazione che riuscii ad avere fu: Oh. Dio, se mi sentivo sciocco.
 cattiva con te? chiese lei.
No, non lo  dissi. A dispetto di quel ratto che mi rodeva le viscere e mi riempiva d'ansia
sentivo il bisogno di difendere Magda. Credo anch'io che sia una strega iniziai maldestramente la
mia arringa. Ma non  mai stata cattiva con me.  sempre stata...
C'era un limite che non dovevo oltrepassare? Gentile e... premurosa. Sapevo di non avere
nessuna intenzione di menzionare il manoscritto, perch avrebbe rovinato la conversazione. E
nemmeno il rituale della guarigione. C'era qualcosa di troppo stregonesco, in quello.
Be', ne sono felice disse Ruthana. Ero preoccupata.
Preoccupata? Come mai? Significava che le stavo veramente a cuore? Perch? Non ero forse
uno degli esseri umani che loro detestavano?
Credevo... cominciai.
Oh, no mi interruppe.
Che c'? le chiesi ansioso.
Sta arrivando Gilly rispose.
Quel nome mi fece raggelare. In quel momento mi ritrovai nei boschi, inseguito da lui, con
quella specie di fragorosa carica di elefanti in mezzo a una piantagione di bamb. Le parole di Ruthana
mi trafissero la mente. Lui detesta gli esseri umani.
Vieni mi disse. Fu in piedi in un lampo (non potrei esprimermi meglio) e mi prese per un
braccio in modo cos repentino da farmi male. Da questa parte disse poi, e cominci a correre.
Squilibrato dalla sua inattesa robustezza potei solo precipitarmi insieme a lei, pieno di paura. Quanto
poteva essere cattivo suo fratello? Come faceva a sapere che mi trovavo l? Ma di certo lo sapeva, mi
dissi subito. Perch altrimenti sua sorella si era messa a scappare insieme a me nei boschi, con
un'espressione di panico sul suo viso adorabile? No, non pi tanto adorabile, adesso, perch la paura
cancellava la sua bellezza. Mio dio, questo Gilly deve essere un mostro!, pensai, stravolto dal terrore.
Continuammo a correre senza sosta, senza che Ruthana proferisse una parola. Non la sentii nemmeno
affannata, l'unico a esserlo ero io. Non osavo ammettere che gi sentivo il fastidio della ferita. Dovevo
continuare a correre, sospinto dal panico. Non dovevo lasciare che Gilly mi raggiungesse. Non dovevo!
Miracolosamente giungemmo in prossimit del sentiero e Ruthana mi sospinse verso di esso.
Aspetta disse poi. Si mise in punta di piedi, con le piccole mani mi afferr le braccia e mi baci sulle
labbra. Con passione, mi resi conto incredulo, a dispetto della paura che ancora non mi aveva
abbandonato.
Ti amo, Alex disse in un sussurro.
Poi scomparve, inghiottita dai boschi. Gilly non lo vidi. Doveva aver capito che ero scappato e
aveva rinunciato a inseguirmi. Chiss se adesso se la sarebbe presa con Ruthana? Quanta animosit
nutriva nei suoi confronti? Poteva farle del male? La domanda mi tormentava. Era gi condannata?
Non c'era modo di saperlo. Arrancai verso la casa di Magda con un'unica cosa che mi risuonava in
continuazione nel cervello: le ultime, incredibili parole di Ruthana. 'Ti amo, Alex.' Dio! Credo di
amarti anch'io. Una sciocchezza, ovviamente. Io ero umano, lei una creatura fatata. Doveva sapere che
non poteva esserci amore fra noi. Del tutto impossibile.
Giunsi a casa ed entrai.
Magda mi stava aspettando.
16
Mi preparai a una ramanzina. Si vedeva che Magda era tornata da poco. Indossava ancora gli
abiti da viaggio e la valigia era appoggiata a terra. Si era tolta soltanto il cappello e lo teneva fra le
mani. E adesso?, pensai. Mi irrigidii preparandomi al peggio.
Il suo sorriso mi colse impreparato. Sei andato a fare una passeggiata? mi chiese.
Che potevo dire? E soprattutto, quanto potevo dire? S risposi.  una giornata cos bella.
Bene disse lei. Ti sei divertito?
Oh, s mentii. Sono stato benissimo. Tenermi tutto per me non avrebbe fatto che aumentare
la mia ansia, ma dovevo farlo. Non avevo scelta.
Mi si avvicin e mi diede un lungo bacio. Mi sei mancato, tesoro disse.
Mi sei mancata anche tu. Sapevo che avrei dovuto rispondere cos, ma non dissi nulla, incapace
com'ero di parlare. Tutto ci che mi venne in mente fu: Ma quante grossa (parola orribile, davvero)
Magda in confronto a Ruthana. Mi rendevo conto anche in quel momento che era un paragone illogico,
eppure era cos. Tentai di dire a me stesso che Magda, come me, era un essere umano, e Ruthana una
creatura fatata (curioso come adesso accettassi senza riserve la loro esistenza).
Il corso dei miei pensieri s'interruppe quando Magda disse, mi sembr con un velo di tristezza:
Non hai sentito la mancanza della tua Magda? Lei era una splendida donna e noi eravamo (o
eravamo stati) amanti. Perch mi sentivo cos spiacevolmente lontano da lei? Forse ne avevo paura?
Scelsi di mentire di nuovo. Ma certo che l'ho sentita risposi. Poi esagerai. La mia scusa? I
miei diciotto anni e la mia ottusit. La badai sul collo e le accarezzai il seno sinistro (com'erano grossi,
a paragone di quelli di Ruthana!). Mi  mancato tutto aggiunsi, sempre mentendo. Ero proprio uno
zuccone. Adesso basta, mi dissi.
O la convinsi, oppure si convinse da sola. Si schiacci contro di me (era cos carnosa!) e mi
mordicchi le labbra. La sua lingua calda e umida scivol in mezzo e mi frug nella bocca. Poi mi
prese le mani e le appoggi sui suoi seni rigonfi. Presto mi disse. Presto. Prendimi come vuoi, in
qualsiasi modo.
Oh, dio! Non era ci che desideravo. Nemmeno un po'. Il mio inguine poteva anche essere
pronto, ma la mia mente era da tutt'altra parte. Io amavo Ruthana. Me ne resi conto in quel preciso,
sconvolgente istante. La mia bellissima amante mi si strofinava contro, e io rispondevo fisicamente, ma
la mia devozione era rivolta altrove. Una parte di me, logico anche a diciotto anni, sembrava capire che
mi stavo comportando in modo stupidamente illogico. Avrei tanto voluto che Ruthana non avesse detto
d che aveva detto. Non faceva altro che peggiorare la mia giovanile mancanza di buon senso. Ma non
avevo nessun motivo per ingannare Magda in quel modo, questo lo sapevo benissimo. E di
conseguenza presi una decisione impulsiva, completamente stupida.
Oggi sono stato nei boschi le dissi. L'onest  la politica migliore? Non sempre.
Magda reag come se fosse stata percorsa da una scarica elettrica. Si ritrasse da me in modo cos
repentino che un filo di saliva scese dal suo labbro inferiore. Se l'asciug irritata, fissandomi con occhi
di ghiaccio. Occhi da strega, mi pass per la mente (in modo di certo sbagliato). Adesso avrebbe
esercitato su di me i suoi poteri pi oscuri?
No, si limit a guardarmi con un'espressione di rimprovero. Sapevo che si sentiva offesa. Forse
anche ferita? Non ne ero certo, nemmeno quando mi disse: Non me ne hai parlato.
Lo so replicai. Avrei dovuto farlo, mi dispiace.
Silenzio. Poi: E il piccolo popolo ti ha dato la caccia? Sapevo che non poteva minimamente
immaginare quello che era veramente successo.
No risposi. Non  andata cos.
E com' andata? Adesso il tono era pi freddo e sapevo che era per colpa mia.
Deglutii, ma avevo la gola secca. Ero nervosissimo e di certo lei lo vedeva. La ragazza che ho
incontrato... cominciai.
Ragazza? mi interruppe. C'era rabbia nella sua voce? Sarcasmo?
Giovane donna mi corressi.
Giovane donna ripet lei. Con voce rigida.
D'accordo, creatura fatata dissi, a questo punto con un pizzico di irritazione. Era molto
piccola. Alta nemmeno un metro.
E che ha fatto? chiese Magda. Esigendo una risposta, mi parve.
Niente risposi. Abbiamo parlato.
Lei mi fiss con aria di rimprovero. Parlato? disse. Non era una domanda, ma risposi come se
lo fosse. S. Il mio risentimento di adolescente stava crescendo, in quei giorni riuscivo a controllarlo
a fatica. Abbiamo parlato.
Nient'altro? mi domand. Adesso c'era forse un accenno di genuina curiosit?
Nient'altro risposi.
E poi te ne sei andato disse lei. Sapevo che non credeva a una sola parola.
Proprio cos dissi. Me ne sono andato. Senza che nessuno mi avesse fatto del male. Non
avevo intenzione, lo giurai a me stesso in quel momento, di raccontarle dell'inseguimento di Gilly e,
Dio non lo volesse, del fatto che Ruthana mi aveva detto di amarmi.
Alex disse allora Magda. Tesoro. Ebbi una reazione di sorpresa. Il suo tono era cambiato
del tutto. E adesso? pensai, confuso.
Credi davvero che non ti sia successo niente, a parte una innocente conversazione con una
fata? La domanda fu espressa senza rancore, ma io sapevo che era intesa come una critica. Lieve,
magari, ma pur sempre una critica. Ed ero ancora ben determinato a non rivelare il resto della storia.
E poi te ne sei andato? 'Senza che nessuno ti facesse del male'? Ripet le mie esatte parole.
S risposi. Adesso cominciavo a sentirmi esasperato. Strega o non strega, che diritto aveva
di...
In un attimo cambi di nuovo tono. Tu non mi stai raccontando la verit, mio caro disse.
L'ultima parte della sua accusa mi lasci perplesso. Era solo allusiva o mi stava irridendo? Avrei tanto
voluto saperlo, ma non ci riuscii. E il meglio che fui capace di replicare fu: Che vuoi dire? Di solito
mi rivolgevo cos al capitano quando volevo guadagnare tempo prima di rispondere a una determinata
domanda. Sapevo che stavo adottando la stessa politica dilatoria, ma non potei trattenermi dal farlo.
Voglio dire rispose, come se la mia domanda meritasse davvero una risposta che ti 
successo molto di pi.  stata la giovane donna a scortarti fuori dai boschi?
S ammisi. Poi sentii la necessit di aggiungere: C'era qualcuno che ci stava inseguendo.
Come  successo a noi due.
Chi vi stava inseguendo? chiese lei. D'accordo, pretese di sapere.
Sospirai, in modo vistoso. Ormai il segreto non era pi tale. Almeno in parte. Suo fratello
confessai.
Fratello ripet.
Dannazione, piantala di ripetere quello che dico! Fu un pensiero che mi esplose nella mente,
ma ebbi il buon senso di non esprimerlo ad alta voce.
S, fratello fu tutto ci che dissi.
Il suo nome? mi chiese con lo stesso autoritario tono di prima. A questo punto non faceva
nessun tentativo di nascondere la sua incuriosita irritazione (bello, questo abbinamento).
Gilly risposi, pronunciando distintamente il suo nome.
Gilly ripet lei.
Magda protestai.
Lei si rilass, un poco. Ed era lui che vi inseguiva? domand.
Non lo so risposi. Probabilmente s.
Ma questa giovane donna - questa fata - ti ha aiutato a uscire dai boschi illeso.
Esattamente dissi, rifiutandomi di fare marcia indietro di fronte alla sua insistenza.
Oh. Alex disse lei. Adesso nella sua voce non c'era pi contrariet. Semmai c'era appena un
filo di amorevole esasperazione. Ma proprio non capisci?
Sentii che le mie labbra si stringevano quasi mio malgrado. Capire che cosa? chiesi.
Ti ricordi come li ho chiamati? mi chiese.
Chiamati? Per un attimo non capii a che cosa si riferisse.
Li ho chiamati truffattori mi rinfresc la mente. Te lo ricordi?
Me lo ricordavo. E tu dici che... cominciai.
S disse lei senza lasciarmi finire. Sei stato truffato.
Perch? insistei.
Perch  cos disse lei.
Questa non  una risposta ribattei, di nuovo arrabbiato.
Magda si irrigid... non fu difficile notarlo. Per un secondo o due mi irrigidii anch'io, provando
una punta di paura. Poi, altrettanto visibilmente, l'espressione di Magda si addolc e lei disse: Alex,
non lo so perch. Quegli esseri sono il pi delle volte al di l della nostra comprensione. In tutta
franchezza non ho mai sentito che qualcuno sia stato trattato come te. Quella giovane donna deve aver
provato un'attrazione nei tuoi confronti.  l'unica spiegazione che mi viene in mente. Lo disse in
modo cos casuale che di certo non le sfugg la mia espressione, un'espressione di stupore perch ero
sbalordito dalla sua capacit di scoprire la verit senza fare il minimo sforzo. Se poi era la verit.
Ti dir solo un'altra cosa, poi sar meglio lasciar perdere l'argomento disse Magda. Per
diversi secondi mi fiss negli occhi, poi concluse la frase. La giovane donna - un essere fatato, forse,
ma non ne sono sicura - ti ha imposto il suo marchio. Devi essere prudente, Alex. Devi far conto su di
me se vuoi essere protetto. E adesso basta con questi discorsi. Qui sei al sicuro,  tutto ci che conta.
Mi ritrovai sommerso da una gran quantit di domande. Non era sicura che Ruthana fosse un
essere fatato? Perch? E se non lo era, allora che cos'era? Un'immagine mi si present nitida alla mente.
Quella creatura delicata. Di che altro poteva trattarsi se non di un essere preterumano? Una cittadina
scomparsa di Gatford? Da non crederci. Che altro, allora? E poi 'ti ha imposto il suo marchio'. Che
discorso era? Chiacchiere di strega? E inoltre, se Ruthana non era un'entit preternaturale come faceva
a impormi il suo marchio? Tutte queste domande si riversarono in un istante nella mia testa frastornata.
Povero Alex White. Diciotto anni e la mente gi stravolta.
Fosse come fosse, non avevo il minimo indizio per capire ci che stava succedendo.
La cena non mi fu d'aiuto. Mangiammo prima perch Magda era affamata. Aveva fatto un lungo
viaggio in autobus senza toccare cibo. Non c'era il tempo di preparare un pasto vero e proprio.
Cos ci dividemmo del prosciutto freddo e un po' d'insalata. Ma sto divagando.
Non avevo fatto che rimuginare sulla conversazione avvenuta fra Magda e me. E nello stesso
tempo avevo rivissuto nella mia testa disorientata l'incontro con Ruthana. E lo giuro su Dio, non
riuscivo a ricordare un singolo aspetto del suo comportamento che suggerisse minaccia, o addirittura
malvagit, nei miei confronti. Risentii nella mente la sua voce dolce e musicale. La rividi (un'immagine
chiara e precisa) che correva insieme a me nei boschi, tenendo stretta la mia mano. Rivissi nel pensiero
il magico momento in cui, in punta di piedi, mi aveva baciato sulle labbra e mi aveva bisbigliato: Ti
amo, Alex. Se davvero aveva imposto un marchio su di me era accaduto proprio in quel momento.
Sentii e risentii pi volte quel meraviglioso sussurro, troppo sommesso e troppo romantico per A.
Black. Che cosa se ne sarebbe potuto tirar fuori? Sussurro di mezzanotte? Non avrebbe mai venduto.
Niente orrore. A. Black l'avrebbe scartata senza pensarci due volte. Ma sto divagando di nuovo.
Vergognati, narratore.
Magda dissi a cena rimboccandomi metaforicamente le maniche in anticipo e augurandomi
che bastasse.
S, Alex?
Che intendevi dire quando hai affermato che Rutilarla ha imposto il suo marchio su di me?
Chi? chiese lei, affrettandosi poi ad aggiungere: Ah, si chiama cos?
S risposi con un filo di raucedine nella mia voce immatura (devo piantarla con queste
sviolinate sulla mia et! Avevo diciotto anni, e con questo? Avrei dovuto essere pi furbo? S, avrei
dovuto).
E un'altra cosa proseguii. Hai detto di non essere sicura che fosse - che sia - una creatura
fatata. Che altro pu essere? Se non  un essere fatato come pu imporre un marchio su di me? E poi
che cos' un marchio?
Il suo sorriso divertito mi irrit. A quale domanda devo rispondere per prima?
Mi sforzai di ignorare il leggero sarcasmo nella sua domanda. Che altro potrebbe essere?
chiesi, nemmeno troppo educatamente.
Non lo so rispose. Credo che probabilmente sia una creatura fatata. Da come la descrivi.
L'avevo fatto? Non me ne ricordavo. Te l'ho descritta? le domandai... anche se fu pi che
altro una sfida.
S, l'hai fatto rispose lei. Te l'ho visto nella mente. Alta meno di un metro, capelli dorati,
snella, nuda. Aveva delle ali?
Mi stava rinfacciando qualcosa? Non ero abbastanza in gamba da capirlo, ma non era ci che in
quel momento m'interessava. Mi consumai la mente nel tentativo di analizzare come avesse fatto a
descrivere Ruthana. Era telepatica? Lo erano tutte le streghe? E poi, ali? Avevo visto delle ali? Non mi
era sembrato. Mi suonava improbabile... ma l'intero incidente mi era parso improbabile. Era successo
davvero? Era stato solo un sogno ipnotico, un'allucinazione inconsapevole? No! Il mio cervello si
ribell a quell'idea. Era successo eccome! Proprio come me lo ricordavo, accidenti! Chi era Magda per
affermare il contrario? Di una cosa per ero certo: la mia mente era in confusione, impegnata com'era a
trovare una risposta che non volevo ammettere.
No, niente ali riuscii a rispondere alla fine. Le avrei viste. Irrilevante!, protest la mia
mente. Stiamo andando fuori strada. E va bene,  una creatura fatata ammisi. Su questo siamo
d'accordo. Ma perch non mi ha fatto del male? Perch mi ha accompagnato fuori dai boschi? Perch
ha sfidato suo fratello in quel modo?
Sei sicuro che fosse suo fratello? chiese Magda. Questo Gilly?
Un altro bel pasticcio. Che vuoi dire? le chiesi, e non mi venne in mente altro.
Lo hai visto? fu la sua risposta.
Forse l'avevo colta in fallo. L'abbiamo visto quando mi stavi... salvando (ebbi difficolt a
pronunciare la parola) quel giorno?
No, non lo abbiamo visto convenne Magda. Nessuno di noi due lo ha visto.
Il significato intrinseco nella sua risposta non mi colp se non dopo qualche secondo. Mi stai
dicendo...
Ti sto dicendo, ragazzo mio (non chiamarmi in quel modo!, protest la mia mente) che in
entrambe le occasioni tu non hai visto questo Gilly. Hai accettato le... parole di Ruthana che fosse suo
fratello a darti la caccia.
E allora chi era? obiettai. Ruthana? Feci una smorfia mentre pronunciavo quel nome in
modo cos crudele. La ragazza? La giovane donna?
Puoi escludere la possibilit? mi chiese Magda. Come, mi sembr, un avvocato che sfidasse
il suo avversario con una domanda alla quale non pu rispondere.
S, la escludo! esclamai, troppo forte, davvero troppo forte. Se le avessi parlato tu... Ma
sapevo di essere stato sconfitto. Non avevo visto Gilly, nemmeno una volta. Avevo preso per buone le
parole di Ruthana senza mai metterle in discussione, ammaliato com'ero dalla sua presenza. Mi sentii
pervadere da un gelido cinismo da adolescente. Ruthana mi aveva mentito a proposito di suo fratello?
Questo Gilly esisteva davvero? Oh, Cristo!, esclamai dentro di me. Magda aveva ragione. La detestavo
per questo, ma non avevo modo di contestarla. Viveva in quella casa da un bel po' di tempo, e da un bel
po' di tempo era a conoscenza delle creature fatate. Praticamente abitavano fianco a fianco. Come
potevo contraddirla, o solo permettermi di farlo?
Santo dio, Ruthana era davvero una truffatrice? Mi aveva tratto in inganno?
Perch?
Quel 'perch' mi ossession per tutta la notte. La passai (senza mai dormire) nel letto di Edward.
Magda avrebbe voluto che dormissi con lei... senza dubbio per fare l'amore. Ma io mi rifiutai. E
nemmeno con troppa grazia. Lei tuttavia sembr accettare di buon grado la mia reticenza. Sembr
(sempre sembr) capire il fatto che volessi prendere tempo e si limit a sorridere, mi diede un bacio e
mi disse: Domani, allora. Lo sai quanto mi  mancato il tuo amore. Magnifico, adesso mi fa sentire
anche in colpa, pensai, ma ebbi il buon senso di non dirglielo.
Cos andai nel letto di Edward e trascorsi alcune ore tormentose tentando, naturalmente invano,
di prendere sonno. Mi accorsi con mia grande sorpresa che il mio corpo era tutto indolenzito. Possibile
che quella corsa nei boschi mi avesse ridotto in quello stato?
Rivangai pi volte il ricordo di quei momenti passati con Ruthana. Pi lo facevo e pi faticavo
ad accettare le parole di Magda, per quanto fossero plausibili. Semplicemente non riuscivo a
convincermi che Ruthana avesse in mente chiss quale fosco piano. Se fosse stato cos lo avrebbe di
certo messo in atto mentre ero con lei. Era quello il momento di marchiarmi, se era ci che aveva in
programma. Perch cercare di ingannarmi dicendomi che stava arrivando suo fratello e che odiava gli
esseri umani? Era un piano ragionevole? Che cosa ne poteva guadagnare? Come poteva essere sicura
che io tornassi nei boschi in modo che potesse portare a termine il suo malefico intento? E qual era poi
questo intento? Era qualcosa che non stava in piedi. Tutto ci che importava era quel momento finale,
quel bacio appassionato e quelle parole sussurrate: Ti amo, Alex. Ecco l. Caso risolto. La corte si
aggiorna. Mi aveva imposto il marchio, certo.
Ero disperatamente innamorato di lei.
Ti amo, Ruthana, le risposi mentalmente.
Poi sobbalzai all'improvviso. Qualcuno si era lasciato cadere sul letto accanto a me.
Per un momento - colto da un panico irrefrenabile - immaginai chiss quale orrenda creatura
inviata da una Magda risentita per aggredirmi. Addirittura visualizzai, in quell'istante pieno di terrore,
quale aspetto potesse avere quella creatura, una specie di escrescenza bavosa, irriconoscibile per un
semplice umano, con spietati occhi gialli - tutti e sei - e un groviglio di tentacoli multicolori... oltre a
numerosi denti appuntiti. (Non c' da stupirsi che abbia accettato il suggerimento del mio editore di
cambiare nome in Arthur Black. Lui gi viveva in parte dentro il mio cervello fin troppo accessibile.)
Poi Magda mormor: Ti ho svegliato?
Per un altro istante immaginai il mostro che mi si avvicinava. Poi capii che era lei e seppi subito
perch si trovava l. No dissi dopo aver pensato per qualche secondo se non fosse il caso di fingere di
russare.
Sentii le sue mani sulle mie spalle. La manica della sua camicia da notte mi sfior e mi resi
conto istintivamente che sotto era nuda. Ne ebbi la conferma quando si tir su per un momento, se la
sfil e si fece strada sotto le coperte, schiacciandosi contro di me. Il suo corpo sembrava bollente, e
probabilmente lo era. No, non farlo, pensai, sentendomi immediatamente in colpa. Avevo virtualmente
gozzovigliato su quel corpo lussurioso... incoraggiato da lei a indulgere in qualsiasi piacere carnale
volessi, senza inibizioni. Lei mi aveva sempre ripagato con la stessa moneta, riflettendo ogni impulso
erotico che io evocavo. Adesso con il volto di Ruthana davanti agli occhi della mente - come potevo
respingerla? Stranamente, per, in quel momento non avevo voglia di godermi il corpo generoso di
Magda. E peggio ancora, lei non tard ad accorgersi che le sue attenzioni non avevano effetto su di me.
Nemmeno quando, con un movimento improvviso, si spinse ancora pi gi e affond il mio organo
(che come al solito si guardava bene dal prendere in considerazione la mia incertezza ed era gi bello
pronto per l'azione) dentro la sua bocca e prese a mordicchiarlo. Con fin troppo vigore. Rantolai e
farfugliai: Non farlo!
Lei mi lasci e si tir su, afferrando la camicia da notte. Non importa mi disse, senza fiato e
un po' seccata.
Scusami cominciai. Sono solo un po' stanco, stavo per aggiungere, ma non ne ebbi il tempo.
Lei se ne and prima che potessi parlare. Oddio, che avevo fatto?, mi dissi, in preda allo sgomento pi
totale. Ce l'avevo, quella dannata erezione, perch non le avevo permesso di arrivare al dunque, anche
se il cervello era scollegato? Comunque non l'avevo fatto, avevo mandato tutto a monte, opponendomi
a quello che intendeva fare Magda (chiss se poi non intendeva staccarmelo impulsivamente con un
morso. Non potevo esserne sicuro, ma non si sa mai).
La mattina dopo, quando entrai in cucina, Magda era seduta al tavolo davanti a una tazza ancora
piena. Mi chinai e la baciai su una guancia. Buongiorno le dissi nel tono pi affettuoso possibile.
Sar meglio che te ne vada fu tutto ci che disse.
17
La guardai con il cuore che picchiava forte. Andarmene? pronunciai. Mi venne in mente che
dovevo apparire proprio come il ragazzino rimproverato dal capitano. Perch? riuscii a chiedere.
Credo che tu lo sappia rispose.
Per via della scorsa notte? chiesi con un filo di voce.
Per quello che significava disse lei.
Significava? Non riuscivo proprio a capacitarmi.
Andiamo, Alex disse Magda. Usa il cervello.
Mi dispiace, dissi, cercando di ignorare il suo sarcasmo ma non capisco che vuoi dire.
Voglio dire, ragazzo mio (ci siamo di nuovo, pensai) che quello che ti  successo nei boschi
ha cambiato del tutto il tuo comportamento nei miei riguardi.
In che modo? chiesi, anche se sapevo esattamente di che cosa stava parlando. Se ti riferisci a
quello che  successo la notte scorsa ero stanco, Magda.  stata una giornata faticosa.
Mi consol il fatto che non fece commenti sulla mia pretesa di essere stanco. Che avevo mai
fatto, poi? Avevo forse tagliato legna per tutto il giorno? Avevo falciato l'erba? No, ero semplicemente
stato in mezzo ai boschi con Ruthana: ero stanco per quello? In tal caso era una scusa ben misera. E
soprattutto non dovevo rivelare a Magda quello che era successo con Ruthana. Non mi aveva stancato,
casomai mi aveva esaltato. E non era una cosa che potevo confessarle.
Mentre il mio cervello era alle prese con questi confusi ragionamenti, Magda si limit a fissarmi
in silenzio. Con un'espressione che non riuscivo a interpretare. Dubbio? Tristezza? Irritazione? Non
potevo dirlo. Probabilmente una combinazione di pi reazioni alla mia scusa meschina. Attesi,
consumato da uno scoramento pieno d'ansia con il cuore che ancora batteva come un forsennato. Non
importava che fossi giunto a non fidarmi pi di Magda dopo aver scoperto quell'orrendo manoscritto.
Non importava che lei, a paragone con Ruthana, mi apparisse grossa e sgraziata. Nulla aveva pi
importanza. Non volevo essere cacciato di casa. Costretto a ritornarmene all'ancor pi grossa e
sgraziata Villetta della serenit.
Invano. Quando alla fine parl lo fece scuotendo la testa. No mi disse. Non ti credo. Voglio
che te ne vada da casa mia.
Oh, per l'amor di dio, Magda protestai. Per colpa di un'unica notte? dissi, sapendo che le
sue parole erano giustificate e le mie no.
Sono abbastanza vecchia da poter essere tua madre ribatt lei. Tu ti porteresti a letto tua
madre?
La crudezza della sua domanda mi fece trasalire. Non sapevo come rispondere.
Allung una mano e prese la mia, sorridendo. Per un momento di intenso sollievo pensai che
avesse cambiato idea. Ma subito le sue parole spazzarono via quella speranza. Mi dispiace, caro, ma
devi andartene stamattina.
Perci me ne andai. Non esattamente felice di farlo, ma me ne andai. Portai con me i miei
vestiti. Magda mi diede una sacca da viaggio dicendomi che era appartenuta a Edward.
Mi avviai caracollando lungo il sentiero con la sacca a tracolla sulla spalla destra. Se avessi
avuto una lunga barba bianca e un centinaio di chili di pi avrei potuto assomigliare a un Babbo Natale
immusonito, tanto apparivo provato dalla tristezza. Passai accanto a un uomo e non lo degnai di
un'occhiata.
Cos tornai a sistemarmi in quella orribile residenza che qualcuno aveva stupidamente chiamato
Villetta della serenit.
Dove iniziarono gli incubi.
Forse incubi non  la parola esatta, quando si pensa che  semplicemente il modo per definire i
sogni che mettono paura. A me successe molto, molto di pi. Date una controllata al vocabolario.
Incubo pu anche significare evento spaventoso. Consultate anche il dizionario dei sinonimi (molto
meglio del vocabolario, almeno cos afferma Arthur Black). Significati analoghi sono: tortura,
sofferenza, spavento, raccapriccio, angoscia, terrore e via dicendo. Basta cos, avete afferrato il punto.
Un bel po' (parecchio, anzi) di pi di un sogno che mette paura. Come vedrete.
Cominci tutto la seconda notte che ero a casa (nella villetta - bah! - della serenit, voglio dire).
Perch non la prima notte non lo so. Forse l'Iniziatore - come credo che sia chiamato il Mittente ( una
mia definizione) - ha deciso di offrirmi una notte di respiro prima di dare il via all'assalto.
L'assalto, all'inizio, fu disordinatamente sottile. Ero sdraiato sul letto a riflettere - a tormentarmi,
direi - sulla brutta piega che avevano preso gli eventi. Al mio fascinoso incontro con Ruthana, poi
sciupato e deturpato dalla reazione di Magda, alla nostra disastrosa notte nel letto di Edward e infine
alla mia espulsione da casa la mattina successiva e alla mia dolorosa separazione da Magda. Il
momento peggiore era quando pensavo alla perdita di... alla perdita di... come si chiamava? Come
potevo averlo gi dimenticato? Era una cosa che mi faceva impazzire. L'avevo vista - o credevo di
averla vista - nei boschi. O forse non era cos? Mi sbagliavo. Non riuscivo a ricordare come fosse.
Nemmeno un po', e questo mi faceva proprio uscire di testa. Infuriare. Come potevo aver
dimenticato... dimenticato cosa?, mi domandai. Mi ero dimenticato di qualcosa? Non riuscivo a
ricordarlo. Maledizione! Che faceva Mag... Mag... ma come diavolo si chiamava lei? Lei? Era una
donna? Non ricordavo nemmeno questo. No, non era runica cosa che non ricordavo. Non riuscivo a
ricordare niente. Dove mi trovavo? Niente da fare, ero vittima di una totale perdita di memoria, il mio
cervello era stato ripulito di ogni ricordo.
Quando me ne resi conto rimasi di stucco. All'inizio nessun terrore, solo una confusione
assoluta. L'unica cosa che riuscivo a pensare era che non ricordavo nulla. Assolutamente nulla. E lo
sapevo. Quella fu la prima immagine dell'incubo che in qualche modo mi era stato inflitto.
Poi giunse la consapevolezza (anche il pensiero era rallentato) di sentirmi come se avessi
appena terminato una settimana di lavoro pesante: stanchissimo, completamente spossato. E come se
non bastasse, con il corpo intero avvolto in un manto gelido. Non vi sembra davvero tutto un incubo?
Vorrei che poteste provarlo, una volta. No, meglio di no,  troppo coinvolgente dal punto di vista
emotivo. Mentre me ne stavo sdraiato sul letto, immobile, tremando come un ossesso, incapace di
muovermi, cominci qualche altra cosa.
Voci.
Cercai di stabilire se erano maschili o femminili, ma senza successo. Se pure c'era un modo per
capirlo, era al di l della mia comprensione. Anzi, tutto era al di l della mia comprensione. L'unica
cosa di cui ero consapevole era un acuto disagio... sia per quella specie di paralisi gelata del mio corpo
che per la (inesplicabile) paura che adesso provavo della stanza in cui questo avveniva. Che stanza
fosse e dove si trovasse non ne avevo idea. Semplicemente non riuscivo a ricordarlo. E le voci... che
dicevano? Non erano benevole nei miei confronti. Au contraire, erano cariche di animosit. Attraverso
la nebbia che mi avvolgeva il cervello riuscivo a cogliere solo frasi sconnesse come 'il buio ti riempir',
'verrai punito' o 'patirai il tormento'. Ce n'erano delle altre, ma il mio miserevole stato fisico e mentale
mi imped di comprenderle (lo so che in questo momento  fuori luogo, ma si tratta di un'espressione in
tutto e per tutto degna di Arthur Black).
D'accordo. Cercate di visualizzare la mia situazione. Perdita di memoria, addirittura di identit.
Non ve l'avevo detto? Era una parte dell'assalto dell'incubo. Perch adesso ne ho ricordi cos vividi?
Be', al momento ho il pieno controllo delle mie facolt. Allora no.
Dov'ero rimasto? Perdita di memoria e di identit. E uno. Spossatezza totale e gelo assoluto. E
due. Stanchezza gelata, potrei dire, ma non lo dir. La convinzione che qualcuno mi stesse osservando.
Le voci che aggiungevano terrore al mio stesso terrore. Mi sono dimenticato di aggiungere che
qualcuno mi stava osservando. Be', ho ottantadue anni e non ricordo le cose nel loro ordine, ma questa
me la ricordo bene. In buona sostanza. Ed ero spaventato a morte, consentitemi di dirlo. Aggiunger
solo un'altra cosa, ed  la verit, lo giuro su Dio.
Tutto questo  successo veramente. Eravamo nel 1918 e io avevo la stessa et del secolo.
Diciotto anni, per l'appunto, e mi perdonerete l'espressione un po' poetica. Sto solo cercando di
sottolineare che tutto questo mi successe cos come ve lo racconto. Be', in modo assai pi vivido di
quanto riesca a descriverlo io, quell'incubo al quale sopravvissi la seconda notte che passai nella
Villetta della serenit.
Al mattino mi sentivo male. Niente di specifico, stavo male, tutto qui. La spossatezza e il freddo
non c'erano pi, ma ero tutto indolenzito. Avevo la testa chiusa, e anche il naso. Mi bruciavano gli
occhi.
La stanza al piano terra mi sembr oppressivamente povera d'aria e sentii il bisogno di uscire.
Andai verso la porta e l'aprii. Un altro colpo. Santo dio, un'apparizione!, url la mia mente. Non lo era.
Era Joe con una grossa cesta fra le braccia. Ges, Joe, continua a spaventarmi gli dissi un po'
infastidito.
All'inizio non disse nulla, poi: Non ha un bell'aspetto.
Infatti risposi brusco. Sto male.
Si vede osserv Joe. Grazie per non avermi contraddetto, reag rabbiosamente il mio cervello.
Grazie fu tutto ci che dissi, e lo dissi altrettanto rabbiosamente.
Che c' che non va? mi chiese. Prima che potessi rispondere aggiunse: Posso portare dentro
questa cesta? C' qualcosa da mangiare.
Ce l'avevo da mangiare replicai in tono maleducato.
 andato a male disse Joe. Mi pass accanto e port la cesta verso la ghiacciaia. Ho portato
dell'altro latte e pane mi disse. Prosciutto e mele.
Lasci che la paghi borbottai. Stai cercando di farmi sentire in colpa, lo accus il mio cervello.
Non adesso disse Joe, demolendo quella sensazione. Chiuda la porta e parliamo.
Stavo appena uscendo lo informai. Ho bisogno di un po' d'aria fresca.
Non mi stupisce disse.
Stavo per ringraziarlo delle provviste che mi aveva portato, perch la parte migliore di me
aveva capito che si era trattato di una cortesia, ma quell'osservazione mi fece cambiare idea. 'Non mi
stupisce?' Che diavolo intendeva dire?
Uscimmo fuori e, quasi volessi verificare le mie parole, respirai a fondo diverse volte.
Allora, qual buon vento la porta qui? gli chiesi di malagrazia. A parte il fatto di portarmi da
mangiare. E a proposito, come faceva a sapere che ero tornato? Domanda inutile. Avrei dovuto
saperlo.
Un paio di giorni fa Bill Bantry  passato da queste parti rispose Joe. Mi ha detto di averla
vista con una grossa sacca. Ho immaginato che fosse di nuovo a casa. Rispondeva alle mie domande
in un modo cos paziente ed educato che provai una fitta autentica di rimorso e riuscii a rivolgergli un
timido sorriso. Oh dissi.
E allora, che cos' che la fa stare cos male? mi chiese. Quasi come un vero padre (tutto il
contrario del capitano) preoccupato per lo stato di salute del figlio, e questo moltiplic il mio senso di
colpa.
Vorrei saperlo, Joe risposi. Ieri sera, mentre stavo cercando di prendere sonno, sono stato
attaccato. Credo che sia la parola corretta.
Che  successo? mi domand. Riuscii a capire dalla sua espressione che era davvero
preoccupato per me, e quella reazione mi riscald il cuore. Non allevi il senso di malore, ma contribu
fortemente a migliorare il mio stato mentale. Avevo un alleato, pensai, e questo mi confort ancora di
pi.
Cos gli raccontai tutto, la perdita di memoria, la spossatezza, la sensazione di gelo, le voci,
l'impressione di essere osservato.
Non riusciva a ricordare le cose disse Joe quando ebbi concluso il mio resoconto.
Non solo non riuscivo a ricordare niente, ero anche incapace di pensare. La mia mente era
completamente svuotata.
Joe mi fiss in uno studiato silenzio (bell'abbinamento), poi disse con calma: Per me sono le
creature fatate.
Oh, andiamo Joe dissi. Tutto qui?
S fu la sua semplice risposta.
Ma lei non poteva... cominciai, ma mi bloccai subito. Era il caso di parlargli di Ruthana?
Lei? mi chiese, facendomi tornare in mente l'interrogatorio di Magda.
Esitai, poi mi costrinsi a ricordare che Joe stava dalla parte mia e che voleva solo aiutarmi.
Cos gli raccontai del mio incontro con Ruthana.
Mi ha portato fuori dai boschi, Joe provai a protestare. Ha detto che mi ama.
Ci  tornato? mi domand.
Non c' stato tempo risposi.
E lei si aspettava che lo facesse?
Joe, come facevo a saperlo? domandai a mia volta, quasi con violenza.
Alex disse lui (era la prima volta che mi chiamava con il mio nome). Chi  che doveva
saperlo?
Magda, rispose la mia mente, ma non volevo trascinarla dentro. Avevo gi dei sospetti ai quali
la mia mente cosciente non dava accesso. E va bene, forse avrei dovuto saperlo io, ma non  stato
cos. Perch mi fa questa domanda?
Perch il fatto che lei non sia tornato indietro potrebbe averla fatta arrabbiare rispose Joe.
E mi avrebbe attaccato in quel modo? chiesi, esasperato.
 una creatura fatata, Alex, non un essere umano. Non  possibile capire in che modo pensano
o agiscono. E hanno dei poteri. Anche da lontano. Le sue ultime parole, cariche di enfasi, smontarono
ogni mia protesta.
Ma era cos dolce, Joe dissi, affrettandomi ad aggiungere: E mi ha salvato da suo fratello.
Quale fratello? volle sapere Joe.
Si chiama Gilly gli dissi.
L'ha mai visto? mi chiese lui. Era la stessa domanda che mi aveva rivolto Magda. Ed era
vero, io non avevo mai visto Gilly, e la sua esistenza era solo un'affermazione di Ruthana. Adesso ero
in preda a una grande confusione. E profondamente turbato (lo sai bene, A.B.). Stava diventando
sempre pi evidente che l'attacco non era stato opera di Magda (quel sospetto che non volevo
riconoscere a me stesso) ma di quella splendida, eterea creatura chiamata Ruthana. Mentre lo accettavo
mi sentii ancora pi male, ma non avevo scelta.
Le creature fatate non ragionano come noi mi disse Joe. Non si pu mai sapere con certezza
come pensano. O come si comporteranno.
Joe dissi, stavolta in tono supplichevole. Se aveva intenzione di farmi del male, perch non
l'ha fatto quando ero insieme a lei? Perch scegliere quest'altro modo?
Alex. Mi chiam di nuovo per nome, e questo mi fece piacere, ma mi allarm ancora di pi.
Pu aver commesso un errore, o forse lo ha visto solo come un gioco. Non sappiamo mai quale
comportamento possono adottare.  per questo che ci teniamo alla larga da loro, che evitiamo i boschi.
Non le avevo forse consigliato di non andare nei boschi? Adesso la sua preoccupazione da genitore si
era trasformata in un vero e proprio rimprovero, e questo mi fece orripilare ( una parola che esiste sul
dizionario dei sinonimi, non me lo sono inventata io).
S, me lo ha consigliato ammisi. Me la stavo facendo sotto dalla paura ( questa la parola che
avrei usato io). Lo guardai fisso. E adesso? gli chiesi.
18
'E adesso' si risolse in una serie di suggerimenti, o metodi, da parte di Joe Lightfoot per
difendermi dagli attacchi notturni delle creature fatate.
Suggerimento uno: preparare una ciotola di quindici, venti centimetri di diametro con alcuni
centimetri di sabbia disposta sul fondo. Sistemarvi sopra diverse foglie di salvia bianca e dar fuoco alle
punte o ai bordi. Quando il fuoco ha preso, soffiarvi sopra e lasciare che le foglie vadano in fumo
(vadano in fumo? Si pu trovare di meglio. A. Black). Con questo fumo, mi spieg Joe, si fa quella che
viene chiamata 'fumigazione'. Bisogna passarselo sulla faccia e sul corpo per un certo numero di volte,
e poi per tutta la stanza interessata.
L'unico inconveniente fu quando chiesi a Joe dove fosse possibile procurarsi delle foglie di
salvia bianca. Non lo sapeva. Pu farne crescere un po' mi disse.
Grande, Joe! esclamai. Che ne dice, ci riesco a farne crescere un po' per stasera?
Lui trasal. L'unica volta in cui lo avevo visto indeciso. Magari... la madre delle essenze
sugger La tormalina nera.
Vado subito a procurarmela scattai. Stavo perdendo la pazienza. Si trattava di una faccenda
seria. Ero terrorizzato e avevo bisogno d'aiuto. Mi sovvenne l'idea improvvisa che in questo Magda
potesse essermi pi utile, ma preferii non scegliere quella strada.
E va bene, vediamo che altro si pu fare disse Joe. Mi scusi per la salvia bianca.  stato un
po' stupido da parte mia.
Sembrava cos sinceramente pentito che subito mi torn il senso di colpa. Stava solo cercando
di aiutarmi.
Potrebbe provare a bruciare l'erba di San Giacomo, ma la puzza le sarebbe fatale.
Qualche altra cosa, Joe? insistei, di nuovo vittima del terrore.
Be', s, il latte avariato li farebbe star male. Amano il latte fresco, ma quello andato a male...
qui ne ha parecchio.
Stiamo facendo progressi dissi. Ne ero convinto.
No disse Joe, buttando all'aria la mia speranza. Le servir qualcosa di meglio. Che ne
direbbe di un incantesimo?
Di che si tratta? In ogni caso sembrava pi promettente del latte avariato.
 un po' complicato mi spieg Joe. Per prima cosa bisogna sapere con precisione che cosa si
vuole ottenere. Be', lei lo sa. Proteggersi dagli attacchi. Non  cos?
Ma certo convenni stizzito. Di che altro stiamo parlando?
Giusto disse Joe. Questo lo abbiamo accertato. Poi ci vogliono delle candele, pietre o
qualsiasi altra cosa occorra. Posso fare una corsa in paese a procurargliele. Quindi bisogna decidere
quali parole si vogliono usare. Metta per iscritto le parole chiave che deve ripetere, lei sa quali sono.
Lo so?, s'interrog la mia mente. Be' s, lo sapevo senza dubbio. Basta con questi dannati
attacchi. Oh Magda, pensai, adesso s che mi farebbe comodo un po' della magia della Wicca. No, si
oppose la mia mente. Non ancora. Mi resi conto che in quel pensiero c'era ancora una certa propensione
all'indulgenza, ma lo scartai lo stesso. Il rituale della mia guarigione mi aveva davvero colpito, e mi si
era impresso nella memoria.
Queste riflessioni mi distrassero il cervello mentre Joe continuava a snocciolare le sue istruzioni
strampalate. Passo cinque: se desideravo l'aiuto di una particolare divinit dovevo decidere se si
trattasse di un dio o di una dea. Poteva rendersi necessario mettere per iscritto delle preghiere
particolari e impararle a memoria. Passo sei: accertarsi di visualizzare con chiarezza il proprio
obiettivo. Se si voleva fare uso di una specifica creatura fatata bisognava decidere quale. Ruffiana?, mi
domandai. Assurdo, se era proprio la responsabile degli attacchi. Gilly? Gi, quella era proprio un'idea
geniale. Passo sette: decidere dove si voleva scagliare l'incantesimo. Il quando non era preso in
considerazione, naturalmente. Gli attacchi andavano sventati per quella notte stessa.
Quando all'improvviso mi accorsi di quanto tutta questa storia fosse complicata alzai le mani in
segno di resa. Joe, basta cos! esclamai. Non riesco a ricordare tutto!
Lui soccombette al silenzio e mi fiss (soccombette? Arthur Black impazzirebbe). Alla fine,
con un fiacco sorriso di capitolazione (anche questa gli piacerebbe) disse: Be', s, immagino che sia
troppo, con cos poco tempo a disposizione. Bisogner escogitare qualcosa di semplice. Potrebbe
provare a battere le mani o a fischiare... Alle creature fatate non piacciono i rumori forti.
S dissi. Che altro?
Pu gettare germogli di primule attorno al letto disse Joe.
Giusto! esclamai, entusiasta. Magda lo ha fatto e ha fermato l'inseguimento di Gilly.
Lei  ancora convinto che questo Gilly esista.
S. In un modo o nell'altro dovevo pur provare a riaffermare me stesso. Qualche altra cosa?
Lei ha una padella di ghisa mi ricord Joe. La metta accanto al letto. O dentro il letto. Ed
ecco... Si frug nella tasca destra e ne tir fuori qualcosa che mi porse. Un chiodo d'acciaio.
Rimanga vestito e lo tenga nella tasca destra come faccio io. Solo la destra, mi raccomando. Crea una
barriera intorno a lei. Se ha una falce pu appenderla sopra la porta. Il metallo e il peggior nemico delle
creature fatate.
Queste s che sono proposte concrete, si eccit la mia mente. Perch non me ne ha parlato fin
dall'inizio? Perch quella ridicola storia della salvia bianca e dell'incantesimo?
Grazie, Joe dissi. Lo apprezzo davvero.
Lieto di poterle essere d'aiuto replic Joe. Ah gi, pu anche mettere della cenere... Ha un
caminetto, no? (certo che ce l'avevo, ma non l'avevo mai usato). Le metta dentro le bottiglie, oppure ci
riempia dei piccoli sacchetti e li disponga sulle finestre. Alle creature fatate non piace l'odore della
cenere. Se ha uno specchio lo sistemi accanto al letto. Odiano anche gli specchi. Preferiscono vedere il
loro riflesso nell'acqua. Peccato che non abbia un gatto. I gatti ne vanno a caccia.
Santo dio, pensai. Joe Lightfoot era un vero pozzo di scienza in fatto di guerra alle creature
fatate. Dio lo benedica. Che avrei fatto senza di lui?
Fu colpa mia se non mi resi conto che si sbagliava del tutto?
Trascorsi il pomeriggio immerso nei preparativi.
Per prima cosa i germogli di primule. Avevo visto come funzionavano bene. Sfortunatamente
non ne avevo. Ero stato io stesso a buttare a mare tutto. Magda ne aveva un intero giardino, ma non me
la sentivo proprio di andare a bussare alla sua porta e chiedergliene un po' in prestito. In tasca mi erano
rimasti degli avanzi secchi e li distribuii tutto attorno al pagliericcio, sentendomi un perfetto idiota
mentre lo facevo. Com'era possibile che quei patetici rimasugli di fiori sventassero un attacco? Li
guardai, sistemati sul pavimento, e aggrottai la fronte, preoccupato.
Poi mi dedicai alla padella di ghisa. Volevo inchiodarla sulla parete sopra il pagliericcio, che
era poi la parte inferiore del tetto, ma non avevo un martello. Joe non si era offerto di lasciarmene uno,
non so se perch era convinto che lo avessi o perch proprio non ci aveva pensato. E poi l'unico chiodo
che avevo era quello che mi aveva lasciato Joe, e non credo che comunque lo avrei usato per inchiodare
quella dannata padella. La superficie del tetto era pi di mattoni che di legno. Cos mi limitai a
sistemarla in cima al pagliericcio. Dove faceva una figura ridicola. Come avrei fatto a dormire con
quella padella sul letto, in nome di Dio? Era impossibile, cos la sistemai sul pavimento. Anche l
sembrava assurda, in mezzo agli avanzi di fiori. Mi sentii ancora un perfetto idiota.
Avevo deciso di dormire completamente vestito, con addosso la giacca e il chiodo nella tasca
destra, come mi aveva suggerito Joe. Sarebbe stato molto pi pratico prendere in affitto una stanza
all'albergo di Gatford. Perch non l'avevo fatto? Per risparmiare soldi? No, era una sciocchezza. La
ragione per cui non lo avevo fatto era forse un po' fantasiosa, ma mi convinceva di pi. Se e quando
fosse cominciato l'attacco (ma ero sicuro che sarebbe cominciato) mi sarei rivolto a voce alta a
Ruthana. A questo punto davo per scontato quanto mi aveva detto Joe, e cio che si trattasse di un
attacco da parte delle creature fatate. In tal caso chi poteva esserne la causa pi probabile? Era difficile
da accettare, certo, perch lei era cos incredibilmente dolce, eppure... doveva pur esserci qualcuno
dietro. Gilly? Non difficile da accettare. Magda? Di nuovo quell'eventualit allarmante nel mio
cervello. Mi aveva cacciato di casa. Mi amava, ma si era sentita tradita quando le avevo parlato di
Ruthana. Aveva gli strumenti per farlo, ma li aveva anche Ruthana. Ricordo di aver pensato che in
effetti non avevo idea di quanto potesse essere potente. E poi aveva affermato di amarmi. Si era sentita
tradita anche lei perch non ero tornato subito? Avevo il cervello in subbuglio. Ruthana? Gilly?
Magda? Ho dimenticato qualcuno?
Non avevo una risposta, cos andai avanti con i preparativi... che mi apparivano sempre pi
folli. Dopotutto ero un ragazzo di Brooklyn. Avevo visto la guerra nelle trincee, me l'ero cavata bene a
scuola... L'unico motivo per cui il capitano Voi Sapete Chi aveva sopportato la mia presenza in casa
sua. Dovunque, di volta in volta, venisse trasferito. Quello che sto cercando di dire  che avevo (credo)
la testa a posto. E tutta quella roba da lunatici era un vero e proprio anatema per il mio cervello, pi
portato al buon senso. Non era quella la realt, era pura follia. Eppure non potevo negare che stava
accadendo tutto. Stava succedendo davvero e io dovevo accettarlo. Prendete tutto, mescolate bene,
versatelo in un cervello logico e che cosa ottenete? Una confusione infinita. Cio precisamente lo stato
in cui mi trovavo.
A dispetto di tutto questo - un guazzabuglio'di pensieri, la riluttanza a credere e,
innegabilmente, la paura - continuai a prepararmi. Misi le ceneri del caminetto dentro i vasetti vuoti che
mi aveva lasciato Joe, alcuni sulle finestre, altri sull'abbaino del tetto. Pensai anche di andare a cercare
un gatto, ma non c'era tempo. Era gi pomeriggio inoltrato e ben presto avrebbe fatto buio.
E dopo?
Non fu la stanchezza, ma un'improvvisa mancanza di energie. Chiss come riuscii a capire la
differenza. La sensazione di stanchezza della notte prima non era stata repentina. Era giunta a poco a
poco. Questa invece fu rapida. In un attimo mi ritrovai del tutto privo di forze. Quasi stordito dalla
debolezza. Qualcuno mi stava toccando? O mi stava scuotendo? Avvertivo la presenza di qualcuno
accanto a me. O di qualcosa.
Mi osservava.
Cominciai a vedere - o lo immaginai solo - sagome di ombre spaventose sul muro. Mostri di
tutte le variet. Creature informi. Insetti giganti.
Cercai di battere le mani o di fischiare, ma non ero in grado di chiamare a raccolta le energie
per fare nessuna delle due cose. Rimasi l inerte 'come un nodo su un tronco', come era solita dire mia
madre. Perch mi era venuto in mente quel modo di dire? Ruthana!, url la mia mente, ti prego,
smettila.
Non smise. Anzi, peggior. Adesso non ero pi un nodo su un tronco. Ero un tronco che pesava
una tonnellata, e soltanto gli occhi erano rimasti attivi... e il cervello terrorizzato. Ombre sul muro.
Ombre orribili. Ombre minacciose. Ombre terrificanti.
Poi cominciarono di nuovo le voci.
Un coro di voci. Voci stridule, laceranti, una specie di grottesco canto gregoriano. Muori!
Soffri! Carne consunta! Occhi mangiati! (Per uno stupido momento immaginai tutti i topi della guerra
radunati insieme con indosso paramenti religiosi che intonavano osanna sui loro pasti in trincea.) Poi il
buon senso - anche se in quel momento ne avevo ben poco, di senso - ebbe il sopravvento e capii di
essere di nuovo sotto assedio telepatico. Ruthana, la supplicai, basta!
Ma invece di smettere, avvenne qualcosa di ancor pi orrendo.
Un urlo da far raggelare il sangue sembr scaturire dall'aria.
I miei occhi ancora attivi colsero una visione che, ancor oggi, mi rimane incisa nella memoria.
Una vecchia megera - una fattucchiera, come appresi in seguito - si stava precipitando dalla
porta verso di me con un'espressione di maligna esultanza sulla faccia... una faccia che era per met
ossa e per met carne putrefatta. Indossava vestiti cenciosi e stracciati sotto i quali si vedevano i seni
magri e cascanti che dondolavano mentre correva. Dalla sua bocca - nella quale non c'erano labbra -
continuava a uscire quell'urlo stridulo. In quel momento mi accorsi che la sua pelle e - dio onnipotente!
- anche i denti erano verdi. Non il verde delle piante o delle foglie degli alberi, ma piuttosto il verde di
un fungo, o del fondo melmoso di uno stagno. Nonostante fossi praticamente paralizzato sentii lo
stomaco che brontolava e la bile che mi risaliva fin nella gola.
Poi la megera mi raggiunse e con un balzo innaturale si avvent sopra di me, sempre
continuando a urlare e con la faccia orrenda che adesso esprimeva un piacere quasi morboso. Sentii le
sue dita ossute che mi laceravano i pantaloni. Cominci a baciarmi forsennatamente, con l'alito che mi
penetrava in bocca (la lingua era lunga e frastagliata) come una ventata d'aria da una fogna antica.
Sentii di nuovo lo stomaco che protestava ed ebbi voglia di vomitare.
A questo punto quella orribile creatura mi afferr il pene... che chiss come, forse per stupidit
forse perch vittima della forza telepatica (rifiuto decisamente di pensare che fosse per semplice
eccitazione) si era eretto. La fattucchiera, chiocciando di vittoria, affond il suo ventre scheletrico sul
mio e (be',  la parola giusta da usare) mi violent. Pi di una volta. Finch non scoppiai a piangere e a
gridare: Ruffiana, perch?
Poi, in un secondo, tutto fin. Avevo di nuovo la padronanza dei sensi. Senza nessuna
conseguenza se non lo stomaco in disordine e una nausea totale. Oltre a un prurito doloroso ai genitali e
brutti graffi sul petto.
E chiss perch una rabbia incontenibile. Joe Lightfoot era un idiota, si era sbagliato! Le sue
protezioni, nessuna delle quali aveva funzionato, erano risibili. Se mai c'era qualcosa di cui ridere, e
non era cos.
Ruffiana? Era tutta opera sua? Assolutamente no. Non era stata lei, non poteva essere stata lei.
Era stato qualcun altro, per forza.
La strega Magda.
Attraversai di corsa il vasto prato davanti a casa sua, mai prendendo in considerazione l'idea che
qualcosa potesse bloccarmi la strada o fermarmi. Ero troppo furibondo per concedermi simili
considerazioni. Dovevo vedere Magda. Nella mia mente non c'erano altri pensieri o preoccupazioni.
Giunsi alla porta, girai la maniglia e l'aprii. Magda! gridai.
Non ebbi risposta, cos entrai a passo di carica in salotto, sempre urlando: Magda! Ancora
nessuna risposta. Dannazione, Magda! Ero fuori di me. Non tentare di nasconderti. Come mai mi
fosse venuta in mente una cosa del genere non saprei spiegarlo. Ero preparato a tutto, immagino. La
rabbia mi annebbiava il cervello, e anche la vista. Corsi per tutta casa continuando a ripetere il suo
nome, addirittura in tono intimidatorio (che stupido).
In camera da letto non c'era nessuno. Quel letto mastodontico non mi appariva pi minaccioso
n, quant'era vero iddio, invitante. Gridai ancora il suo nome nel caso fosse in bagno. Nessuna risposta.
Maledizione! sbottai. La cosa stava andando troppo per le lunghe. La filippica che mi ero preparato -
non avevo fatto che ripeterla a bassa voce durante la lunga corsa dalla villetta - stava gi perdendo di
convinzione. Dovevo esprimerla subito. Magda! A questo punto urlavo come un pazzo.
Niente nemmeno nello studio. Per alcuni secondi di follia mi stuzzic l'idea di prendere quel
nauseabondo manoscritto e farlo a pezzi. Ma non ne avevo il tempo. Dovevo scatenare la mia furia.
Magda! gridai ancora. La mia voce s'incrin. La stavo perdendo. No!, pensai infuriato. Avevo delle
cose da dirle. Dirle?, un verbo non abbastanza forte. Gridarle! Sbatterle in faccia! Vomitarle addosso!
Ecco come mi sentivo. Magda! dissi in un grugnito, digrignando i denti.
Corsi in cucina. Non c'era nessuno. Insomma dove diavolo sei? grugnai ancora. Scaraventai
via la grossa poltrona, compiaciuto e nello stesso tempo in colpa quando sentii lo scricchiolio del legno.
Il mio ultimo tentativo diede frutti (amari). Era nell'orto a zappare, con un grembiule sopra il
vestito. Quando sent il rumore della porta che sbatteva - l'avevo fatto volutamente - si guard intorno
sorpresa. Alex disse. Il suono della sua voce mi fece infuriare, liberando tutta l'enfasi del mio
sproloquio (niente male, A.B.).
E va bene attaccai (non un esordio memorabile, ma proprio non ero lucido).
Stramaledizione! (Questo va gi meglio.) Puoi cacciarmi di casa perche ti ho offeso! Puoi anche
costringermi a tornare in quella baracca pidocchiosa! Puoi fare tutto quello che vuoi, ma devi proprio
torturarmi? Devi proprio aggredirmi in quel modo? Guardami! Aprii la camicia mostrandole i graffi
scoloriti sul petto. Mi abbassai i pantaloni. Guarda il mio... (Non posso dirlo, ma fa rima con
mazzo). Ecco che mi hai fatto! Ne sono pieno. Di morsi! Sei contenta? Adesso hai finito con me?
Lei non disse una parola. Il volto rimase inespressivo. Attesi, ma non parl. Pensai di ritirarmi
su i pantaloni, ma poi decisi rabbiosamente di lasciare che guardasse ancora il mio organo malridotto.
Lasciai aperta anche la camicia.
Alla fine il suo silenzio di tomba mi indispett. Indispett? Andiamo, Black, puoi trovare
qualcosa di meglio. Diciamo... mi fece vedere rosso. La furia gioca scherzi del genere.
Andiamo! Reagisci! le ordinai, ignorando il suono gracchiante della mia voce. Dimmi
qualcosa! Sarebbe stato meglio dire: 'Parla', ma la mia lingua - e il cervello non erano al servizio della
grammatica. Dimmi qualcosa ripetei.
Non parl. Pianse.
Questo mi colse completamente impreparato. Non lo avevo pensato, n previsto. Perch quel
pianto fu davvero improvviso, davvero incontrollato, i singhiozzi violenti, le guance tutto a un tratto
rigate di lacrime. Non l'avevo mai vista esprimere un'emozione tanto istintiva, e la cosa mi lasci di
stucco. Rimasi l come imbambolato, diviso fra lo sbalordimento e il tentativo, via via pi infruttuoso,
di aggrapparmi alla mia rabbia.
Magda non riusciva a parlare. Ogni volta che ci provava finiva col soccombere ai singhiozzi,
talmente violenti da scuoterla tutta e da minacciare di farla cadere. Capivo che voleva dire qualcosa, ma
che regolarmente falliva. Potevo solo restarmene l in piedi con i pantaloni abbassati e osservare in
silenzio tutta la sua palese, sconsolata disperazione.
Alex riusc finalmente a dire. Alex. Debolmente. Con voce spezzata e appena udibile.
Poi, con uno sforzo evidente, ma sempre incapace di tenere a bada i singhiozzi, fu in grado di
dire di pi.
Come hai potuto? Solo questo, sempre scossa da singhiozzi spasmodici (mamma mia. A.B.).
E ancora: Come hai potuto?
Poi il pianto la travolse, le tolse quasi il respiro, mentre i singhiozzi per poco non la
strozzavano, e cominci a gemere, di un dolore autentico, mi sembr. Adesso mi sentivo quasi un
verme (nudo come un verme, dovrei dire) e cominciai a tirarmi su i pantaloni. Magda, in preda a un
pianto incontrollato, scosse la testa e agit la mano destra verso di me quasi invitandomi a lasciar
perdere i pantaloni. Non riuscendo a capire che cosa intendesse li lasciai abbassati, ben consapevole del
fatto che dovevo apparire assurdo, quasi comico. Magda, non credo... cominciai. Lei scosse la testa
di nuovo, dandomi l'impressione che non volesse sentire da me altre parole.
Alla fine ritrov la voce, anche se segnata dal dolore e - con mio grande stupore - dal rimorso.
Come hai potuto pensare questo di me? mi chiese, mi implor. Come hai potuto pensare che
sia capace di fare cose del genere? A te! Al padre di nostro figlio!
19
Dio santissimo, furono le prime due parole che emersero dal mio cervello frastornato. Nostro
figlio? In qualche modo questo sembr cambiare tutto. Dov'era andata a finire la mia rabbia? E che
rimaneva di quel discorso farneticante che mi ero preparato? Niente. Mi limitai a fissarla muto, come
istupidito.
Poi dissi... o piuttosto farfugliai: Nostro figlio?
Alex disse lei. C'era un sorriso sotto le lacrime? Abbiamo... fatto l'amore un gran numero di
volte. Senza nessuna protezione. Ti sorprende che alla fine sia rimasta gravida? (Credo che allora la
parola 'incinta' non fosse ancora di uso comune.)
Ecco... Adesso il mio cervello era in totale stato confusionale. Tu... Nessuna parola prese
forma. Poi, tutto a un tratto, il risentimento riemerse. Se sapevi di essere gravida, come hai potuto
aggredirmi in quel modo?
Alex disse lei, con la voce che perdeva di nuovo vigore. Che cosa ti fa pensare che ti
abbia... aggredito proprio io? A quanto sembrava quel verbo la faceva soffrire.
Be', chi altro pu essere stato? domandai. Chi altro possiede quel genere di potere?
Lei mi fiss senza dire niente. Come se sapesse che gi conoscevo la risposta.
Immagino di aver fatto un passo falso. Avrei dovuto incalzarla con domande sempre pi
stringenti e invece (direi piuttosto ingenuamente) le chiesi: Anche loro ce li hanno?
Non solo quelli disse Magda.
Cristo santo, pensai. Adesso tutto mi si ritorceva contro.
Ma la spossatezza dissi, sull'orlo della protesta. La perdita di memoria, il gelo, quelle voci
orribili. Avevo fatto di tutto per proteggermi. Le primule attorno al letto, al pagliericcio. La padella di
ghisa. Le ceneri sulle finestre. Qualsiasi cosa pur di fermarli. Non ha funzionato niente! Come
potevano essere le creature fatate, Magda? Com' stato possibile?
Non le creature fatate, Alex disse Magda. Soltanto una.
Oddio, pensai. Mi aveva quasi convinto.
Ma non mi lasciai smontare del tutto. Stavo tentando disperatamente di scagionare Ruthana.
Due notti di seguito? insistei. Quella orribile megera che mi faceva questo? Indicai con enfasi il
mio inguine malconcio.
Le parole che pronunci dopo mi colsero del tutto alla sprovvista.
Togliti i vestiti mi disse.
Fui incapace di replicare e rimasi li a bocca spalancata. Poi riuscii a dire: Non sono dell'umore
adatto.
Alex tagli corto lei. Non ti sto proponendo di fare l'amore. Voglio solo mettere un po' di
unguento sulle tue ferite.
Oh feci stupidamente. Da buon adolescente sul momento avevo frainteso la sua richiesta.
E cos, obbediente come una pecora, mi sfilai tutti i vestiti, aiutato da Magda, e mi distesi in
tutta la mia ferita nudit sul tavolo di cucina, mentre lei prendeva un piccolo barattolo dalla credenza e
cominciava a svitarne il tappo. Dunque disse, e lo disse in un modo cos sbrigativo da farmi pensare
per un momento o due che quell'unguento fosse una minacciosa replica delle aggressioni.
Ma poi, quando le dita delicate di Magda ebbero finito di spalmare quella pasta biancastra e
gelatinosa sul mio petto, sentii il dolore diminuire sensibilmente. E quando me l'applic sui genitali, il
mio organo che-non-sa-mai-niente rispose - come faceva di solito - senza preoccuparsi minimamente di
quello che gli era capitato. Magda represse un sorriso. Mi sembra avessi detto che non eri dell'umore
giusto osserv. Non avevo la minima voglia di essere preso in giro.  solo un riflesso borbottai.
Sembrava assurdo anche a me.
Ma certo disse lei. Lo so.
Seguirono diversi secondi di silenzio mentre Magda continuava a frizionare molto
delicatamente tutte le contusioni e i graffi profondi che avevo sul resto del corpo. Devo ammettere che
quella crema fece davvero miracoli.
Alla fine Magda mi disse: Quell'orribile megera si chiama la Vecchia Strega,  uno spirito del
folklore inglese.
Magda dissi con tutta l'irritabilit di cui ero capace, nudo e impotente com'ero sul tavolo della
cucina. Non era uno spirito. Guardami! Uno spirito pu fare questo? Gesticolai debolmente verso
l'inguine ancora malmesso.
Lei rispose, pazientemente: Credi che gli spiriti non siano in grado di assumere carne e ossa?
Carne e ossa? replicai, dubbioso. Uno spirito?
S, Alex. S disse lei. Poi aggiunse: Vuoi che ti mostri i libri in cui se ne parla? Alcune
fotografie!
Ecco... Contrariato mi chiusi in un silenzio insoddisfatto. Poi ribattei con una domanda. E
tu mi vorresti dire che  stata Ruthana (stavolta non esitai a chiamarla per nome) a farmi tutto questo?
La sua replica mi giunse inattesa. E non mi fece piacere.
Ragiona, Alex. Ti ha invitato... no, ti ha attirato con le lusinghe fino a lei, anche se il piccolo
popolo  piuttosto reticente a permettere un incontro del genere. Ha parlato amabilmente con te. Poi,
quando ti sei convinto che andava tutto bene... lei era nuda, giusto?
Questo mi lasci interdetto. Gliel'avevo detto? Non riuscivo a ricordarlo. Ma certo che era
nuda continu Magda, rigirando il coltello nella piaga. Doveva esserlo. Per allettarti. Non lo
capisci?
No farfugliai. Non ero ancora convinto.
Io credo di s disse Magda. In ogni caso, proprio quando ti sentivi pi a tuo agio lei ti ha
detto che suo fratello - il suo cattivissimo fratello - stava arrivando. Ha inscenato una fuga da lui... e ti
ha aiutato a scappare.
Proprio cos dissi fiaccamente. Se voleva farmi del male perch aiutarmi a sfuggire a suo
fratello?
Non l'hai mai visto afferm decisa Magda. Non puoi nemmeno sostenere che esiste
veramente.
Be'... Su questo niente da obiettare. Non potevo sostenerlo. Per quanto ne sapevo, Gilly
poteva anche non esistere affatto.
Oddio mormorai. Sembrava cos dolce, Magda. Ha detto che mi amava. Ecco, mi era
scappato. Magda se la sarebbe cavata benissimo con un accusato da interrogare e gli avrebbe comunque
estorto una confessione - magari non voluta - con l'intelligenza o con la diplomazia.
Sono sicura che l'abbia detto fu il suo commento.
Ancora non capisco perch mi abbia lasciato andare dissi.
Questo  strano replic Magda. Non mi  mai capitato di sentirlo. Magari  solo l'ennesimo
esempio di un tentativo di raggiro, tipico di quegli esseri. Oppure lei  troppo giovane e ancora non
padroneggia bene i ferri del mestiere. Forse si aspettava che tu tornassi. E quando non sei tornato...
Lasci la frase in sospeso.
E tu credi che lei abbia il potere di... cominciai.
Io so che ha il potere mi interruppe con decisione. Mai sottovalutare ci che possono fare.
Fare avvenire le cose a distanza  facilissimo per loro. Sono certa che sia abbastanza cresciuta da
saperlo fare.
Io ero sicuro... No, non ero sicuro, sospettavo che fossi tu, Magda dissi.
La faccia le cedette. Non saprei esprimerlo in altro modo. Se davvero lo credi, Alex... disse.
Magda, non so pi nemmeno io a che cosa credere. Questo era abbastanza vero. Il mio
cervello era un groviglio di possibilit... e di confusione.
Se pensi che abbia fatto tutte quelle cose orribili devi andartene di nuovo disse lei.
Per farmi aggredire ancora? dissi. Sapeva che stavo scherzando, perch mi sorrise. Abbiamo
finito disse. Scendi dal tavolo.
Mi tirai su. Se devo essere sincero quella vecchia strega non era poi cos brutta dissi.
Oh, piantala. Magda represse un sorriso e mi diede una pacca sul sedere.
E cos eccomi l. Una decisione l'avevo presa. Almeno una specie di decisione. Ancora mi
riusciva intimamente difficile credere che Ruthana fosse responsabile di quegli spaventosi attacchi, ma
d'altra parte (non c' da stupirsi che i pesci siano chiamati il secchio della spazzatura dello zodiaco: il
mio cervello era senza dubbio un secchio della spazzatura di dubbi) Magda mi aveva (quasi) convinto
che lei non c'entrava niente. Era abbastanza evidente che non avevo ancora un'idea chiara dei poteri
delle creature fatate. Se davvero esisteva un Gilly aveva organizzato entrambe le volte gli inseguimenti
alla grande, facendomi prendere un bello spavento. Avevo ancora un ricordo molto vivido degli elefanti
(ma non potevano essere veri elefanti, no?) lanciati al mio inseguimento nella piantagione di bamb. E
Magda mi aveva salvato sul serio da quella situazione! Un altro punto a suo favore. Santo dio. Ero
perplesso, in tutti i sensi. Ero un relitto mentale. Quanto avrei voluto avere le idee pi chiare.
Ma non le avevo.
Per farla breve (espressione trita. A. Black) rimasi con Magda. La strega. Non dovrei chiamarla
cos. Lei era una wicce.  diverso, o almeno ho sempre pensato che lo fosse. Dovrei chiamarla Magda,
la madre del mio futuro figlio. Questo mi aveva davvero mandato in pappa il cervello. Io pap? A
diciotto anni? E poi? Altri dodici figli? La prospettiva non mi allettava nemmeno un po'. Bastava cos
poco perch rimanesse incinta. Ma quanti anni aveva?
Sicuramente non era pi giovane di mia madre. E mia madre avrebbe potuto avere un figlio a
quell'et? L'idea era inquietante. Il pensiero di lei che faceva sesso con il capitano bast a farmi
rivoltare lo stomaco. Che faceva il capitano, le concedeva un periodo preciso di tempo in attesa che il
suo sperma ben disciplinato di ufficiale della marina facesse il suo effetto? Ges Cristo, che immagine
rivoltante. Avevo gi abbastanza problemi per conto mio.
Dunque rimasi con Magda. In un miscuglio di fiducia e sfiducia le credevo e non le credevo allo
stesso tempo. Tutto ci che diceva sembrava incontestabile (l'ho gi usata, questa parola?). Eppure
nella mia psiche era rimasta l'immagine indelebile di quella dolce creatura chiamata Ruthana. Sapevo
che possedeva poteri (un'allitterazione degna di A. Black, accettabile) che erano al di l della mia
comprensione.
Dov'ero rimasto? S, la mia incapacit di contestare le parole di Magda, e contemporaneamente
la stessa incapacit di negare la dolcezza di Ruthana. E questo dove mi lasciava? Su un'altalena lanciata
a tutta velocit. Su un filo, in precario equilibrio fra la certezza e il suo opposto. In verit le amavo
entrambe.
No, erano due amori diversi. Il primo era quello di un figlio per la madre, anche se complicato
dal fatto di essere amanti.
Il mio amore per Ruthana era - diciamo cos - del tutto romantico. Con tutte le pecche che
questa parola sottintende. Cecit della visione. Stato mentale illogico. Beatitudine ignorante (tutte
definizioni molto calzanti). Quando mi soffermavo a riflettere su ci che ancora provavo per Ruthana
sapevo di essere del tutto irrealistico, e probabilmente insensato. Ma che ne pu sapere un ragazzo di
diciotto anni della vera realt?
Dovevo ancora imparare.
Bene, allora. L'amore di un figlio per la madre. Una madre bellissima, voluttuosa, appassionata.
Era facile per un adolescente un po' zuccone provare amore per una mamma cos affascinante. E lei mi
trattava del resto con tutto l'amore di un genitore premuroso. E proprio per questo, lo confesso, col
passare delle settimane pensai sempre meno a Ruthana.
Per un po', almeno.
Magda cucinava per me, preparava pane e dolci, e pasti assolutamente succulenti. Torte
deliziose, biscotti incredibili. Ho reso l'idea?
I miei vestiti erano sempre puliti e impeccabili. Mi port anche a Gatford per acquistarne degli
altri. Una volta, almeno. L'esperienza fu cos spiacevole che ci rattrist e ci esasper entrambi. Gli
sguardi. I sorrisetti malamente nascosti. I mormorii dietro le spalle. Un atteggiamento da stupidi
provinciali. Fu tutto molto antipatico e irritante, soprattutto per me. Ne dedussi che Magda doveva
essere spesso vittima di quel trattamento da villani. Se un tempo era stata una cittadina di Gatford
accettata e rispettata, adesso non lo era pi. Adesso era decisamente poco gradita. Povera Magda. Lo
dico a suo favore... almeno per quanto riguarda quel periodo di tempo. Adesso...
Da quel momento i miei vestiti furono sempre pi puliti, e quando cominciarono a mostrare i
segni del tempo, Magda mi adatt quelli di Edward. Per fortuna avevamo pi o meno la stessa
corporatura, cos non ci volle un gran lavoro.
E parlavamo. Le settimane diventarono un mese, poi due, e noi parlavamo sempre di pi ogni
giorno che passava. Magda si apr, come si dice... sia mentalmente che fisicamente (quest'ultima  un
po' infelice). Mi disse di non essere una figlia legittima. Era la 'figlia d'amore' di Tollef Nielsen...
norvegese-inglese. Era cresciuta nell'Inghilterra centrale. Suo padre era gentile con lei, sua madre no.
Esattamente l'opposto di me, le dissi. Cominci ad appassionarsi alla Wicca nell'ultimo anno delle
scuole superiori. Non frequent mai l'universit. Sbattuta fuori di casa (in senso figurato) and a vivere
per conto suo e fin a Gatford, dove conobbe Jerry Variel e lo spos. Poco dopo nacque Edward.
Il resto ve l'ho gi raccontato. L'interesse per la Wicca sbocci di nuovo offrendo consolazione
al suo dolore, e questo ci porta al presente. Il presente di allora, non di adesso. Ha senso? Speriamo di
s.
Ma torniamo alle nostre conversazioni quotidiane.
Ho descritto meglio che potevo gli attacchi notturni che avevo subito. La spossatezza. Il senso
di vuoto mentale. L'incapacit di muovermi. Le ombre. Le voci. L'assalto della strega.
E avevo messo in atto tutte le protezioni che mi aveva consigliato Joe insistei. I germogli di
fiori... o ci che ne rimaneva. La padella di ghisa. Il chiodo in tasca. I vasi con la cenere sulle finestre e
sull'abbaino al piano di sopra. Ma nessuna ha funzionato... ecco perch... Lasciai a met la frase,
incapace di concluderla.
Hai pensato che fossi stata io concluse lei per me.
S ammisi.
Alex disse lei. Tesoro. C' una cosa che non capisci. Lo ammetto, il fatto che le protezioni
non abbiano funzionato  strano, ma questa  un'altra faccenda. Invece, da come mi hai descritto le
aggressioni, sono ben poca cosa (ben poca cosa?, ripetei dentro di me, con una reazione stizzita)
rispetto a quello che avresti subito in un autentico attacco di una strega. Mi stai ascoltando?
S dissi, poco convinto.
Hai l'aria di uno che ha la testa da un'altra parte disse lei.
Touch, pensai. Colto in fallo. La mia testa era da un'altra parte. Imprigionata in un limbo fra
l'attenzione e il dubbio. Che stava dicendo con precisione? Scusami farfugliai.
Quello che sto dicendo prosegu lei (adesso mi leggeva nel pensiero?)  che se fossi stata
io... e adesso sai che non posso essere stata io... Lo sapevo?, mi domandai subito. Be', s, lo sapevo.
Il bambino. Gli effetti dell'aggressione sarebbero stati molto pi gravi. Non saresti stato solo
immobilizzato, e non avresti solo sentito delle voci. Questa  roba da creature fatate (roba da creature
fatate?). I dolori addominali - immagino che ne abbia avuti - sarebbero stari cos intensi da farti urlare
per la sofferenza. Avresti provato spasimi orribili al collo, e un tormento atroce alle viscere. Avresti
avuto un attacco epilettico, con le gambe e le braccia scosse da convulsioni. Avresti sentito una forza
invisibile che ti schiacciava il petto e avresti avuto la certezza che stavi per morire. La tua camera da
letto, o come vuoi chiamarla, si sarebbe riempita di un puzzo spaventoso a tal punto che, combinato
con il peso allo stomaco, avresti avuto la sensazione di non poter pi respirare. Per tutto il tempo
avresti sentito un forte rumore di passi nella stanza, ma senza vedere nessuno, anche se eri certo che
accanto a te ci fosse qualcuno. Poi avresti avvertito la presenza di un'orribile entit che ti sussurrava
parole oscene all'orecchio. Le tue misere protezioni sarebbero state inutili.
Anche con un gatto? chiesi. Non so perch, in quel momento mi sentivo incline al motteggio.
Magda sorrise. Un sorriso comprensivo. Immagino che avesse le idee pi chiare di me. La mia
battuta non era un tentativo di alleggerire l'atmosfera, ma una semplice reazione nervosa. Anche con
un gatto. Riconoscendo che le mie parole avevano almeno una parte di credibilit.
Hai capito quello che ti ho appena detto? mi chiese poi.
Avevo una risposta sensata? S dissi. A parte due cose. Una creatura fatata pu fare tutte
queste cose? E se ha un tale potere, tutte le protezioni di cui Joe mi ha parlato non servono a niente?
Io credo che il piccolo popolo - almeno alcuni di loro goda di un potere della magia nera molto
pi grande di quello che ero disposta a riconoscergli rispose Magda. Quella ragazza... com' che si
chiama? (lo sai benissimo!, esplose la mia mente). Ah s. Ruffiana. Dev'essere stata molto attratta da te.
Non c' da stupirsi. Si sa che le creature fatate sono affascinate dagli esseri umani. Amano apprendere
tutto di noi. Perci, quando non sei tornato da lei...
Ma mi ha portato fuori dai boschi dissi. Questa era una cosa che mi lasciava sempre
dubbioso.
Doveva essere cos sicura del suo controllo sopra di te da giudicare di poter mollare il
guinzaglio disse Magda.
Guinzaglio? ripetei, adesso indispettito. Sono forse un cane? La logica di un diciottenne.
No, sei un bellissimo ragazzo disse lei.
Bellissimo? ribattei. Andiamo.
Per sapevo di esserlo. Datemi ci che mi spetta. Non ve ne ho mai parlato? No, non ho mai
citato il mio aspetto fisico. Be', sarebbe stupido se lo facessi adesso, ma tanto sapevo che Magda aveva
ragione, a dispetto della mia reazione. E in pi mi aspettavo che sottolineasse il concetto. Cosa che
fece.
Sai di esserlo disse. C'era in lei un sorriso malizioso? C'era. Credi che ti avrei accolto nel
mio letto se avessi rassomigliato a Mr Hyde?
A quello dovetti sorridere anch'io. Ma con tutta la mancanza di tatto che avevo a quell'et
replicai: Credevo che volessi un figlio.
Scorretto. Cadde una cappa di imbarazzo. Magda sembrava contrariata.  questo che pensi
davvero?
Capii subito (almeno in quello fui abbastanza sensibile) che mi ero espresso male. Bench di
fondo ci che avevo detto fosse vero. Ma sapevo anche che l'avevo detto in modo sconsiderato e che
l'avevo ferita. Cos mi scusai di nuovo (mi capit pi di una volta, in quei giorni). Mi dispiace,
Magda le dissi. Non avrei dovuto dirlo.
Non attesi il suo perdono. Forse diedi per scontato che sarebbe arrivato. C' un'altra cosa
aggiunsi. Hai parlato di magia nera. Stai affermando che Ruffiana ha usato la magia nera contro di
me?
All'inizio lei non rispose. Era ancora contrariata dalla mia affermazione?
Si sarebbe detto di s. Pensi davvero che ti abbia accolto in casa perch volevo un figlio?
S, lo credo, rispose il mio cervello senza un minimo di esitazione. O di garbo. Credo che
volessi un altro Edward.
No mentii. Sperando davanti a Dio che prendesse per vera la mia risposta. Il mio cervello se
ne usa con un'aggiunta per indorare la pillola. So quanto ti manca Edward. Vorrei solo essere in grado
di sostituirlo.
Questo funzion. Misericordiosamente. I suoi lineamenti si distesero e lei disse: Mi manca,
certo. Terribilmente. Ma non ho mai pensato a te come a un surrogato di mio figlio. Un altro sorriso
malizioso. Se Magda fosse stata un uomo lo avrei definito un ghigno sinistro. Non avevo il minimo
interesse a portarmi a letto mio figlio aggiunse. Qualche secondo di silenzio, poi riprese: Magia
nera? Lei deve conoscerla. Ovviamente la pratica. Come altro spiegare quegli attacchi?
Che cos'? le chiesi. Faticavo maledettamente a visualizzare quella creatura dalla faccia
angelica che trafficava con i poteri oscuri. Ma Magda aveva ragione? In quale altro modo spiegare
quegli attacchi?
Poi mi tornarono alla mente in un lampo - stridente contrasto con la sua affermazione di non
volersi portare a letto Edward - quelle cose oscene che mi aveva detto mentre stavamo facendo l'amore.
Non voleva davvero? Altre confuse contraddizioni nella mia testa. Come avrei potuto affrontarle? Non
ne avevo la minima idea.
20
A questo punto della nostra conversazione Magda - che sembrava aver recuperato la sua
stabilit di carattere - cominci a spiegarmi la natura della magia nera. Come sup ponevo (parola
pretenziosa; be', alla mia tarda et sono diventato piuttosto pretenzioso anch'io) la magia nera
consisteva fondamentalmente nella manipolazione delle forze oscure, ultraterrene, a scopi il pi delle
volte maligni. Il credo della Wicca (che come mi spieg Magda non utilizzava la magia nera) era
invece rivolto non a scopi maligni, bens benigni, positivi. Peraltro i preparativi erano pi o meno gli
stessi, rituali arcani contraddistinti dall'uso di simboli mistici, costumi, ambienti particolari, e canti
intesi a evocare la presenza delle forze che di volta in volta si giudicavano necessarie per lo scopo
(buono o cattivo che fosse).
Per fare un esempio, nella magia nera negativa, da un sentimento di odio (o anche gelosia,
invidia e simili) scaturiva un prodotto maligno elementare (quale che fosse) che veniva inviato, si
librava sulla vittima e poi l'attaccava in un suo punto debole. Per tutta la durata dell'attacco - e il
'mittente' doveva essere molto guardingo in questo - la vittima subiva un dolore insistito, quando
addirittura non passava a miglior vita (questa mi piace. A.B.). Veniva chiamato il Sentiero della Mano
Sinistra.
L'inconveniente era che l'aggressione non produceva risultati sulla vittima prescelta se questa
(uomo o donna che fosse) non aveva una vulnerabilit caratteriale che offrisse un varco attraverso il
quale il prodotto elementare potesse farsi strada. La stessa esistenza di questi prodotti maligni,
sottoline Magda, genera la possibilit che senza l'assistenza della magia nera essi scelgano vittime di
loro volont. Questi attacchi possono consistere in incubi (una variet dei sogni), allucinazioni, paralisi,
manifestazioni schifose - sangue, fango e altre cose del genere - freddo estremo, eccetera eccetera.
E tu sei convinta che Ruthana abbia il potere di fare tutte queste cose? le chiesi. Sinceramente
addolorato.
Ne sono convinta rispose Magda.
Dio santo esclamai. Mi facevano male gli occhi ed ero davvero angosciato.
La sola idea che un angelo dalla faccia cos dolce potesse volutamente chiamare a raccolta
questi prodotti maligni elementari e scatenarli contro di me era un vero e proprio tormento.
Magda mi prese fra le braccia. Mi convinsi che aveva davvero dimenticato ci che le avevo
detto. Mi baci sulla guancia. Lo so mi disse dolcemente. Le creature fatate possono essere molto
pericolose. Io sono una strega (adesso lo disse senza intenzione) e devo avere con loro la massima
cautela, come tutti. Posso evocare i poteri che evocano loro, so come tenerle lontane da casa e anche
come distruggerle, se necessario. Per...
Distruggeresti Ruthana? Non potevo accettarlo.
Se dovessi farlo rispose lei. Poi not la mia espressione mentre mi ritraevo da lei e aggiunse:
Naturalmente non lo far, se non per proteggerti. E finch stai con me sei al sicuro.
Adesso fui io a stringerla. Mi sentivo protetto nel suo rinnovato abbraccio. Il pensiero che
Ruthana, nonostante le sue fascinose sembianze, fosse una creatura potente e minacciosa mi gelava il
sangue. Magda mi spieg come stendermi e cercare di rilassarmi fisicamente. Respirare lentamente e
con cadenza regolare, visualizzare ogni respiro come se incanalasse un flusso di energia dai piedi alla
testa. Immaginare che quell'energia guadagnasse potenza mentre scorreva attraverso il mio corpo.
Infine visualizzare una sfera di luce bianca che galleggiava sopra la mia testa e confidare che l'amore
divino mi stava proteggendo.
Mentre parlavamo, con mia grande sorpresa lei mi disse che la mia osservazione l'aveva ferita
perch il dolore per la perdita di suo figlio la faceva ancora soffrire molto. Poi mi confess che aveva
anche tentato di 'riportarlo indietro' servendosi della magia nera.
Forse perch le sue motivazioni erano confuse, un miscuglio di positivo e negativo, il risultato
era stato spaventoso: l'immagine di Edward era un cadavere dalla faccia bianca con il corpo per met
gi corrotto, e l'altra met ormai priva di sangue.
 stato il momento pi orribile della mia vita mi disse Magda. Un perfetto esempio del
rischio che si corre facendo un cattivo uso della magia nera. Non provarci mai, Alex. Per l'amor del
cielo, non provarci mai.
Non lo far dissi. Come se mi fosse mai passato per la testa.
E ti prego, ti prego, non pensare nemmeno per un momento che abbia mai avuto l'intenzione
di sostituire Edward con te. Semplicemente non  vero.
Dovevo crederle. Un'emozione cos genuina poteva essere simulata?
Ancora non ne ero sicuro.
Magda consolid la sua posizione nella mia vita insegnandomi l'arte della veggenza.
Dopo avermi sentito citare pi volte il nome di Veronica, mi chiese se volevo vederla.
 viva? chiesi, da quell'ingenuo che ero.
Da qualche parte rispose lei. Da qualche parte. Nel mondo degli spiriti.
E allora... Non avevo capito bene. Credi che potremmo fare una... 'seduta'? Probabilmente
gi da allora conoscevo questo termine, ma forse mi espressi in un altro modo, non ricordo.
No disse Magda con un sorriso. Useremo la veggenza.
La veggenza  un metodo attraverso il quale  possibile vedere in uno specchio le immagini che
si desidera. Si pu usare qualunque tipo di specchio, anche se quelli rotondi funzionano meglio. Magda
mi inform che gli specchi a grandezza naturale sono utili solo se li si usa come una porta per accedere
al mondo astrale, ma non era quello che volevo fare.
Mi spieg anche che di solito gli specchi sono collegati alla luna. Sul fondo c' uno strato
d'argento (il cosiddetto metallo lunare), mentre il vetro superiore viene chiamato 'sostanza lunare'.
Sarebbe meglio che anche le cornici siano d'argento. La forma rotonda richiama quella della luna piena.
Nulla di tutto questo mi interessava, ma ascoltai con pazienza le spiegazioni di Magda in attesa che mi
parlasse del modo in cui avrei rivisto mia sorella. Tu amavi tua sorella mi mise alla prova. Ci
amavamo moltissimo risposi, ricordando quanto Veronica fosse dolce e gentile. Bene disse Magda.
Questo  importante.
Magda aveva acquistato il suo specchio in una bottega di antiquario a Gatford. Era un antico
specchio per toeletta, leggermente opacizzato, con la cornice in argento. Lo prese da una vetrina nel
suo studio. La prima notte dell'esperimento lo sistem all'esterno in modo che la luce della luna si
riflettesse sulla sua superficie. Poi lo avvolse in un velluto nero, perch (come mi spieg) il nero  un
colore lunare. Vi ho detto che la parte posteriore era verniciata di nero? No, non ve l'ho detto, ancora
gli scherzi dell'et. Il motivo  che da quella parte non doveva riflettere nulla per non distrarre gli
occhi. In quel modo il veggente si sarebbe ritrovato a guardare in un pozzo scuro, e gli sarebbe stato
pi facile 'vedere le cose', come disse Magda. Pignolerie da veggente, immaginai. Ero sicuro che non
avrei visto niente, ma andai avanti lo stesso perch il mio desiderio di vedere Veronica era pi forte di
qualsiasi scetticismo.
Giunse la notte della mia prova di veggenza. Anche se continuavo ad avere dei dubbi mi sentivo
irrequieto, poich non avevo idea di quello che sarebbe successo con esattezza.
Prima di cominciare Magda mi diede lo specchio con le maniglie e mi disse di tenerlo con
attenzione, e di fare caso se produceva in me qualche reazione istintiva. In breve, se mi parlava.
Quando Magda mi disse che sembravo propenso alla battuta, io mi portai lo specchio all'orecchio
destro e feci finta di ascoltare. Non sento un bel niente dissi.
Magda aggrott la fronte. Hai intenzione di affrontare la cosa sul serio? mi disse. Altrimenti
perdiamo solo tempo.
A quello trasalii. Scusami dissi. Voglio davvero vedere mia sorella.
Molto bene allora disse lei. Sistema lo specchio sul tavolo (ci trovavamo in cucina). Mettilo
gi rivolto verso l'alto e guardaci dentro fissamente, immagina di guardare attraverso la sua superficie,
dentro quell'abisso scuro. Concentra la tua mente su quell'oscurit, metti a fuoco i tuoi pensieri sul
mondo astrale in cui Veronica si trova. Guarda fisso nel buio e nei tuoi pensieri.
Feci ci che Magda mi diceva, perdendo contatto con qualsiasi cosa che non fosse il buio dello
specchio, un buio totale. Nient'altro. Trascorsero i minuti. Continua a guardare mi disse Magda.
Guarda il buio. Metti a fuoco solo il buio e i tuoi pensieri per Veronica. Sentii nel fondo della mente
che mi stava ipnotizzando e per un attimo mi domandai se non sarebbe stata proprio la sua ipnosi a
farmi vedere Veronica. Poi tutto si perse nell'oscurit, il mio bisogno di vedere Veronica... e il
mormorio ammaliante di Magda.
Non so quanto tempo pass prima di vedere qualcosa. Forse un'ora, forse due. Non avevo modo
di registrare il passare del tempo.
Quindi, all'improvviso (e intendo dire proprio all'improvviso) lo specchio assunse una pallida
luminosit grigiastra e dei colori cominciarono a lampeggiare sulla superficie. L'improvvisa transizione
mi fece trattenere il respiro.
Che c'? mi chiese la voce. Avevo dimenticato chi fosse.
Colori farfugliai.
Come nuvole?
Pi come ombre in movimento.
Acqua in movimento?
Ombre ripetei, un po' stizzito.
Quali colori?
Blu, porpora, verde, rosa.
In che direzione si muovono? domand la voce.
Da sinistra verso destra risposi.
Ce n' uno pi persistente degli altri?
Persistente?, pensai. Oh, s. Che ritorna pi volte. Mi dimenai irrequieto sulla sedia.
Sei a disagio? mi chiese la voce.
Allora seppi che era Magda. S risposi. Sono nervoso.
Visualizza la luce bianca attorno a te mi disse.
Ci provai, ma non funzion.
Il colore? insist Magda.
Rosso risposi.
 la rabbia replic lei. Con un tono cos paziente che mi fece esasperare.
Basta cos dissi deciso. Istantaneamente lo specchio divenne opaco. Magda emise un suono
contrariato. Eri arrivato a buon punto mi disse.
Mi misi dritto. Senza rendermene conto mi ero piegato fin quasi a sfiorare la superficie dello
specchio con la faccia. Guardai Magda. Con aria di accusa, temo. Mi dispiace dissi. Ma non era cos.
Le nuvole, o le ombre, o l'acqua, o quello che fosse, in movimento da sinistra verso destra
significavano l'approssimarsi degli spiriti, mi disse. Se solo fossi rimasto ancora concentrato...
In particolare questa era una cosa che non avevo voglia di sentire. O che il movimento delle
ombre nella direzione opposta - che stava appena iniziando poco prima che mi interrompessi -
significava il ritrarsi degli spiriti.
Quanto ai colori (quasi non la stetti a sentire mentre ne ricapitolava il significato): giallo
significava caparbiet, arancione risentimento, porpora concentrazione e ossessione e, naturalmente, il
rosso significava rabbia. Strano che non avessi visto un arcobaleno di quei colori, tanto mi ero irritato e
innervosito.
Le nuvole, nel mio caso le ombre che si formavano sulla parte sinistra significavano
manifestazioni, sulla destra intuito spirituale, in ascesa rivelazioni, in discesa negazione. Vi ho gi
spiegato il significato dello spostamento verso destra e viceversa.
Rivolgendo domande durante l'osservazione delle ombre in movimento, avrei potuto ricavare
qualche informazione desiderata anche prima di raggiungere lo stadio della visione. Nel corso di queste
domande le nuvole (le ombre) avrebbero con ogni probabilit cambiato direzione. Nel mio caso
sarebbero venute gi come palle di piombo.
Rinunciai alla veggenza dopo un'altra notte di tentativi. Divenne evidente che non avrei mai pi
rivisto Veronica. Quando me ne resi conto mi sentii il cuore spezzato e per pi di una settimana provai
un senso di amaro risentimento nei confronti di Magda. Devo ammettere, a suo imperituro merito, che
non se ne vendic. E adesso capisco che avrebbe potuto farlo facilmente.
In realt, nel corso del mio secondo tentativo di veggenza, mi sembr di vedere Veronica. Non
proprio lei, ma una sua fotografia invecchiata e ingiallita. Che quando cercai di guardarla meglio si
trasform in un'immagine di (quando la vidi ne rimasi sbalordito) Ruthana. In quel momento emisi un
rantolo e mi ritrassi bruscamente dallo specchio che stava diventando opaco. Con la immediata e ferma
(anzi, rabbiosa) convinzione che non ne avrei pi voluto sapere di veggenza. Non ho mai rivelato a
Magda ci che credevo di aver visto.
Lei mi allontan ulteriormente con altre informazioni sulla veggenza. Gli spiriti possono in
qualche modo coinvolgere il veggente. Mai tentare di conversare con loro. Comunque non in modo
udibile. E sono anche in grado di sentire i pensieri come le parole effettivamente pronunciate.
L'idea che non solo potevo aver visto Veronica, ma addirittura aver comunicato con lei - in
qualsiasi mondo sotterraneo si trovasse adesso - per poco non mi fece infuriare. Non con me stesso,
naturalmente (ricordate che avevo diciotto anni), ma con Magda. E pi ancora con la vita in generale.
Con la societ. Con il mondo intero, insieme ai suoi orribili cittadini (vi ho detto in pi di un'occasione
che non ero lucido di testa). Magda diede un altro scossone alla lama infissa nel mio cuore dicendomi
che avevo raggiunto il primo grado: vedere le nuvole (cio le ombre). Solo coloro che raggiungevano il
quarto grado potevano avere visioni dettagliate degli spiriti, e anche loro in modo irregolare. Occorreva
il quinto grado per evocare le visioni di propria volont, e il sesto per parteciparvi come attore
protagonista. Apprezzai il sarcasmo.
Come prova aggiuntiva del mio cervello confuso, mentre quella notte ero nel letto accanto a
quella che tanto valeva ormai chiamare mia moglie, continuai le mie lamentazioni mentali contro il
mondo in generale. Il mondo che stava fuori in tutta la sua putrida gloria.
Quale mondo era reale? Quello in cui vivevo al momento... sdraiato nudo accanto a una strega?
O il mondo in cui avevo vissuto dalla nascita a quando ero finito a fare la guerra nelle trincee di
Francia, e oltre? Quella s che era realt, orribile realt. I mesi in trincea. Mi sembrava tutto
sufficientemente reale: il fango, le esplosioni, il sangue, i topi, il fetore perenne. Non era quella la
realt?
Di certo era in contrasto con la pepita d'oro che era diventata un mucchietto di terra. Con le mie
due esperienze nei boschi. Con Ruthana. Con Magda. Con la guarigione miracolosa. Con quell'orrendo
manoscritto. Con gli spaventosi attacchi notturni. Tutta questa accozzaglia di cose folli era realt? Sul
momento mi sembrava che lo fosse, senza dubbio.
Quei pensieri alla rinfusa non mi aiutarono a prendere sonno. Al contrario, mi misi a pensare al
mondo in generale. Ancora impantanato nella guerra. Ringrazio le mie stelle propizie (poche e
preziose, immagino) che allora non sapessi nulla della Seconda guerra mondiale, che invece adesso
conosco fin troppo bene. Se qualcuno mi avesse detto che quei maledetti crucchi - diventati maledetti
nazisti - si sarebbero risollevati di nuovo dopo la Prima guerra mondiale e avrebbero nuovamente
minacciato il mondo - per non parlare dell'orrore dell'Olocausto - mi sarei precipitato gi dal letto e mi
sarei impiccato. O come minimo mi sarei tagliato le vene per morire serenamente dissanguato.
Grazie a dio non lo sapevo. Perci ero semplicemente infelice, provato dalle mie esperienze in
trincea. Mi sforzai di razionalizzare l'idea, ma con poco (nessun) successo. Magari Magda era in grado
di evocare forze estranee a questo mondo e guarire il mio malessere interno. Mi sarei vergognato a
chiederlo. La ferita alla gamba e al fianco? Quella si poteva vedere e accettare. Ma quel genere di
malessere non si vedeva proprio, all'esterno.
Per un po' mi baloccai - mi distrassi, forse sarebbe meglio dire - con il ricordo delle guerre che
facevamo con i topi nelle trincee (quelle s che ci divertivano, che Dio ci perdoni). Azzardavamo delle
sortite per collegare pi trincee fra loro cos da avere pi topi a disposizione in caso di carenza. Ci
lanciavamo i topi fra noi (s!) ridendo come matti per tutto il tempo (eravamo davvero matti) oppure, se
riuscivamo a mettere le mani su una pistola, rubandola o sottraendola al cadavere di un ufficiale ucciso,
li facevamo fuori noi stessi. Ve l'ho gi raccontato? Forse s. E vi ho anche detto che i topi esplodevano
'graziosamente' quando venivano colpiti? Probabilmente no. A dispetto di tante ore di vaneggiamenti a
occhi aperti, alla fine devo essere piombato in qualche tipo di appisolamento REM. Perch sognai
subito.
Di Ruthana.
Non sembrava un sogno. Era come se lei si trovasse di fronte a me incorniciata da una luce
bianca abbagliante. Stava piangendo. Le sue labbra si muovevano, ma senza emettere nessun suono.
Cercai di capire ci che stava dicendo e alla fine compresi le parole.
Ti prego, torna da me. Ti prego, torna da me. Ripetutamente. Ma erano parole che non potevo
sentire, come se non potesse parlare ad alta voce. O come se qualche invisibile barriera le impedisse di
pronunciarle.
Creata da Magda, fu quello che mi venne da pensare.
21
Non ho idea di quanto a lungo durasse la luce (il sogno). L'unica cosa che ricordavo era il volto
bellissimo rigato di lacrime di Ruthana che non smetteva di piangere. Gli occhi stupendi velati dal
pianto erano fissi su di me, le sue labbra tremavano mentre continuava a ripetere: Ti prego, torna da
me. Ti prego, torna da me.
Mi svegliai con un sussulto.
Solo per sentire il fruscio del movimento di Magda che si era svegliata anche lei. Stai bene?
mi chiese con una voce impastata dal sonno.
S risposi.
Sentii la sua carne calda mentre mi si schiacciava addosso. Bene mormor. Trasalii quando
mi appoggi sul corpo un braccio caldo (mi sembr pesante). Un tempo, mentre faceva quel gesto, mi
sarei sentito protetto. Adesso mi irritava soltanto. Sapeva del mio sogno? Non vedevo proprio in che
modo potesse saperlo. Ma aveva tali poteri... e di molti ignoravo tutto. Attesi per vedere se me ne
parlava. Se lo avesse fatto il mio malessere si sarebbe raddoppiato.
Non lo fece.
Tirai fuori l'argomento la mattina dopo a colazione. Non le parlai di Ruthana, naturalmente.
Parlai invece del modo in cui lei mi proteggeva... un approccio che secondo me poteva funzionare.
Magda cominciai, affrontando astutamente la questione (cos mi sembr, con tutto l'egoismo
dell'adolescente medio). Dal momento che vivi cos vicino ai boschi, come fai a proteggerti da loro?
Oppure ti lasciano semplicemente in pace perch... Mi interruppi rendendomi conto, gi avvilito, di
essermi spinto troppo oltre.
Perch sono una strega? concluse lei per me. Non fu n gentile, n aggressiva. La sua fu
un'affermazione pura e semplice. Che a malapena potevo confutare.
Mi disse che le creature fatate non amano i rumori improvvisi, anzi ne sono disturbate e
addirittura ne soffrono. Di conseguenza Magda aveva disposto dei fili (microscopici) per tutta la sua
propriet. E prevenne anche la mia domanda, che sarebbe stata: Come mai non sono inciampato in
questi fili? Perch, mi spieg, sono fili astrali, invisibili alla carne mortale, ma non alle creature fatate.
E quando esse entrano in contatto con questi fili... din, don, dan! Si attivano dei campanelli e subito
quei piccoli esseri si dileguano in tutta fretta. Qualcuno di loro ha mai provato i fili? S, qualche anno
fa. Sono scappati via come il vento. Insomma, a tutta velocit.
Inoltre il corso d'acqua che scorreva nei pressi di casa sua funzionava da deterrente,
amplificando il potere dei fili. Strano, non potei fare a meno di pensare, dal momento che le creature
fatate - in particolare Ruthana - sembravano apprezzare il suono dell'acqua corrente. Ma magari solo
nei boschi.
Naturalmente se l'acqua non faceva il suo dovere le creature fatate potevano scegliere di entrare
attraverso, non la porta, ma le pareti. Avevano quel potere, essendo esse stesse in gran parte astrali (su
questo le feci un sacco di domande). Era possibile contrastare quel potere sistemando sacche di erbe
malefiche a ogni finestra. Non le avevo notate, anche se dentro casa avevo sempre sentito un odore
persistente... non cos fastidioso per me, ma di certo sempre presente.
Attraverso una particolare forma di rituale, Magda aveva anche creato ci che chiamava un
vortice di energia difensiva sopra la casa. Questo cosiddetto 'cono di potere', mi spieg, una volta
creato sopra la testa del difensore (pi verosimilmente della strega) aveva contribuito a creare il mito
del suo cappello a cono. Interessante.
Con tutte queste protezioni all'opera, effettivamente c'era poco da stupirsi che la strana
immagine di Ruthana non fosse in grado di parlare ad alta voce. Era gi un miracolo che fosse riuscita
ad apparire. Anche lei deve avere dei poteri insoliti, pensai.
Ma nulla di tutto questo valse a lenire (tanto torno sempre l) il mio disagio per quanto era
avvenuto. Mi sforzai di mantenere un generico interesse in fatto di protezione dalle creature fatate, ma
non fu facile. Quando Magda ebbe completato il suo discorso sull'argomento provai anche a fare una
battuta. Adesso ho capito dissi perch in giardino non c' traccia di insetti.
Lei rise al mio meschino tentativo umoristico e il momento pass. Lasciandomi disperatamente
spaparanzato (andatevelo a cercare nel dizionario) nella mia raggrumata (cercatevi anche questo)
depressione. Come potevo andare avanti cos? Lacerato fra la mia limitata accettazione di Magda e la
mia perdurante fascinazione per Ruthana. Eccomi di nuovo a costruire frasi ricercate. Perdonatemi. Mi
trovo immerso in una fase disturbante del mio racconto.
Il mio tumulto emotivo cess - con un botto - qualche giorno dopo.
Ero fuori a passeggio lungo il sentiero. Non avevo invitato Magda a venire con me, e lei non
aveva avuto nulla da ridire. In apparenza aveva preso bene il mio comportamento nei suoi riguardi.
Cosa che mi sorprese non poco, dal momento che lo giudicavo io stesso quantomeno discutibile.
Naturalmente sottovalutavo la sua attivit. Oggi come oggi credo (ma allora non ne avevo idea, quant'
vero iddio) che lei avesse sempre saputo quello che frullava nel mio cervelletto da diciottenne e che si
sia comportata di conseguenza. Il che significava, mi rendo conto adesso, allentare il guinzaglio e
vedere che fa il cane. Scortese, direi. Non mi considerava un animale domestico (almeno non credo).
Ma adesso sapeva di Ruthana, sapeva fino a che punto mi avesse colpito. Perci... meglio mollare il
guinzaglio e vedere quello che succede.
Quello che successe mi sorprese a spasso sul sentiero, del tutto inconsapevole. Mi sentivo a
disagio... non perch pensassi solo per un momento che Magda mi tenesse gli occhi addosso. Forse lo
faceva, forse no. Magari sto sottovalutando la sua abilit nel cogliere il significato del mio
comportamento, per c'erano i boschi. Ruthana era l dentro e fino a ora non avevo idea di due cose:
uno, quanto erano davvero potenti le sue capacit psichiche e, due, mi amava ancora, come aveva
affermato o, dopo che l'avevo involontariamente tradita, adesso mi odiava? Capirete benissimo che il
mio tumulto emotivo era ancora intatto.
A che punto della mia passeggiata immersa nei pensieri avvenne non ricordo. Probabilmente fu
poco per volta, passo dopo passo. La sensazione di essere attratto verso i boschi.
All'inizio non me ne curai pi di tanto, pensando - seppure ero in grado di pensare - che quella
minima sollecitazione psichica fosse un effetto psicologico, non reale.
Mi sbagliavo. Quando tentai per la seconda volta di ignorare lo stimolo era diventato ormai
troppo forte. Impossibile resistere. Il mio corpo veniva trascinato inesorabilmente verso i boschi. Pi
lottavo per oppormi pi forte diventava. Per un momento o due ipotizzai (confusamente) che fosse
provocato da Magda. Ma subito mi domandai perch. Perch forzarmi a incontrare Ruthana? Poi non fu
nemmeno pi quello. Incontrare Ruthana? Perch mai? Pi probabilmente incontrare qualche essere
maligno che mi avrebbe...
No! Resistei con tutte le mie forze. Che, ve lo confesso, a quel punto erano ridotte al minimo.
Perch mentre facevo tutte quelle inutili congetture l'attrazione continuava indisturbata. Ve lo giuro, era
come se qualche invisibile entit mi avesse afferrato e mi stesse sospingendo verso i boschi. E l infatti
venivo trascinato (sia pure con delicatezza), lungo i prati, in mezzo ai cespugli e ai tronchi d'albero.
A quel punto cessai di opporre resistenza. C'era troppa sollecitudine in quello stimolo. Se fosse
stata Magda non sarebbe stato cos? Non lo credo. Doveva essere Ruthana. Ma perch? Per punirmi?
Per riaffermare il suo amore? Non riuscivo a cancellare dalla mente il ricordo di lei nella luce bianca
che piangeva e mi implorava di tornare da lei.
La risposta giunse dopo poco. Ruthana mi attendeva in piedi in mezzo a una radura proprio
davanti a me, con le braccia protese per abbracciarmi.
Poi ci ritrovammo l'uno stretto all'altra, lei tutto ardore appassionato, io per met titubante
incertezza.
L'altra met era riconoscente felicit.
Mi dispiace di averti fatto questo mormor lei.  solo che dovevo vederti.
Dispiace a me di non essere tornato indietro mormorai a mia volta. Non potevo. Era una
bugia, lo sapevo, ma non potevo dirle la verit. Che non me l'ero sentita di tornare per via degli
attacchi.
Va tutto bene disse lei. Adesso sei tornato ed  tutto quello che conta.
Dovevo sapere. La domanda mi stava consumando il cervello.
L'opportunit di chiedere pass quando Ruthana si ritrasse dall'abbraccio e mi prese per mano,
portandomi attraverso i boschi fino alla cascata dove l'avevo incontrata la prima volta. Notai solo allora
- strano che non ci avessi fatto caso all'inizio - che era nuda. Come la volta precedente. La nudit non
mi era mai apparsa tanto innocente in tutta la mia vita.
Raggiungemmo la roccia sulla quale ci eravamo seduti. Mi fece sedere e subito accost il suo
corpo caldo al mio e mi baci senza dire una parola. Cos a lungo che la mia virilit (l'unico aspetto di
essa che mi era evidente a quell'et) colse l'occasione per ridestarsi.
Ruthana ne fu disturbata? Rise dolcemente (posso spingermi a descriverla come una risatina?
Fu qualcosa di molto simile). Sei gi pronto per l'amore disse con un sorriso da bambina. Poi mi
fiss intensamente. Alex, disse io ti amo, perci se vuoi fare l'amore non ti fermer.
Fisicamente lo desideravo... moltissimo. Ma intervenne il mio cervello. Ruthana? dissi. S,
amore mio dolcissimo disse lei. Oddio, pensai. Come faccio a chiederglielo adesso?
Ma dovevo. Mi hai... aggredito tu?
Lei sembr sinceramente confusa. Aggredito?
Mi feci forza e le raccontai delle aggressioni. Nei minimi dettagli. Mentre lo facevo vidi la sua
espressione mutare dalla confusione all'orrore... e alla fine a un dolore riluttante.
Davvero credi che ti abbia fatto questo? mi chiese in un tono di garbata protesta. Credi
davvero che ti farei mai una cosa del genere?
A questo punto piangeva. Singhiozzava, anzi, come se fosse scossa da una grande sofferenza. E
in quel momento mi convinsi che era stata Magda a dare inizio agli attacchi. E che mi aveva mentito,
riuscendo quasi a convincermi che fosse stata Ruthana, non lei.
Cercai di calmare con i baci il pianto irrefrenabile di Ruthana. Non piangere le dissi (il mio
amore era tornato in tutta la sua forza). Non volevo crederci. Ho tentato, ma non ce l'ho fatta.
Magda...
Magda mi interruppe lei. Era la prima volta che sentivo nella sua voce qualcosa che non fosse
dolcezza. Adesso sembrava arrabbiata e sprezzante. Quella orribile strega. Come ha potuto farti quelle
cose spaventose? E poi farti credere che fossi stata io? Lo credi ancora?
No, amore mio la rassicurai. Era sorprendente vedere quanto fosse semplice esprimere i miei
sentimenti nei suoi riguardi. Ti amo tantissimo.
Il pianto cess. Estrassi un fazzoletto dal taschino della camicia (trasalendo mentre visualizzavo
Magda che lo lavava e lo stirava) e asciugai meglio che potevo gli occhi luminosi di Ruthana. Adesso
era di nuovo sorridente, le mie parole l'avevano rassicurata. A Magda non succedeva mai di calmarsi in
modo cos repentino. Grazie, Alex disse Ruthana in un bisbiglio. Grazie. Ti amo anch'io, ma tu lo
sai.
Disse che non riusciva a capire come Magda fosse stata capace di agire (reagire, pensai io) in
quel modo. Non si era resa conto che quegli attacchi erano ingiustificati? (L'aggettivo  mio, non di
Ruthana). Dissi che non lo capivo nemmeno io. C'erano ancora molte cose che non capivo di Magda.
Perch  una strega mi disse Ruthana. Nessuno capisce ci che pensano le streghe.
Ne sono sicuro dissi. Ma non ero sicuro per niente.
Mossi le braccia. Era difficile afferrarla per via delle sue dimensioni. Lei se ne accorse subito.
Che c'? mi domand.
Niente mentii. Non volevo ferire i suoi sentimenti.
Lo so che c' disse. Aspetta.
Salt gi (nel vero senso della parola) dal mio grembo e si precipit (nel vero senso della
parola) dietro un albero. Mi domandai che cosa stesse facendo. Doveva andare in bagno?, pensai
maleducatamente.
Non era cos. Dopo pochi secondi -meno di mezzo minuto, direi - riapparve.
A grandezza naturale.
So che rimasi a bocca spalancata. E metaforicamente anche il mio cervello. Come si era
verificato quel miracolo?
Corse (corse, adesso, non si precipit) verso di me e mi si gett in grembo. Credo di aver detto:
Ops mentre accoglievo quel peso extra. Ruthana rise deliziata. Io ovviamente trattenni il fiato e
questo la divert ancora di pi. Mi baci sulla guancia. Se esiste una cosa come un bado felice, questo
lo fu.
Come hai fatto? le chiesi, ancora quasi senza fiato.
Tutti noi possiamo farlo rispose.
Per quanto tempo? chiesi, stavolta con un filo di voce in pi.
Per tutto il tempo che vogliamo disse lei come se la risposta fosse scontata. Mio fratello l'ha
fatto... intendo dire il mio fratellastro.
Lo ha fatto ripetei, quasi per confermare l'informazione a me stesso.
S disse lei.
Per quanto tempo? le chiesi. Volevo sapere. Non mi piaceva l'idea di lei che mutava forma
senza controllo.
Adesso la sua espressione si era rabbuiata. Avevo fatto la domanda sbagliata?
Finch non  morto rispose tranquillamente.
Oh, mi dispiace dissi. Ma poi, sempre pi curioso, chiesi ancora: Perch l'ha fatto?
Cambiare dimensioni, voglio dire.
Ruthana emise un profondo sospiro. Per potere andare in guerra mi disse.
Un raggio di luce fra le ombre inconsapevoli del mio cervello.
Voleva difendere il nostro Paese mi spieg. Gli abbiamo detto che il nostro Paese  il Regno
di Mezzo, ma lui non ci ha voluto ascoltare.
Un altro raggio. Come Gilly, lei sembrava avere lo stesso rifiuto (non potrei dire odio) per la
razza umana.
Battei il ferro finch era caldo, come si dice. Si chiamava Harold? le domandai.
No rispose lei. Haral.
Oh feci. Curiosit non soddisfatta.
Ma l'ha cambiato in Harold aggiunse. Poi: Perch me lo chiedi?
L'ho conosciuto risposi. Era in trincea con me.
Quando lo dissi, i suoi occhi si accesero. Giuro su Dio che fu proprio cos. Anzi, l'intero suo
volto si accese. Non c' miglior modo per esprimerlo. Davvero? disse. Esultante. Anche questo non
potrei descriverlo in altro modo.
Le raccontai tutto ci che riuscivo a ricordare. Quanto fosse stato amichevole con me, quanto se
ne intendesse di argomenti militari, e come mi avesse insegnato lo slang britannico.
E cio? chiese Ruffiana, molto incuriosita.
Glielo dissi, richiamando alla memoria tutte le parole che potevo. Birra e birilli (non un gran
che). Fatta e finita (gi meglio). E gli asini possono volare (certo, il suo sarcasmo). Quest'ultima
suscit in Ruffiana una risata piena e divertita. Alla fine disse: Evidentemente stava prendendo in giro
te, e s stesso, perch non parlavamo mai cos. Per  buffo, Harold era sempre buffo. Di nuovo
quell'espressione rabbuiata. A parte quando ha abbandonato il nostro Paese per andare a difendere
l'Inghilterra.
S. In mancanza di ulteriori informazioni non potei che convenire con lei.
Ancora quel sospiro. Incredibilmente profondo. E tu... esit, poi prosegu. Tu eri con lui
quando... quando  morto?
Evitai ogni dettaglio truculento e le parlai solo del suo dolce sorriso e delle ultime parole che mi
aveva detto. Quando andrai a Gatford...
Sono cos felice che l'abbia detto aggiunsi (dal profondo del cuore). E sono cos felice di
essere venuto a Gatford, e di averti incontrata.
Oh, Alex mormor lei, baciandomi dolcemente sulle labbra. Anch'io sono felice che tu sia
venuto. Da me. A questo punto sembr preoccupata. Tu non credi ancora che ti abbia fatto quelle
cose orribili, vero? Giuro sulla mia vita che non ti farei mai del male. Un altro bacio. La strinsi forte.
Cos forte che si lasci sfuggire un bisbiglio: Ohhh. Mi scusai subito: Perdonami. Volevo solo
stringerti a me.
Alex, Alex. Una pioggia di baci. Sulle labbra, sul mento, sulle guance, sugli occhi, sulla
fronte. Insomma, dovunque fosse possibile baciare. Li godetti uno per uno.
Poi le chiesi della pepita d'oro, raccontandole di come si fosse trasformata in un mucchio di
polvere grigia.
Non te la sei passata sugli occhi, vero? mi chiese. Mi sembr una domanda insolita.
No risposi. Perch?
Avrebbe potuto accecarti mi disse. E anche ucciderti, se l'avessi respirata.
Ricordai l'improvviso decesso del signor Brean e mi domandai se fosse stato per quello.
Domanda che non ebbe risposta. Dovevo prendere per buono quanto mi aveva detto Ruthana.
L'oro dissi. Da dove veniva?
Da noi rispose lei semplicemente. Possiamo farlo. Fu il mio patrigno a farlo e lo invi ad
Haral... ad Harold, come lo chiamavi tu.
E si  trasformato in polvere?
Succede quando finisce nelle mani di un essere umano mi spieg lei.
Io sono umano dissi. Quando lo avevo io non  diventato polvere.
Segu una strana risposta. Allora tu non sei del tutto umano. Con la stessa semplicit. Nulla di
misterioso.
E proprio quella semplicit mi lasci di stucco.
 stato Haral... Harold, a dartelo? mi domand.
In un certo senso risposi, e poi le descrissi le magiche circostanze in cui la pepita d'oro era
apparsa nella mia sacca. Mio dio, la vita era proprio magica a quei tempi!
Bene. Questo spiega tutto disse Ruthana. Voleva che l'avessi tu. L'avrebbe protetta dal...
Non riusc a trovare la parola giusta.
Dalla dissoluzione? proposi.
Lei rise. Se sapessi che significa disse.
Un altro modo per dire 'trasformarsi in polvere' le spiegai.
Oh. Sorrise. Sei cos in gamba, Alex.
No, non lo sono ribattei. Ho solo letto molto. Lo dissi con un po' di enfasi.
Devi vedere i nostri libri mi disse.
Muoio dal desiderio dissi.
Muori? disse. Molto preoccupata.
 solo una frase fatta le spiegai. Poi, vedendo che l'espressione preoccupata non se ne
andava, aggiunsi: Un modo di dire. Non sembr calmarsi, ma poi le pass quando colse il tono
rassicurante della mia voce.
Oh disse. Mi hai fatto preoccupare, dicendo muoio. Non voglio nemmeno pensarci. Se tu
morissi sarebbe la fine della mia vita.
Oh, Ruthana. Quasi non riuscivo a parlare, per quanto l'amavo. Credevo che Veronica fosse
dolce, ma a confronto con Ruthana sembrava una delle mogli di Dracula. In seguito quel paragone mi
colp; non lessi il libro finch non venne fuori Arthur Black.
Ci baciammo e ci baciammo. Vi sembro romanticamente assurdo? Non posso farci niente. 
cos che and. Baci senza fine. Solo il suono delle nostre effusioni labiali. Oltre agli uccelli e alla
brezza in mezzo agli alberi. Oltre al lontano bisbigliare della cascata. Peccato che non possa dire:
Oltre agli uccelli fra le onde e le fronde. A. Black si sarebbe fatto una bella risata nel sentirlo. Ma
Alexander White era privo di acume critico. Diciotto anni, ingenuo in maniera criminale (forse un
aggettivo un po' troppo forte), e perso in un mondo sognante d'amore. Solo il suo organo mostrava
cenni di attaccamento alla realt (espressione colorita, ma efficace). Anche esagerati, mentre Ruthana
mi aiutava a togliermi i vestiti.
Lei, abituata a vivere ventiquattr'ore al giorno in quel mondo sognante, sapeva ci che stava
succedendo nelle mie regioni inferiori. Mi rivolse un sorriso di innocente piacere. Vuoi fare l'amore
osserv. Non una conclusione poi tanto difficile, visto che il mio organo era gi a met
dell'alzabandiera.
Lo voglio dissi. Tutto di gola.
Sono tutta per te mormor lei. Poi aggiunse, dopo avermi dato un fuggevole bacio sulle
labbra: Ma prima...
Prima?, pensai. Prima che? Dovevo lavarmi? Non avevo con me nessuna forma di protezione,
le ultime le avevo lasciate in Francia. E allora?
Ruthana si alz, sorridendo maliziosamente al turgore del mio inguine. Poi, con mia grande
sorpresa, mi disse: Voglio che tu conosca Gilly.
Oddio, pensai. Il mio organo, fino a quel momento duro come un bastone, perse rapidamente
rigidit, e questo sembr divertire ancora di pi Ruthana. Mi dispiace disse con un altro sorriso. Lo
rimetteremo in piedi quando sar il momento. Non mi ero reso conto che avesse un senso
dell'umorismo tanto spiccato.
Va bene dissi, adesso rammaricato. Ma perch dovrei conoscere Gilly?
Se devi rimanere disse lei.
Rimanere? ripetei. Senza pensare.
Non lo vuoi? mi chiese lei, di nuovo preoccupata. Non vuoi vivere con me?
Il pensiero mi eccit e mi allarm allo stesso tempo.
Certo, naturalmente. Lo voglio risposi. E dicevo sul serio. Ma non sono...
Uno di noi? complet lei. Non fu una domanda, ma una semplice affermazione.
S dissi (a questo punto il mio pene era tornato completamente flaccido). Prima credevo di
esserlo. Quando mi hai detto che non ero del tutto umano.
Non lo sei mi disse.
Per hai detto che quando Harold... Haral mi ha dato la pepita d'oro lo ha fatto perch non si
trasformasse in polvere.
Questo  vero mi disse.
E allora? Non capivo, ma non volevo litigare con lei.
Non preoccuparti mi disse.
E invece mi preoccupo insistei. Voglio rimanere con te, lo desidero moltissimo. Ma non
vedo come.
Noi possiamo cambiarti disse.
Questo diede il colpo di grazia al mio cervello. Cambiarmi? Che diavolo significava?
Ne parleremo pi tardi disse ancora. Un altro rapido bacio, poi: Far venire Gilly.
Farlo venire? Sai dov'? le chiesi.
Lo far venire disse, come se il caso fosse chiuso. Non importava dove fosse. Lo avrebbe
fatto venire. Un altro frammento di prova. Ruthana aveva dei poteri. Cambiarmi. Far venire Gilly.
Punto. Porca miseria!
Si volt e guard verso i boschi in lontananza. Non notai particolari alterazioni nella sua faccia.
N occhi socchiusi, n labbra serrate, n rughe sulla fronte. Guard i boschi... tutto qui. Senza mostrare
nessuna tensione fisica, mentre 'faceva venire' suo fratello. Mi correggo: fratellastro. Per diversi
secondi mi domandai se lei avesse una famiglia sua.
Non ci volle molto. Ero pronto a una carica di elefanti nella piantagione di bamb, ma non ci fu
nessun suono. Non lo vidi nemmeno avvicinarsi da lontano. Tutto a un tratto era l. Si era
semplicemente materializzato dal nulla? Non sapevo dirlo. Era successo troppo in fretta. Poteva essere
giunto velocissimo, come aveva fatto Ruthana. D'altra parte poteva anche essersi effettivamente
materializzato accanto a me. Ormai la magia stava diventando familiare, per me. A quel punto ero in
grado di credere - e di accettare - qualsiasi cosa.
Com'era fatto Gilly? Ecco, era solido, e non immaginario, come aveva suggerito Magda. Vestito
di verde, alto come Ruthana. Ma per niente bello come lei. Ruthana era bella da mozzare il fiato. Lui
era - come esprimermi? - accettabilmente mascolino. Capelli neri (molto folti), occhi neri, lineamenti
regolari, anche se un po' ordinari. Ma era la sua espressione il tratto dominante.
Maligna.
Palesemente non aveva nessun riguardo per me... ma poteva anche trattarsi di odio puro e
semplice. Quell'espressione mi fece venire i brividi. Sembrava pronto a saltarmi addosso da un
momento all'altro, pronto a strozzarmi senza piet.
Ma non guardava me. Guardava invece Ruthana. La squadr da capo a piedi. In modo
incestuoso? Mi tesi mentre mi ponevo la domanda. Nudo com'ero non potevo affrontarlo. Ma no, il suo
era solo disgusto, disprezzo. Perch ero nudo? Ma perch Ruthana non mi aveva fatto rivestire prima di
farlo venire?
Le prime parole di Gilly. Ti sei cambiata per quello?
Voglio che lo lasci in pace disse Ruthana. Non era un'implorazione. Era un ordine.
Quello di Gilly fu un risolino da creatura fatata? Piuttosto uno sbuffo crudele. Lasciarlo in
pace? disse. Con uno sdegno assoluto... addirittura con arroganza.
Segu un duello di sguardi. Se si fossero scambiati delle fiammate non ne sarei rimasto
sorpreso. Fu "una sfida fra avversari di pari livello, ma lo erano davvero? No, perch Gilly fu il primo a
cedere, abbassando lo sguardo con aria torva. Nessun dubbio. Non era in grado di tener testa a Ruthana.
Nella peggiore delle ipotesi aveva paura di lei. E lei amava me? Quella creatura cos potente?
Incredibile. Eppure non potevo negarlo.
Adesso voglio che tu gli stringa la mano disse lei. Un ordine impartito con voce pacata, ma
imperioso.
Non lo far disse Gilly. Anzi, ringhi. Se si fosse trasformato in un lupo giuro non ne sarei
rimasto stupito. Ero terrorizzato, ma non sorpreso.
Allora vattene disse Ruthana. E che gli di ti proteggano se gli farai del male.
Gilly la fiss con odio. Resta solo alla larga da me le disse. Oppure morirai.
Detto questo si dilegu. Si smaterializz. Ormai l'avevo capito. Ruthana poteva fare la stessa
cosa? Ne ero pi che sicuro. E la prospettiva di restare l con quel suo fratellastro sempre pronto a
spuntar fuori mi rendeva piuttosto nervoso, devo ammetterlo.
Ruthana not il mio evidente disagio e mi si avvicin, cingendomi con le braccia. In un attimo
la potente Ruthana torn a essere il mio angelo amoroso. Solo di sfuggita misi in discussione la mia
sanit mentale nell'affidarmi cos completamente a lei. Poi il signor Virilit riafferm la sua
(incontrollabile), eretta presenza.
Ma prima che avvenisse ci che era ovvio, un filo di razionalit ancora presente in me mi port
a rivolgerle una domanda: Mi diresti una cosa?
Ma certo, amore mio disse lei. Le fui grato perch non mi chiamava tesoro come faceva
Magda.
Hai detto di... cambiarmi dissi. In che modo?
Solo nelle dimensioni rispose lei. Devo farlo, Alex. Non mi piace essere umana. Non ci
sono abituata. Mi fa sentire infelice.
Cos mi renderete pi piccolo? chiesi.
S, possiamo disse lei. Ma solo se lo vuoi anche tu.
Oh, io lo vorrei dissi. Poi, con molta cautela: Far male?
Lei rise. Un pochino rispose.
Credo di aver sussultato. Che cosa sentir? chiesi.
Un'altra risata da bambina. Ti sentirai pi piccolo disse.
Oh cielo, pensai. Pi piccolo. Per rimanere con Ruthana avrei dovuto diventare come uno del
piccolo popolo.
In breve, diventare anch'io una creatura fatata.
22
Successe dopo. L'inevitabile. Ruthana se ne stava seduta sopra di me. Entrai facilmente dentro
di lei. Solo per un momento mi domandai se questo significava che non era vergine. Ma non
m'importava. Sapevo che la sua mente, per quanto mi riguardava, era virginale. Non capisco perch lo
sapevo. Lo sapevo e basta. Era la prima volta che faceva sesso in quel modo. Con amore totale. Me lo
confess in seguito.
Il suo movimento era flessuoso. Il suo respiro accelerato... ma talmente poco che quasi non lo
notai. I suoni della passione che emetteva erano minimi, e appena udibili. Rimasi colpito dalla
differenza fra i rantoli, i sibili e i gemiti di Magda, e il delicato eccitamento di Ruthana. La mia
intenzione originale era stata quella di spingere e ritrarmi con forza, come facevo con Magda, ma
l'approccio pacato di Ruthana mi conquist e mi fece capire che non c'era bisogno di un
comportamento animalesco pieno di rumori. Il nostro era amore, non lussuria.
Fin presto. Virtualmente immobili, raggiungemmo l'orgasmo insieme... e fu l'unico momento
in cui sentii un 'Oh' uscire dalle sue labbra. Per non parlare del mio patetico gemito. Ruthana mi sorrise
e mi baci con dolcezza. Non avevo mai conosciuto un'estasi cos pura e semplice. Niente carnalit.
Niente libidine.
Il paradiso.
...
Passarono alcune ore e il mio paradiso si trasform in un inferno.
Successe cos.
Devo tornare indietro dissi a Ruthana.
La sua espressione, fino ad allora beatamente sicura, si indur in una maschera di paura e
delusione. Alex, perch? mi chiese.
Devo dirle addio risposi.
La delusione venne cancellata da una paura allo stato puro. Ma non  sicuro disse.
Qui  sicuro? chiesi.
S, lo  rispose lei. Noi possiamo proteggerli.
Anche Gilly? La mia domanda non nascose la sfiducia.
Lui no disse Ruthana. Ma ti lascer in pace, ci penser io a proteggerti. E anche Garal si
affrett ad aggiungere. Garal-Haral: c'era forse un collegamento? Sul suo viso si disegn un'espressione
implorante. Ti prego, Alex. Non tornare indietro. Non  sicuro.
La cinsi con le braccia. Hai pensato che volessi lasciarti? le chiesi mentre la baciavo
dolcemente.
S rispose lei. Ma adesso sono spaventata. Lei  una donna terribile, Alex. Una strega
pericolosa.
Be', per prima cosa non ti lascer mai. Mai le dissi.
Grazie, amore disse Ruthana. Se lo facessi morirei. Ma adesso...
La bloccai con un altro bacio. Devo dirle addio, Ruthana. Non sono sicuro che sia stata lei ad
attaccarmi. Posai un dito sulle sue labbra per fermare la sua protesta. Non intendo dire che sia stata
tu. So che non sei stata tu. Forse  stato Gilly (l'idea mi sgorg all'improvviso nella testa). Non ha forse
i tuoi stessi poteri? le domandai.
No rispose lei. Non fino a questo punto. Se fosse stato lui avrebbe attaccato tutti a Gatford,
visto che li odia cos tanto. Ma nessuno di noi  capace di tali attacchi. Non sapremmo nemmeno come
farli. Dunque non pu essere stato Gilly. Alex, io ti dico che  stata la strega. Erano attacchi di una
strega.
Ero due volte turbato. Da una parte Ruthana mi aveva impressionato perch non l'avevo mai
sentita parlare cos a lungo. Dall'altra ero scoraggiato dal fatto che la mia intuizione su Gilly si fosse
rivelata sbagliata e impraticabile. Perci doveva essere stata Magda. E io stavo programmando di
andare proprio da lei. Per un momento l'immagine di una mosca che torna verso la ragnatela mi
attravers fastidiosamente il cervello. Cercai di non darle peso. Dovevo ritornare da Magda, le dovevo
un saluto riconoscente. Pericoloso o meno, non le potevo negare un commiato degno di questo nome,
in fondo era in attesa di mio figlio. E l'idea di lasciarla sola con quel figlio dentro mi faceva stare male,
ma come potevo rimanere con qualcuno che aveva usato la magia nera contro di me? Dovevo chiudere
ogni rapporto con Magda. Ruthana non capiva, cos cercai di spiegarglielo.
Ruthana, lascia che ti spieghi perch devo tornare indietro le dissi. Devo salutarla aggiunsi
subito quando notai nuovamente l'espressione allarmata sul suo volto. Lei  stata molto buona con me.
Mi ha guarito, per l'amor del cielo! Avevo una brutta ferita sula gamba e sul fianco: me l'ero procurata
in Francia a causa di una bomba esplosa in una trincea. Mi ha quasi aperto in due, e grazie a Dio tu non
l'hai visto. E lei l'ha guarita! Forse per farlo ha usato un rituale da strega, ma lo ha fatto. Mi ha guarito
del tutto. E di questo le sar sempre debitore.
Ma... cominci lei.
Lasciami finire la interruppi. Negli ultimi mesi  sempre stata molto gentile con me. Mi ha
trattato come un figlio (non chiedermi se ho dormito con lei, implor il mio cervello). Cucinava, si
prendeva cura dei miei vestiti, parlavamo, facevamo lunghe passeggiate insieme.  stato tutto molto
piacevole. Non mi sono mai sentito in pericolo, nemmeno per un momento. Evitai di citare il
manoscritto.
So che posso darti l'impressione di voler restare con lei la rassicurai ma non e cos.  solo
che... molto probabilmente lei non sa che cosa mi sia successo. Sono uscito per fare una passeggiata e
sono scomparso. Quasi certamente questo deve averla sconvolta. Perci ti prego, non pensare nemmeno
per un secondo che abbia intenzione di lasciarti. Non lo far, stanne certa. Voglio passare il resto della
mia vita insieme a te. Riuscii a sorridere. Per te diventer anche pi piccolo.
Il mio tentativo di fare una battuta non ebbe effetto su di lei. E sapevo che dovevo dirglielo. Era
sbagliato tenerla all'oscuro. Sbagliatissimo. Ruthana... cominciai. Lei mi guard preoccupata come
se temesse che stessi per dirle qualcosa di orribile.
E lo era. Magda ... non mi veniva la parola aspetta un bambino.
Lei mi fiss senza dire una parola.
So che avrei dovuto dirtelo prima aggiunsi. Ma avevo paura.
Perch? domand lei. Con tale ingenuit che mi domandai se non avessi frainteso il tono.
Perch? ripetei. C'era un che di arrogante nella mia domanda, anche se non era stata quella la
mia intenzione.
Secondo te non avevamo capito tutti che voi due eravate... Adesso fu lei a non trovare la
parola.
Non c'era amore fra noi dissi. No, non  vero mi corressi subito, perch volevo che sapesse
tutta la verit. Non ritirer tutto quello che ho detto di lei. C' stato amore, all'inizio. Magda mi ha
dato amore, e io le ho creduto. Era vero anche quello. Dopo...  stato diverso. Ho cominciato ad aver
paura di lei.
Strinsi la sua mano nella mia. Aveva un figlio che  morto in guerra. Voleva che lo
sostituissi. Digrignai i denti. In tutti i modi aggiunsi. Cosa che ho fatto, che Dio mi aiuti. L'ho
fatto. Emisi un debole sospiro affannoso. Se non puoi perdonarmi ti capir. Giuro che ti capir.
Lei non rispose. Si allontan da me, invece! Ne rimasi sbalordito. Avevo sbagliato tutto? Mi
alzai in piedi inorridito. Forse il mio ritorno da Magda era destinato a essere permanente? Ogni sorta di
spaventose eventualit mi attraversarono la mente. Magda non mi avrebbe mai perdonato. Doveva
sapere esattamente ci che mi era successo. Avrei rimpianto quel giorno, fin troppo.
Non fu cos. Con mio grande stupore ecco di nuovo Ruffiana di fronte a me. Stringeva in mano
una boccetta. Me la porse.
Che cos'? le chiesi.
Una protezione rispose. Se proprio devi andare.
Continu spiegandomi che la boccetta conteneva una polvere. Fu un colpo per me scoprire che
era la stessa polvere che probabilmente aveva accecato e ucciso il signor Brean.
Non voglio ucciderla, Ruffiana. Questo almeno doveva esserle chiaro. Voglio solo dirle
addio.
Non voglio che la uccida disse Ruffiana. Non amo le uccisioni. Ma devi proteggerti. Nel
caso... esit ti inseguisse concluse.
Ruffiana, non credo che mi inseguir dissi. Lei mi ama. Vidi di nuovo quell'espressione e
mi affrettai ad aggiungere: Be', almeno ha detto di amarmi. Io non lo so.
Silenzio. Lei continu a porgermi la boccetta. La presi con riluttanza e la infilai nella tasca della
giacca (ho dimenticato di dire che a questo punto eravamo vestiti. Eravamo rimasti piacevolmente nudi
per pi di un'ora, direi).
Ti accompagno fuori dai boschi disse lei.
Rabbrividii. Stava accettando con troppa arrendevolezza l'idea che me ne andavo?
Non avevo capito niente. Ruffiana mi si avvicin e mi cinse con le braccia, stringendomi forte.
Ricorda quello che ti ho detto sussurr. Se non torni morir. Sapevo che parlava sul serio. Fu
un'affermazione che mi spavent. Non un avviso o una minaccia, ma una semplice dichiarazione
d'amore. Dovevo rispettarla.
Un altro bacio appassionato e poi ci avviammo attraverso i boschi mano nella mano. Dopo un
po' raggiungemmo il sentiero senza problemi, lontano dal punto in cui ero entrato. Dio santo, era
successo tutto oggi? Mi sembrava che fosse passato chiss quanto tempo.
Ci tenemmo stretti per almeno un minuto. Ci baciammo. Sii prudente, amore mio disse
Ruthana con la voce visibilmente incrinata. Se  necessario usa la polvere. Lo disse come se
intendesse 'quando'  necessario. Scartai la possibilit e la baciai un'ultima volta. Torner la
rassicurai. Andr tutto bene.
Quanto ne sapevo poco.
La lasciai e imboccai il sentiero. Mentre mi avviavo verso la casa di Magda mi voltai a guardare
verso i boschi. Ruthana non c'era pi. Si era allontanata... o era svanita come Gilly? Comunque fosse
stato, il fatto di non vederla pi mi mise in agitazione. Pensava - era convinta - che non sarei pi
tornato? Non avevo modo di saperlo. Ma la stessa eventualit mi dava un senso di oppressione. Mi
venne in mente che il termine 'oppressione' include il termine 'pressione'. Ecco perch - sai che scoperta
- chi  oppresso avverte una pressione. (Bravo. A. Black. Candidato al premio Nobel per la letteratura!
Ma per favore!)
Dov'ero rimasto? Ah s, mi trovavo sul sentiero, diretto verso la casa della strega. Un po' come
la storia di Hansel e Gretel. Ma perch non riesco a prenderla pi sul serio? Eppure ero serissimo
mentre percorrevo il sentiero. Non avevo la minima idea di come avrebbe reagito Magda quando le
avessi detto che avevo intenzione di andarmene. Negli ultimi mesi era stata cos - s,  la parola giusta
dolce con me.
Ma adesso? Di fronte a questo?
Ero quasi arrivato al vialetto di casa quando la sentii che mi chiamava. Alex! Un grido. Quasi
uno strillo.
Magda giunse correndo verso di me. Aveva il volto rosso e rigato di lacrime. Non tardai a
capire che il mio allontanamento non sarebbe stato la cosa pi facile del mondo.
Mio dio, tesoro, dove sei stato? mi chiese senza fiato. Sono quasi impazzita!
Oh, accidenti, pensai. Non una gran reazione, la mia, ma non potevo lasciarmi travolgere dal
panico. Se l'avessi fatto non sarei mai pi tornato da Ruthana.
Mi dispiace dissi. Mi era difficile esprimermi in modo coerente perci, come mi capitava
spesso, mentii. Ho fatto una passeggiata le dissi.
Che bugia stupida. Per tutte queste ore? chiese lei. Non sembrava sospettosa, pi che altro
incredula.
Il sentiero  lungo continuai a mentire. Sperai che fosse davvero lungo.
Lo so convenne lei. Mi abbracci con passione e io mi resi conto -  un'osservazione
irrilevante, lo so - di quanto i suoi seni prosperosi fossero diversi da quelli di Ruthana. Mio dio, mi hai
fatto prendere una paura disse. Credevo che le creature fatate ti avessero catturato. Questo mi lasci
piuttosto sgomento. Perch era esattamente ci che era successo: mi avevano catturato. Una di loro,
almeno. E adesso come facevo a tornare da quella?
No mentii per la terza volta. Non facevo che sprofondare sempre di pi nelle sabbie mobili
della menzogna (vi sconsiglio di frequentarle, rimanete sempre sul terreno solido e sicuro della verit).
Come ne sarei uscito? Per un momento presi in considerazione l'idea di usare subito la polvere, di
accecare Magda e di tornarmene nei boschi.
Non potevo farlo. Soffocai l'impulso. Avrebbe sconfitto la mia intenzione, annullato il mio
scopo. Che era uno scopo onesto. Lo apprezzo ancora oggi. A questo punto, scagliare la polvere in
faccia a Magda - quando lei era stata cos gentile con me - sarebbe stato come minimo un gesto
spregevole. Non mi sarei mai perdonato un tale momento di codarda capitolazione. A Magda dovevo
ben di pi.
Perci mi sforzai di consolarla mentre risalivamo il vialetto e attraversavamo il prato davanti a
casa. Entrammo e ci accomodammo sul divano. La tenni fra le braccia e il suo voluttuoso calore ebbe
effetto su voi-sapete-chi (continuo a ripeterlo, avevo diciotto anni e non ero maturo neanche un po').
Solo quando costrinsi il mio cervello svagato a tirare le briglie a mister Johnson (credo che adesso lo
chiamino cos, ma non chiedetemi il perch, non ne ho la minima idea) si decise a placare il suo
transito automatico verso la rigidit.
E cadde gi come un sasso quando Magda mi disse con la voce pi calma del mondo: Mi stai
mentendo.
Cosa? farfugliai. Che cretino che ero.
Mi hai sentito disse lei.
Non ho mentito mentii. Povero me, davvero patetico. Come avrei fatto a tornare da Ruthana?
Lo hai fatto disse Magda. Con decisione. Sei stato di nuovo nei boschi. Con quella
ragazza.
Proprio cos, c'ero stato, pensai. Ma non potevo dirlo. Adesso mi sentivo davvero un gran
vigliacco, e la cosa mi fece vergognare. No mentii di nuovo. Ma perch continui a mentire?
Condannai la mia lingua... nel tentativo di eludere il vero responsabile, il cervello. Dovevo cambiare
rotta. S mi costrinsi a dire. Hai ragione. Ci sono stato. Ecco perch...
Mi interruppi a mezza frase quando Magda si ritrasse da me - dovrei dire si allontan con uno
scatto - e mi fiss intensamente. Diciamo pure che mi fulmin con lo sguardo.
Fottuto bugiardo esclam.
Il suo immediato cambiamento di umore e Fuso di un linguaggio volgare mi lasciarono
interdetto.
Magda, ti chiedo scusa cominciai. Per...
Mi interruppi di nuovo. Questa volta bloccato dal suo improvviso torrente di parole (meglio dire
dal suo violento torrente di parole).
Dovevi proprio tornare da quella lurida puttanella dei boschi, non  vero? mi accus.
Dovevi scopare come fanno le creature fatate!  stato bello? Sei venuto dentro?
Era troppo. L'irritazione prese il posto della vergogna. Magda, basta cos urlai. Lei  del
tutto innocente.
Innocente lei? url di rimando Magda. Ti ha attirato nei boschi per farsi scopare!
Finiscila! urlai ancora di pi. Non ha fatto niente del genere! Lei mi ama! A questo punto
sparai l'accusa finale. E io amo lei!
Da parte di Magda un silenzio mortale. Il suo volto sbianc, e lei mi guard con un'espressione
omicida. Quando parl sembrava che avesse la voce impastata. Rimpiangerai di averlo detto.
Perch? chiesi, ancora inconsapevole della profondit della sua rabbia. Amo anche te. 
solo che...
Non raccontarmi balle, brutto stronzo bugiardo disse Magda, e il suo linguaggio mi lasci di
nuovo senza fiato. So che non  vero. Per te sono solo Magda, la tua strega puttana.
In qualche modo sentii che aveva ragione. Era quello che provavo per lei.
Sono stata tua madre disse. E tu te la sei spassata a scoparti tua madre.
No fu tutto ci che riuscii a dire, quasi strozzandomi, prima che lei ripartisse alla carica.
Ti domandi se non mi abbia scopata anche Edward! Ma certo che l'ha fatto! Per questo si 
arruolato! E non ti sei arruolato anche tu, piccolo pezzo di merda, solo perch amavi la tua fottuta
madre? E per questo ti sentivi in colpa?
No! ribattei fuori di me per la rabbia. Ti sbagli!
Lei mi ignor. Continu a sproloquiare, e tutta la volgarit che tir fuori mi atterr. Tua madre
era una puttana! url. Le piaceva succhiarti l'uccello, vero? Vero, ragazzo mio?
Sei disgustosa dissi. Credo che tu sia malata. Mi dispiace per il bambino.
Oh, davvero? ribatt lei. Non preoccuparti, non c' nessun bambino.
Non ricordo bene, ma credo di essere rimasto a bocca spalancata come un babbeo.
Cosa? dissi con una voce appena udibile.
Ma lei la sent. Non c' nessun bambino, Alex. Me ne sono sbarazzata.
Dio santissimo. Fu la sola cosa che mi venne da pensare, mentre tutto a un tratto mi tornava alla
mente quel ricordo raccapricciante, l'autoaborto di una chimera non voluta. Cercai di liberarmene, ma
quell'immagine sanguinolenta mi offusc la lucidit.
Hai fatto questo? le chiesi molto fiaccamente.
S, l'ho fatto, tesoro rispose lei con un sorriso orribile. Ho sepolto nostra figlia - o quel che
ne rimaneva - in giardino. Vuoi che te la ritiri fuori?
Come hai fatto? farfugliai.
Vuoi che te lo descriva? chiese lei. Ancora quel sorriso orribile.
No dissi.
Credevi che volessi un figlio da te? insist. No. Io volevo un figlio da Edward. Ma lui era
morto, cos mi sono ritrovata il tuo. Per volevo un figlio che potesse diventare il mio amante. Quel
figlio era una bambina e io non volevo una bambina. Cos l'ho strappata via da me e ne ho seppellito i
pezzi. Devo andare avanti?
Mi sentivo come se qualcuno mi avesse stretto la testa in una morsa ghiacciata. Faticavo a
respirare, e il suo allucinato discorso mi aveva paralizzato. Potevo solo scuotere la testa. O almeno mi
sembr di farlo. Forse non fu cos.
Magda snud i denti. Tu vuoi ancora che sia la tua mamma, non  vero? disse. Si apr il
vestito sul davanti, tir fuori i seni adesso turgidi e li protese verso di me. E va bene, succhia le tette di
mamma ringhi. Poppati ancora le tette di mamma.
Dovetti lottare per tenere a freno i miei lombi ingovernabili. Ma ero talmente inorridito dal suo
comportamento da folle che non mi fu difficile. Sta' lontana da me le dissi.
Non si arrese. Mi si avvicin e tent di spingermi i seni sulla faccia. Bevi il latte di mamma!
mi disse in tono autoritario. E con mio grande stupore un liquido simile a latte cominci a sprizzare dai
capezzoli turgidi. Non poteva essere naturale! Doveva essere qualcosa che stava architettando lei. Devo
confessarlo, per poco non cedetti.
Era davvero troppo per un adolescente tutt'altro che infallibile. Come riuscii a resistere fu un
tributo al mio amore per Ruthana e, in secondo luogo, al mio senso di integrit morale.
Fu proprio in quel momento che il concetto improvvisamente mi sovvenne. Vorrei dire che mi
giunse come un'ispirazione, ma non lo era; fu pi che altro un avventato istinto di difesa.  una cosa
da strega? le chiesi a brutto muso, tentando di allontanarla. Viene dal tuo manoscritto?
Magda si irrigid, e il flusso dai suoi seni si interruppe. Mi guard come Medea deve aver
guardato i suoi figli: amore e odio combinati insieme. Sei stato nella mia biblioteca disse. Il modo in
cui lo disse mi fece scorrere un brivido gelido lungo la schiena. Adesso avevo paura per davvero.
Avevo fatto infuriare una strega che mi odiava, anzi, che con ogni probabilit mi voleva proprio morto.
Mi dispiace buttai l. Non intendevo...
Non riuscii a formulare per intero la mia misera scusa. Non c'era modo di chiuderla, lo sapevo.
E quante vero iddio, lo sapeva anche Magda. Mi domandai (adesso gi sul chi vive) che intendesse fare
Magda mentre si allontanava da me e si alzava in piedi. Non richiuse il vestito, se lo fece passare per la
testa e lo scaravent via. Adesso era nuda. Mi alzai anch'io, goffamente, e mi diressi con studiata
lentezza verso la porta.
No, non lo farai disse Magda. Mamma non vuole che te ne vada. Parlava a fatica (il suo era
pi che altro un grugnito), ma il suo intento era chiaro. Si mise in punta di piedi e frug in cima alla
libreria. Allung la mano di lato e tir gi una spada. Assomigliava pi che altro a un machete. Poi si
mosse verso di me. La tua testa  mia farfugli con voce impastata. Sembrava che avesse la gola
chiusa. Io continuai a spostarmi maldestramente verso la porta.
Poi Magda emise un urlo terrificante e cominci a correre. Mi guardai rapidamente alle spalle.
Brandiva la spada, chiaramente intenzionata a decapitarmi. Notai anche i suoi seni che ballonzolavano
su e gi. Non ci fu eccitazione, ero troppo spaventato. Mio dio, se lo ero! Non puoi andartene! url
Magda. Con la voce che a questo punto era diventata spaventosamente forte.
La polvere!
Mi girai di scatto e infilai, meglio che potevo, una mano nella tasca della giacca. Inorridii
quando per poco la boccetta non mi cadde. Ballonzol fra le mani prima che riuscissi ad afferrarla per
bene. Magda mi era quasi addosso. Brancicai con la boccetta tentando di aprirla. Magda mi raggiunse e
sferr un violento fendente con la spada. Non so quale istinto mi abbia salvato, ma mi piegai di lato e
riuscii a evitare la lama. Magda inciamp e perse l'equilibrio, trascinata dalla sua stessa frenesia di
tagliarmi la testa. Aprii la boccetta e le scagliai addosso la polvere. La raggiunsi in piena faccia.
Lei url per il dolore e io mi accorsi che quasi tutta la polvere aveva colpito gli occhi. Barcoll
di lato, lasci cadere la spada e tent goffamente di portarsi le mani agli occhi ormai ciechi.
Bastardo! grid. Fottuto bastardo!
Non attesi oltre. Mi mossi malfermo verso la porta e la lasciai a sbatacchiare per la stanza,
incapace com'era di vedere, con gli occhi inondati da lacrime irrefrenabili. Urt contro i mobili e
ringhi mentre lanciava dappertutto gli oggetti che le capitavano sottomano.
Aprii la porta e uscii, correndo senza mai fermarmi finch non raggiunsi il sentiero.
Ruthana era l che mi aspettava.
Mi aggrappai a lei come un disperato. Grazie a dio dissi, e lo ripetei cos tante volte -incapace
di pensare, solo sopraffatto dalla gratitudine - che persi il conto. Ero al sicuro. Questa era l'unica cosa
che sapevo. Ero al sicuro.
Mi sbagliavo di nuovo.
Terza parte
23
La prima cosa che mi fecero le mie amiche creature fatate fu di farmi diventare pi piccolo.
So che sembra inverosimile. In effetti assomiglia proprio a una trovata di Arthur Black, ma vi
garantisco che avvenne. E poi, se avete accettato tutto quello che vi ho raccontato fino a ora -
stregoneria, Regno di Mezzo, creature fatate - non avrete difficolt a credere che abbia perso un po' di
statura.
Dio mi  testimone, ebbi una grande difficolt a mandar gi la bevanda che mi diedero per
farmi diventare pi piccolo. Ne rivomitai la met. Un po' di statura, ho detto? Da un metro e
ottantaquattro a novantadue centimetri! Perbacco. Questo s che  rimpicciolire!
Ma lo feci lo stesso. Altrimenti non sarei potuto stare con Ruthana. So che lei aveva assunto le
dimensioni di un essere umano, ma lo aveva fatto temporaneamente e non poteva mantenerle per
sempre. Lo aveva fatto solo per... be', vi ricordate per che cosa (sto arrossendo dentro). E poi io non
potevo conservare la statura di un uomo. Non era accettabile, non era permesso. Dovevo diventare pi
piccolo. So bene che sembra ridicolo, ma era un fatto. Rimanere grande com'ero? Impossibile. Sarei
stato espulso dal Regno di Mezzo. E questa era una cosa che non potevo accettare. Amavo troppo
Ruthana. Davvero troppo.
Cos sopportai tre settimane di - come chiamarla?  di diminuzione. Non fu piacevole. Non lo
fu per niente. Vi ricordate di quando vi ho parlato della capacit delle streghe di rendersi invisibili? La
carne che si contrae lentamente, le ossa dello scheletro che piano piano perdono densit, gli organi che
si dissolvono? La mia esperienza fu molto simile. Potevo davvero sentire il mio corpo che diventava
pi piccolo. Pi bevevo quella orribile pozione, pi rapidamente avveniva. In gran parte nel corso della
terza settimana. Una notte la passai afflitto dai dolori pi atroci. Ruffiana tent di consolarmi, ma
invano. Aveva sottovalutato il trattamento... anzi, forse sapeva che faceva male, ma non aveva voluto
spaventarmi.
Non c'era nulla che potesse fare. Il processo era in corso e in questa fase non c'era modo di
renderlo reversibile. Per loro era semplicissimo. Boom! E la statura aumentava. Proprio cos. Ma non
per me. Se non avessi amato cos tanto Ruthana avrei chiesto loro (li avrei supplicati) di porre fine al
mio tormento... lo scheletro che lentamente si restringeva, la carne che lentamente si ritraeva, i miei
occhi (anche gli occhi, Cristo!) che diventavano pi piccoli. Tutto in una stanza solitaria sperduta
chiss dove. In una semplice casetta di campagna. Soffrendo come un cane.
Finalmente (un'altra settimana e mi sarei... be', mettiamola cos, non ce l'avrei fatta) la cosa
ebbe termine. Avevo le dimensioni di una creatura fatata. Ancora sembra una stupidaggine, ma
ciononostante accadde. Ruthana e io avevamo la stessa statura. D'ora in avanti il mio nome sarebbe
stato Alexi. Facemmo l'amore per celebrare l'occasione. E mentre lo stavamo facendo pensai - nella
mia immaginazione malata - che il processo avrebbe potuto continuare all'infinito fino a farmi
diventare una lucciola. Sostenevano che fosse possibile arrivare anche a quelle dimensioni. Da un
metro e ottantaquattro a un insetto? Un'immagine raccapricciante che ritard il mio orgasmo.
Ma solo per poco.
Il nostro matrimonio fu molto semplice. Nessuna folla di ospiti plaudenti, nessuna orchestra che
suonava Mendelssohn. Nessun rinfresco a base di pollo o di pesce.
Solo Ruthana e io.
Insieme in una paradisiaca (se non  la parola giusta, poco ci manca) radura in mezzo ai boschi.
In prossimit di un ruscello che gorgogliava celestiale (questa s che  la parola giusta), circondati da
betulle (alberi sacri al piccolo popolo) e fiori dalle tinte cos brillanti che non me la sento di descriverli
(Arthur Black ha i suoi limiti). Vi basti sapere che erano colori celestiali e chiudiamola qui.
La cerimonia fu ugualmente dimessa. Non intendo dimessa nel senso di piccola (non ci fu
niente di piccolo in essa), ma nel senso che non dur delle ore. Si risolse tutto in pochi minuti.
Ruthana indossava un vestito di tessuto sottilissimo color blu pallido, virtualmente trasparente.
Non ho mai visto tanta bellezza in questa vita, e forse non ne vedr nella prossima. Capelli biondi,
volto d'angelo, corpo perfetto... Adesso capite perch ho usato le parole 'paradisiaca' e 'celestiale'. Non
se ne possono usare altre.
Naturalmente c'erano alcune linee guida nel nostro matrimonio. Non dovevo fare domande a
Ruthana sulla sua vita prima di conoscermi. Non dovevo picchiarla. Addirittura in certe occasioni non
dovevo guardarla (penso che capiamo tutti cosa significhi. Anche le femmine fatate devono
soccombere al ciclo lunare).
Dal momento che per me non era difficile rispettare alcuna di queste regole, il nostro
matrimonio venne consentito. Nel nostro caso senza la piena approvazione del Regno di Mezzo, ma
tuttavia consentito.
Le cose non potevano andare meglio. Io e Ruthana in questo ambiente meraviglioso. A bere una
bevanda squisita mentre lei mi sussurrava un antico incantesimo d'amore.
Tu per me
E io per te
E per nessun altro
Il tuo volto sul mio
E la tua testa distolta
Da tutti gli altri
Vi piace? A me molto.
Quella notte ci amammo. Pi volte. Il signore e la signora Alexander (Alexi) Nanerottolo (in
termini relativi, ovviamente).
Ero a casa. Dolce casa. Magnifica casa... nei boschi di Gatford. Una casa sicura.
Be', non proprio. C'era ancora Gilly da affrontare. La prima volta che mi vide in quelle nuove
dimensioni mi disse (rabbiosamente, come sempre): Credi di essere uno di noi, adesso, non  vero?
Invece non lo sei. Sei sempre un Essere Umano. ( cos che si espresse, come se le parole avessero
l'iniziale maiuscola. E fossero sporche.)
Ecco poi la sua prima aggressione: tir subito fuori dal suo repertorio un bell'attacco, tanto per
gradire. Buon vecchio Gilly.
Ruthana e io stavamo passeggiando insieme, mano nella mano. Non si allontanava mai da me.
La notte, mentre dormivo, aveva una specie di forza protettiva che vigilava su di me. O quello oppure
aveva fatto qualcosa a Gilly che lo faceva addormentare, e la cosa lo rendeva furioso. Come se avesse
bisogno di furia aggiuntiva per incrementare la sua provvista gi pi che abbondante. Addirittura
Ruthana mi aspettava (con pazienza e discrezione anche eccessive) quando liberavo la vescica o gli
intestini. Dio, se era paziente! Non mi piaceva l'idea che dovesse tenere continuamente d'occhio il
fratellastro, ma le cose stavano cos. Era il prezzo che dovevo pagare per vivere insieme a Ruthana. Ed
entro certi limiti ero felice di pagarlo.
Come ho detto stavamo passeggiando nei boschi mano nella mano. Era ancora estate e le foglie
degli alberi erano di una bellezza mozzafiato, in tutte le tonalit di verde, e il terreno era pieno di altre
foglie dello stesso colore. Mentre camminavamo scricchiolavano sotto i nostri piedi. Ruthana era
scalza, io indossavo un paio di scarpe prese dalla ben fornita scorta di Gilly (e nemmeno questo gli
piacque, credetemi sulla parola).
Mentre (ammiravamo rivolsi a Ruthana una domanda che mi angustiava fin dal nostro primo
incontro, a giugno, da quanto ricordo. Se aveva il controllo di Gilly, perch allora mi aveva subito fatto
scappare?
La sua risposta fu immediata... e dolce. Mi disse di sapere che si era innamorata di me, ma di
sentirsi cos confusa da quell'emozione (la prima per lei, e in seguito non le chiesi altro sull'argomento)
da non essere in grado di pensare con chiarezza. Cos aveva agito d'impulso, trascinandomi fuori dai
boschi, lontano da Gilly. E prima di separarci l'unica cosa che aveva saputo dire era che mi amava. Io
accettai la sua risposta senza riserve.
A tal punto che le rivolsi un'altra domanda. Quel coro di voci chiassose che avevo sentito quella
notte nella mia villetta. Era reale o frutto della mia immaginazione? Oh, probabilmente era reale, mi
rispose con semplicit. Le feste del Regno di Mezzo spesso diventano rumorose e i partecipanti fanno
ben poco per soffocare la loro allegria. Ti hanno tenuto sveglio? mi domand in tono premuroso. Io
la baciai e le dissi che non era stato poi cos brutto. Solo che mi era rimasta la curiosit di sapere cosa
fosse.
Le dissi allora che, essendo l'aumento delle dimensioni solo una capacit temporanea per loro,
mi divertiva l'idea della faccia che dovevano aver fatto i 'ragazzi delle trincee' quando avevano visto
Harold ridursi alle dimensioni di un nano dopo essere morto. A quello Ruthana sorrise, ma mi spieg
che Harold non poteva - solo com'era e lontano da casa - essere riuscito a conservare le dimensioni
umane. Aveva avuto bisogno d'aiuto.
E allora come ha fatto? le chiesi.
Come te rispose.
Soffrendo tanto come me? chiesi ancora, sbalordito.
Naturalmente per il procedimento inverso specific lei.
Lui... Esitavo a chiederlo, ma lo feci. Per lui entrare nell'esercito era cos importante?
L'Inghilterra era cos importante rispose lei.
E Gilly... cominciai, ma stavolta non conclusi la domanda.
Gilly odia gli esseri umani, lo sai disse lei. L'Inghilterra  fatta da esseri umani.
S, capisco dissi, ricordando che mi ero arruolato nell'esercito non per amore degli Stati Uniti,
ma per odio verso sapete chi. Ma devo smetterla di riferirmi a lui in questo modo. Era il capitano
Bradford Smith White, della marina degli Stati Uniti. Lo  ancora, suppongo. No, non pu essere vivo
(Dio non lo voglia). A questo punto la marina degli Stati Uniti - e il mondo intero - dovrebbero essersi
liberati di lui. In caso contrario dovrebbe avere... vediamo, almeno centonove anni. Un vecchio
bacucco avvizzito, ancora duro come il marmo, che rompe le scatole a tutti in qualche casa di riposo
sulla costa orientale. Che immagine agghiacciante. Non riuscir mai a liberarmi da suo ego deleterio?
Trovandomi involontariamente ripiombato nei ricordi della mia famiglia, senza pensarci chiesi
a Ruthana della sua. Di quella reale, di sangue.
La sua risposta fu esitante, addirittura guardinga. Mi disse che nel Regno di Mezzo non esistono
famiglie come le intendiamo noi. La totalit  la famiglia. La loro unit proviene non da una parentela
legata al sangue, ma all'ambiente comune. Ruthana aveva un padre naturale, certo, ma era rimasto
ucciso in un incidente e la famiglia (sempre per modo di dire) di Garal l'aveva adottata e fatta crescere.
Dunque chiamare Garal il suo patrigno e Gilly il suo fratellastro (o fratello acquisito) non  accurato.
Pi di questo non saprei dire. Non l'ho mai capito bene nemmeno io. Era troppo complicato per me.
Scelsi solo di credere che Ruthana aveva vissuto nel chiuso nei boschi con Garal, con Eana (la sua
matrigna?) e con Gilly. Un altro fratello che non avevo mai visto aveva lasciato il gruppo. E poi
naturalmente c'era Harold. Come dimenticarsi di Harold (Haral)?
Ma all'inizio di tutto questo discorso vi avevo parlato del primo attacco di Gilly nei miei
confronti. Mea culpa, signori. Ancora la senilit. O qualche bestia del genere. Ma d'altra parte come
avrei potuto scrivere tutto questo racconto se il mio cervello fosse stato annacquato dal peso della
vecchiaia? Non ce l'avrei fatta. Perci andiamo avanti.
Mentre passeggiavamo cominciai a sentirmi come se qualcuno mi stesse osservando. Non era il
primo caso in cui provavo quella sgradevole sensazione. Ogni volta che ne parlavo a Ruthana lei mi
diceva - sempre con la massima calma - che poteva essere Gilly, ma che pi probabilmente era frutto
della mia fantasia perch a parte in un'occasione, quando un gufo si era messo a svolazzare da un
albero all'altro, ovviamente seguendoci, lei non aveva mai sentito che Gilly fosse sulle mie tracce.
Oh, ecco di nuovo quel dannato gufo dissi quando lo vidi appollaiato su un albero alla mia
sinistra. Non  Gilly?
Forse lo  replic Ruthana. Ma non  un pericolo.
Comincio a essere stufo di domandarmi se ci sta seguendo dissi. Naturalmente in tono di
lagnanza. Adesso uso spesso questa frase. 'Essere stufo di.' Non quanto lo ero dell'animosit di Gilly
per. Ma A. Black ne sarebbe stufo. Detesta le frasi troppo usate, anche se sono quelle giuste.
Le sue dita strinsero le mie. Non aver paura, amore mio mi rassicur. Sar sempre con te.
Lo so dissi. Lo so. Solo che ogni tanto mi domando se dovrei essere qui.
Alexi, non dirlo nemmeno. Gi c'erano lacrime nei suoi occhi, che le rigavano le guance.
Oh, non piangere la supplicai. Non ti lascerei per niente al mondo.
Allora perch lo dici? mi chiese lei in tono implorante. Non sei convinto che dovresti stare
con me?
Non si tratta di questo dissi. Io rester sempre con te. Ma se dovessi riportarti con la forza
nel...
Nel Mondo degli Uomini? disse lei. Sembrava inorridita.
No, no mi affrettai a dire. Non lo farei mai. Adesso la mia mancanza di logica era diventata
una trappola. Come potevo liberarmi dal suo morso tagliente?
Quello che successe dopo mi colse totalmente di sorpresa.
Guarda disse lei indicando oltre un ruscello che stavamo costeggiando.
Guardai verso di lei, domandandomi che cosa stesse indicando.
Ho detto guarda! mi ordin lei afferrandomi per la nuca (Dio, com'erano forti le sue dita!) e
costringendomi a voltare la testa verso... che cosa?
Qualsiasi cosa fosse stava cominciando a prendere forma in quel momento... Una creatura
simile a un drago con la testa come quella di un cobra e le braccia ossute che usava per tenersi eretta.
Sulla testa aveva una cresta rossa come un gallo e mentre respirava due piccole fiamme uscivano dalla
bocca.
Mio dio, che cos'? chiesi. Quasi non riuscivo a respirare.
Un basilisco rispose tranquilla Ruffiana. Cos tranquilla da farmi gelare il sangue nelle vene.
A. Black era spesso stato accusato - o elogiato - per essersi espresso in questo modo. Ma A. Black non
aveva mai visto un vero basilisco.
Io s. Ed era una visione davvero agghiacciante. La pelle-se poi si poteva definire pelle - era
grigia e screziata, e pi che pelle sembrava corteccia d'albero. E gli occhi... ah, questo  il problema,
come direbbe Amleto.
Non guardarlo negli occhi disse Ruffiana. Sempre tranquilla, sempre facendomi gelare il
sangue.
Perch? chiesi, come un bambino un po' stupido.
Non farlo e basta disse lei. Pronunciando ogni parola come se fosse scritta in lettere
maiuscole.
Non guardai. Ruffiana disse qualcos'altro. A proposito del veleno mortale del basilisco. Io
l'ascoltai in un silenzio assoluto.
Non lo stai guardando negli occhi, vero? mi chiese quasi supplichevole.
No, non lo sto facendo risposi Non ci attaccher, eh?
No, ci penso io disse lei.
A questo protese entrambe le mani e url alcune parole che proprio non riesco a ricordare, parte
in latino, parte in francese e parte in... be', a me sembr un farfugliare incomprensibile.
Fosse come fosse, il drago dalla testa di cobra perse consistenza, poi svan. L'intero incidente
(incubo) dur solo pochi minuti, non pi di dieci.
Grazie a dio mugugnai.
O a me disse Ruthana. Per un attimo mi mostr l'immagine del... come posso dire? del suo
ego di creatura fatata.
Mi hai detto di non guardarlo negli occhi dissi.
 vero replic lei.
Perch?
Sono letali rispose lei. Uno sguardo pu ucciderti.
Feci per ribattere qualcosa, ma lei prosegu. Cosa ancora pi importante. Sei stato il primo a
guardarlo.
Il primo? ripetei, completamente in confusione.
Mentre si stava formando mi spieg lei.
Per questo mi hai preso per la nuca? chiesi.
S rispose lei. Dovevo fartelo vedere prima che lui vedesse te.
E se non l'avessi fatto? chiesi ancora.
Saresti morto rispose Ruthana. Ancora una volta con la massima tranquillit. Io rabbrividii da
capo a piedi.
Oh, Alexi disse lei. Ti ho spaventato. Perdonami.
Cercai di sorridere. In realt mi usc una smorfia... Di pi non ero in grado di fare. Hai le mani
forti dissi. Voleva essere una specie di battuta per sdrammatizzare il momento, ma non ebbe effetto.
Tutto a un tratto Ruthana cominci a scusarsi e a piangere in modo quasi incontrollabile. La strinsi fra
le braccia, pensando per un attimo quanto il mio abbraccio fosse accogliente adesso che ero alto
novanta centimetri e non pi oltre un metro e ottanta. Non piangere le dissi. Mi hai salvato la vita di
nuovo.
 tutto cos brutto? mi chiese singhiozzando.
Nossignora dissi in un altro tentativo di battuta malriuscita. Io vivo per il pericolo. Sono
Alex il Grande. Cio Alexi.
Lei si rese conto che non faceva ridere, ma reag con tenera indulgenza. Grazie... Alex disse.
Cio Alexi.
Poi tutto torn serio. Nel tuo mondo non ci sono pericoli? mi chiese lei, chiaramente ancora
bisognosa di rassicurazioni.
E io ricorsi ancora a quell'umorismo un po' discutibile, anche se pieno di buone intenzioni. Oh
certo. Ma solo guerre, non basilicchi. Sbagliai anche a pronunciare la parola, ma avevo diciotto anni
(ormai quasi diciannove), che ci volete fare?
Ti rende davvero infelice stare qui? mi chiese Ruffiana. Con tanto affetto ( la parola giusta).
No, niente affatto risposi. Finch sono con te qualunque posto  il paradiso. Forse hai usato
un po' troppa retorica, Alexi, mi dissi, ma  la verit.
Pi o meno, pensai ancora.
24
E cos stavano le cose. Ruthana sembrava convinta della mia sincerit, e sperai che lo fosse
davvero. Dopo ci che le avevo detto non potevo esserne sicuro.
La mia successiva avventura (come altro chiamarla?) si verific la settimana successiva.
Ricorderete che vi ho parlato di tre regole che un uomo deve rispettare per potersi sposare.
Non le avevo mai fatto domande (vorrei dire che non mi era nemmeno passato per la testa di
fargliele, ma sarebbe una bugia) sulla sua vita prima di incontrarmi. Non l'ho mai picchiata, e Dio mi 
testimone. Avrei preferito staccarmi un braccio piuttosto che far del male a un angelo come lei. Quanto
alla terza regola... era quella che imponeva di non cercarla in determinate occasioni. Da dove l'avevano
tirata fuori, dalla Bibbia?
In ogni caso quelle 'determinate occasioni' capitarono. Dovevo evitarla. E come avrei fatto con
Gilly? Se l'era domandato anche Ruthana, sia benedetto il suo cuore angelico. Chiese a Garal di darmi
un'occhiata mentre lei se ne stava appartata con 'il suo problema'. Sia pure con un po' di riluttanza - in
fondo Gilly era suo figlio - Garal acconsent.
E vissi uno dei giorni pi esaltanti della mia vita. Ma che dico, uno dei giorni? Il giorno pi
esaltante della mia vita.
Cominci a poco a poco. Dopo aver conosciuto Garal (ve ne parler in seguito) ce ne andammo
tutti e due a pescare. All'inizio mi domandai perch scrutasse con tanta attenzione lo stagno, come se
fosse in cerca di qualcosa. Che cosa? Un pesce da prendere all'amo? Non saprei dirlo. Pi tardi conobbi
la risposta, e in un modo orribile.
Ma per il momento il tutto era semplicemente una pesca piacevole - e la prospettiva di una
buona cena -, cos ce ne restammo sul ciglio dello stagno (o laghetto che fosse) con le canne di bamb
protese verso l'acqua e le corde (non saprei come altro chiamarle.
Non so nemmeno come fossero fatte, o di che cosa fossero fatte. Un bagaglio d'informazioni
piuttosto scarso, eh?) immerse appena sotto la superficie immobile, in attesa che qualche pesce offrisse
la sua vita per la pancia delle creature fatate. Dal momento che per loro la vita in ogni suo aspetto 
cos reale, mi domando se non includa anche pesci senzienti. Ma sto divagando di nuovo, e vi chiedo
scusa.
Per farla corta, chiesi a Garal da dove provenisse l'aggettivo 'fatato'. Venni a sapere in seguito
che Garal era un insegnante... e uno studioso molto informato sul Regno di Mezzo. E su quello Al di l
(ci arriver fra poco).
Il termine deriva naturalmente da 'fata', che per alcuni ha origini omeriche (quali che siano),
perch pare che cos venissero chiamati i centauri. Pi tardi i Cavalieri della Crociata incontrarono i
guerrieri Paynirn, la cui lingua non possedeva la lettera P. Di conseguenza la parola 'peri' (piccolo
essere, sembra) era pronunciata 'feri'.
Poi, in mancanza di ulteriori testimonianze, divent 'faee' in Francia, 'fata' in Italia (dalla radice
latina 'fatum'). Avete capito tutto? Io no.
Successivamente la parola pass al plurale e in Francia il verbo 'faer' assunse il significato di
affascinare, diffondendosi poi in tutto il mondo. Di qui la sua presenza anche nell'Inghilterra del Nord.
E vale la pena di ricordare che la parola aveva a che fare con un fenomeno concreto, non immaginario.
Gli esseri del Regno di Mezzo esistono.
Non mi stancher mai di sottolinearlo. Esistono. Io ci sono stato. Ed esistono ancora.
(NOTA:  opportuno chiarire qui che nell'originale la domanda del protagonista riguarda il termine 'faery', con cui nel folclore anglosassone si definiscono creature mitiche come le fate, i folletti, gli elfi, gli gnomi e molti altri. E dunque la spiegazione risulta intraducibile in italiano per ovvie divergenze linguistiche. FINE NOTA.)
.
Pensavo che Garal avesse finito, e invece no. Stava appena cominciando a riscaldarsi. Ricordo
con piacere il suo caldo sorriso e la sua voce melliflua (buon aggettivo, significa eufonica, musicale)
mentre andava avanti con il suo discorso. Si era accorto che lo ascoltavo con molto interesse, altrimenti
avrebbe scelto un silenzio amichevole, ne sono sicuro. Infatti non faceva che ripetere, tra una frase e
l'altra: Sto parlando troppo? Oppure: Sto diventando noioso, Alexi? Ogni volta lo rassicuravo che
la cosa mi affascinava. Ed era cos.
A un certo punto mi parl dei diversi tipi di creature fatate. Non ve li citer tutti, sono
dannatamente troppi, ma solo quelli pi importanti. Garal, per esempio, insieme alla sua famiglia erano
creature elementari. Ci significava che assomigliavano agli esseri umani e procreavano in modo
analogo. Erano (sono) capaci di molti trucchi. Io li chiamo cos, ma non sono dei trucchi nel senso
comune del termine: si tratta di vere e proprie capacit. Come apparire e scomparire a proprio
piacimento, mutare forma... in animali, piante, alberi (trovo un po' difficile credere a queste ultime
due, anche se esistono corpose documentazioni che lo confermano). Possono anche assumere forma
umana (temporaneamente) e muoversi a velocit sbalorditiva. Ne avevo avuto la dimostrazione con
Ruthana. L'invisibilit? Vi ho gi detto che sono in grado di apparire e scomparire a piacimento, non
basta? E poi mi ricorda un po' troppo il manoscritto di Magda, puah!
Poi Garal pass a un altro argomento: la Storia del Regno delle creature fatate. Meglio dire del
Regno di Mezzo. E perdonatemi se ho scritto storia con la lettera maiuscola. A scuola mi hanno
bocciato in questa materia, magari anche a voi. Oh, be', non importa.
Le creature fatate elementari si presentano in quattro categorie: terra, aria, acqua e fuoco.
Lasciamo perdere,  troppo complicato. Per ogni categoria esistono almeno venti tipi differenti. Non ci
pensate pi.
Il Regno di Mezzo - o Regno delle creature fatate -  un luogo all'interno del nostro, eppure no,
prosegu Garal. Spiegazione enigmatica, eh? Il regno ha molti nomi, e ve ne riveler solo alcuni. La
Landa Interna. Il Mondo Etereo. L'Universo Parallelo. Vi basta? D'accordo, che ne dite della Terra dei
Morti? La Dimora Spettrale? Basta cos, non ne parliamo pi.
Gli abitanti di questi mondi sono stati conosciuti come Angeli (scelgo questo), Demoni (non mi
piace), Esseri Immaginari (nemmeno per sogno), Spettri (neanche a parlarne) e Creature Fatate.
Ogni cultura del mondo accetta l'esistenza di questi esseri elusivi che vivono in qualche parte
fra il nostro mondo e quello alternativo. Sono un fenomeno universale, e i pi popolari sono quelli
chiamati il piccolo popolo, o la Buona Gente, o i Benedetti. O Daoine Maithe (se lo volete in lingua
gaelica). Come faccio a ricordarli tutti?
Le creature fatate esistono da quando esistono gli umani. E dalla notte dei tempi sono state
oggetto di leggende popolari.
Sono esseri dotati di intelligenza, con sentimenti come i nostri. Hanno personalit individuali.
Sono disponibili, alcuni maliziosi, altri pericolosi (amen), ma di fondo sono sensibili e meritano
rispetto (ma io non ci penso nemmeno a rispettare la memoria di quel dannato Gilly). Detestano
sinceramente l'ingiustizia degli uomini (chi non la detesta?).
Possono mutare forma solo per un periodo limitato di tempo (ve l'ho detto, stavo pensando a
Gilly e al basilisco.
 significativo che avesse scelto proprio quella forma odiosa in cui tramutarsi).
Un dono delle creature fatate - oro, argento, gioielli -  illusorio e regredisce quando cessa
l'effetto dell'incantesimo. Il signor Brean ha vissuto l'esperienza sulla propria pelle.
Altro ancora? Perch no? Qualche notizia spicciola sui residenti del Regno di Mezzo.
Per prima cosa, se vi capita di far visita a questo regno, incontrerete grosse difficolt ad
andarvene. Specialmente se lasciate il sentiero 'guidato'... attraverso il quale presumo che le stesse
creature vi abbiano condotto. E vi tenteranno perch torniate. Io ne sono la prova vivente.
Le creature fatate possono scegliere di manifestarsi nel mondo mortale, ma devono assumere
una forma ridotta per compensare la perdita di energia. Perci quando passeggiate in un bosco
guardatevi anche da una semplice formica (sto scherzando).
I rumori forti feriscono le loro orecchie: campane che suonano, mani che battono e cos via.
Non me l'aveva detto Magda? Non me lo aveva detto Joe?
Sono affascinate (e disgustate) dagli esseri umani e ci appaiono in forme mutate, soprattutto in
quelle di animali domestici. Perci siate gentili con i vostri amici palmipedi (non  cos che dice la
canzone?). Perch ogni papera potrebbe essere la madre di qualcuno!
Alcuni credono che le creature fatate possano essere androgine e che non abbiano un sesso
riconoscibile. Posso decisamente smentire questa credenza. Ruthana androgina? Ma per piacere!
La mia opinione su di loro  che sono uniche. Possono essere cattive o buone, raffinate o
ignoranti. Provano rabbia, gioia, tristezza. In natura si comportano come parte di un tutto, ma ragionano
con la loro testa.
Soprattutto richiedono rispetto. Non sopportano di essere sminuite, irrise o denigrate.
Naturalmente gli uomini non sopportano nessuno che sia diverso da loro nell'aspetto o nelle
convinzioni. Vero o falso? Sapete come la penso.
Siete impressionati dalle mie conoscenze? Non siatelo. Questa parte  basata sulla ricerca di
uno scrittore chiamato Edaion McCoy. Per quanto mi riguarda posso solo confermare quanto asserisce.
In gran parte, almeno.
Il modo in cui noi trattiamo la natura - che loro rispettano e venerano - li fa infuriare, e li spinge
a fare dispetti di ogni tipo. Li capisco. E li approvo. Anch'io sono un patito della natura.
Esistono alcune creature fatate che odiano tutti gli esseri viventi, anche quelli della loro specie
(indovinate chi fa parte di questa categoria?).
Alcune di loro sono da evitare, esattamente come alcuni esseri umani, per non si rifiuta l'intero
genere umano per colpa di pochi individui condannabili. Analogamente non voltate le spalle a tutte le
creature fatate per via di poche mele marce. Afferrato? Io s.
Sto diventando noioso, Alexi? mi chiese Garal a questo punto.
Gli risposi di no, ma lui prefer darmi un po' di respiro. Con un'esperienza molto bella.
Hai mai praticato la veggenza? mi chiese.
Gli dissi che ci avevo provato (senza grandi risultati) a casa di Magda.
Oh, s, la strega disse lui. In modo cos naturale che non ebbi pi dubbi a proposito di Magda.
Era semplicemente impossibile non credere a Garal.
Non  necessario, scoprii, guardare in uno specchio per vedere. Pu andar bene anche l'acqua,
in qualsiasi forma: un lago, uno stagno, una palude, anche una pozzanghera. Dal momento che le
creature fatate non possono guardare negli specchi (non ho mai capito il perch) preferiscono servirsi
dell'acqua ferma. E comunque funzionava meglio. Almeno per me. Venni a sapere in seguito che
Ruthana stava intensificando le mie capacit psichiche a mia insaputa. E non ne avevo, finch non ci
pens lei a infonderle in me.
Garal prese le canne da pesca e le mise da parte. Non avevamo preso neanche un pesce, e non
credo che avesse intenzione di prenderne (scoprii pi tardi che non andava matto per il pesce). Aveva
solo fatto finta di portarmi a pesca (e io ci avevo creduto), cos potemmo parlare in tutta tranquillit.
Ma il nostro si rivel un vero e proprio scambio fra maestro e allievo, con il primo che insegna e il
secondo che apprende.
Mi fece sdraiare sul petto e sullo stomaco e mi disse di fissare intensamente nell'acqua. Rimasi
meravigliato dalla rapidit con cui apparvero le nuvole (rosa) e della velocit con cui muovevano da
sinistra a destra.  incredibile dissi. Lui mi zitt e io mormorai: Sissignore da bravo allievo
obbediente.
Poi, mi sembr istantaneamente (e lo fu), invece di nuvole rosa che correvano mi ritrovai a
fissare un panorama molto simile a quello in cui ci trovavamo. Era come guardare il televisore a colori
che comprai nel 1970: con tanto di colonna sonora.
Da un boschetto lontano - con le foglie che gli alberi portano d'estate, non d'inverno -una figura
si diresse verso di me. Mi sembr familiare. Mi salut con la mano. Oh, mio dio!
Harold!
Nessuna ferita, nessuna divisa. Era vestito come Garal, pantaloni beige, giacca verde. E
sembrava molto felice.
Ciao, amico mi disse. Ti darei la zampa, ma siamo in luoghi differenti.
Sei vivo fu tutto quello che mi venne in mente di dire.
Se lo dici tu replic lui con il consueto sorriso ammaliante. Per in un altro luogo. Io mi
trovo in una specie di Terra dei sogni e tu... Si guard intorno. Santo dio, ma che ci fai l? Per la
barba di mio zio, ma quello  Garal? Ehi, pap. Ma che succede?
Gli spiegai, meglio che potevo, il motivo della mia presenza nel Regno di Mezzo. Lui sembr
esterrefatto e rimase a bocca aperta. Tu e Ruthana! esclam, completamente colto alla sprovvista. E
Gilly?  sempre un rompiscatole?
Eccome dissi. L'altro giorno ha cercato di uccidermi.
Cavolo disse. Poi aggiunse: Be', non mi stupisce. Lui e io non eravamo esattamente pappa e
ciccia. Per qualche ragione che mi divert non riuscii mai, in nessuna circostanza, a visualizzare
Harold e Gilly come amici. Uno era dolce, l'altro velenoso. Fratelli? Impossibile solo pensarlo.
Chiesi ad Harold come gli fosse venuto in mente di arruolarsi nell'esercito... dopo aver assunto
dimensioni umane, ovviamente.
Ecco, ti dir mi spieg. Vai a capire per quale motivo ho pensato che sarebbe stato nobile
combattere per l'Inghilterra. Che ne sapevo che le cose erano cos brutte? Oh, a proposito, per recitare
meglio il ruolo ho assunto una cadenza cockney. Se ti avessi conosciuto da abbastanza tempo ti avrei
rivelato chi - che cosa - ero veramente. Be', forse no, noi del piccolo popolo siamo dannatamente
riservati... come sono sicuro che avrai gi scoperto. Ruthana  un tesoro, non  vero? Gli risposi che
l'adoravo. Bene disse lui. La ragazza merita di essere adorata. Se non fossi stato suo fratello...
Lasci la frase a met.
Io cambiai argomento e gli rivolsi un paio di domande. Aveva perso le dimensioni umane
quando era... morto? Usare quella parola mi creava problemi. E poi la faccenda della pepita d'oro.
No, aveva conservato la statura umana finch non aveva raggiunto quella che chiamava Terra
dei sogni (Terra d'estate?). Ed era stato Garal a inviargli l'oro. All'inizio ce l'aveva con me... quando
gli dissi che avevo intenzione di arruolarmi. Ma poi mi perdon...  un buon diavolo. Mentre lo
diceva sentii un grugnito di piacere dietro di me e mi resi conto che Garal stava osservando tutto alle
mie spalle. Non mi voltai per paura di perdere l'immagine, ma sorrisi e vidi che Harold aveva capito
perch stavo sorridendo.
Quando gli parlai del signor Brean, Harold non sembr sorpreso. Avido imbecille disse.
Avrebbe dovuto sapere. In fondo era di Gatford. Poi aggiunse qualche altra cosa che non capii.
Ma quando lo avevo io era rimasto oro obiettai.
Certo disse Harold. Tu eri mio amico. E lo sei ancora. Per non ti mettere in testa di
raggiungermi troppo presto. Hai ancora un bel po' di strada da fare. Fu piacevole sentirlo. Non so
perch lo disse, ma di certo aveva ragione. Presumendo che ottantadue anni siano un bel po' di strada
fatta. Non proprio biblica, ma pi che sufficiente per me.
Non c'era molto altro da aggiungere. Provai con qualche ricordo della nostra vita in trincea, ma
ebbi l'impressione che ormai non avesse pi tanta voglia di parlarne. Adesso capisco perch. La vita
successiva  di gran lunga pi interessante. Un giorno o l'altro ve ne dar conferma. Tenetevi pronti. E
magari da quella parte scriver un altro libro. Attraverso un medium, immagino. Dubito che gli spiriti
usino carta e penna come faccio io. O magari attraverso la possessione.  un'idea.
Be', andiamo avanti. Harold e io conversammo ancora per un po'... fu come se ci trovassimo
faccia a faccia. Pi che altro voleva sapere quale fosse stata la mia reazione al Regno delle creature
fatate. Che cosa ne pensassi veramente.  magnifico gli dissi. E lui: Grandioso. Dopo di che si
mise a ridere.
Si rammaric quando gli raccontai il dolore che avevo provato mentre mi riducevo di statura.
Ridemmo entrambi di quella comune esperienza... la contrazione dello scheletro, la sensazione che la
carne si accartocciasse. Non  stato divertente, convenimmo. Naturalmente per lui era stato il contrario.
Poi, con mio grande dispiacere, proprio mentre cominciavo a sentirmi sempre pi a mio agio,
Harold mi salut. Un giorno o l'altro ci rivedremo, amico... e l'immagine indotta dalla veggenza
svan. Mi ritrovai a fissare l'acqua.
Un giorno o l'altro, Harold.  un appuntamento.
25
Il secondo - e il terzo - attacco avvennero come segue. Sembra tanto formale, vero? D'accordo,
allora user il gergo di A. Black. Subito dopo il fratello pazzo di Ruthana architett un altro tentativo
per massacrare il giovane Alex. Lo vedete a che razza di eccessi era capace di giungere Black...
imbrattando in modo permanente il mondo della letteratura con un linguaggio sovraccarico di facili
effetti.
Ma torniamo agli attacchi.
Anzi no. All'inizio vi avevo detto che il mio pomeriggio con Garal fu il momento pi esaltante
della mia vita. Me n'ero dimenticato e adesso vi spiegher perch. Come ho fatto a essere cos
ottusamente negligente (niente male, come abbinamento) nel mio dovere di scrittore? Perdonatemi
ancora, vi prego.
Vi ho raccontato che aspetto aveva Garal? A chi assomigliava, intendo dire?
Adesso non mettetevi a ridere. Cercate di farne a meno, se potete.
Al giudice Hardy.
Proprio cos. Il padre di Andy Hardy nella serie di film di Mickey Rooney. Un bell'uomo dai
capelli grigi con l'aria assennata e paziente. L'attore che lo interpretava era Lewis Stone. L'unica
differenza fra il signor Stone e Garal era la statura. Garal raggiungeva quasi il metro di altezza, e sono
sicuro che Lewis Stone fosse pi alto. E non indossava una giacca verde da nanetto come Garal.
Vi ho raccontato quanto fosse ideale il tempo quel giorno, mentre passeggiavamo senza meta
nei boschi? Caldo, ma con un venticello fresco e piacevole? Ecco, ci siamo di nuovo. Sto divagando.
Be', ho ottantadue anni, quasi ottantatr. Scusaaatemi!
Dov'ero rimasto? Ah, s. Garal e io andavamo a spasso nei boschi. (Vi ho parlato del tempo?
Ah-ah,  una battuta). Gli domandai che rapporto ci fosse fra le creature fatate e i cittadini di Gatford.
Mi rispose che un tempo, secoli addietro, c'era stato un rapporto estremamente cordiale. Be', forse
esagero un po'. Diciamo estremamente corretto. I cittadini di Gatford trattavano il Regno delle creature
fatate con rispetto. Fra loro c'erano anche degli scambi di favori. I cittadini lasciavano latte (sempre
fresco) e pane per le creature fatate, e in cambio queste ultime li aiutavano a far crescere
rigogliosamente piante e alberi, a ritrovare gli animali che si perdevano (le creature fatate adorano gli
animali, quasi tutte) e altri comportamenti amichevoli del genere. Gatford a quel tempo si chiamava
Gateford... un passaggio fra i due mondi. (NOTA:  appena il caso di ricordare che gate in inglese significa cancello, passaggio. FINE NOTA.)
.
Poi, per qualche ragione - ma la storia non ci racconta bene quale - fra i due mondi 'si ruppe'
qualcosa. Ho messo il verbo fra virgolette perch lo scoppio di una guerra implica sempre una rottura
di qualche tipo. Dell'intelligenza. Della coscienza. Dell'umanit. Tutte si rompono
contemporaneamente.
La guerra dur quasi un secolo e comport un buon numero di scontri piuttosto seri, anche
brutali, fra gli esseri umani e le creature fatate. Fu in questo periodo che venne costruito quel brutto
ponte di cui vi ho parlato all'inizio: permetteva di colpire ogni creatura che tentasse di oltrepassarlo. La
sgraziata struttura a forma di cattedrale sul lato opposto del torrente era stata eretta allo scopo di
praticarvi dei rituali magici che procurassero ulteriori danni alle creature fatate. Dio santissimo, di che
cosa non  capace l'essere umano per far del male ai suoi nemici!
La guerra non ebbe mai una vera conclusione. Gateford divenne Gatford e le ostilit vennero
represse. Gli abitanti di Gatford non avevano pi rispetto per il Regno di Mezzo. Lo temevano e lo
trattavano con ogni cautela possibile. Andavano a caccia nei boschi e ogni tanto 'mettevano nella sacca'
una creatura fatata. Una volta capit al vero padre di Gilly. Non ho mai creduto che avesse qualche
rapporto di sangue con Garal.
E cos arriviamo al momento esaltante.
Vedi, Alexi disse Garal. Noi parliamo di esseri umani e di creature fatate. Eppure entrambe
le razze - se vogliamo definirle cos - sono fatte d carne e ossa. A dire la pura verit, per, noi non
siamo n l'una n le altre. Noi siamo mente... spiriti vitali.
Attesi che continuasse. Doveva esserci dell'altro.
Infatti c'era.
Ecco, Alexi prosegu. Il corpo  circondato da un'invisibile serie di strati che si adattano alla
forma. Sono i campi di energia, ciascuno pi vitale di quello che sta sotto. Lo strato pi basso  quello
che viene chiamato aura. Questi strati continuano a esistere anche dopo la morte corporale. Il corpo,
capisci,  soltanto un meccanismo, un organo di cui la mente si serve durante la vita fisica. Mi segui?
Ti seguo dissi. Con incredulit, ma ti seguo.
Lui sorrise. Siamo alle solite, allora.
Poi continu. Dicendomi che come la Terra ha un'atmosfera in cui esistono gli umani e le
creature fatate, cos l'aura fornisce un'atmosfera che vitalizza il corpo. Durante la vita fisica quest'aura
interagisce con la vita spirituale.
In altre parole, mi spieg Garal la spirito del nostro Io pi alto - lo strato esterno -
interagisce con il mondo della Terra.
Mi stai dicendo gli domandai che questi strati... questi campi di energia sono in contatto
con il mondo spirituale?
Esattamente disse lui. Usando come base il corpo materiale.
Il corpo come un meccanismo.
Il cervello come un organo, s.
D'accordo dissi. Fino a qui ti seguo.
Garal sorrise di nuovo. Bene disse. Allora andiamo avanti.
Quest'altra nostra esistenza... la nostra esistenza spirituale  l'anima. Che continua dopo la
cosiddetta morte. Questo  il nostro vero Io. Questa  la Realt.
In realt il sonno, mi spieg Garal,  un riflesso della morte. Non presto pi nessun credito a
questa parola. Noi non moriamo. Noi passiamo oltre. Il sonno  stato chiamato - a buon diritto - il
fratello gemello della morte. Mentre il nostro corpo fisico dorme il nostro corpo spirituale rimane
sveglio. Il corpo che usiamo dopo essere passati oltre.
So che  roba complicata. Quando Garal me ne ha parlato, io stesso ho faticato ad assimilarla.
Spero che voi ci riusciate.
Alcune persone, naturalmente, muoiono senza morire mi disse. Passano oltre, ma poi
ritornano. Gli umani la chiamano quasi-morte. Una definizione calzante. Costoro vedono una porzione
di Vita dopo la morte - quella a cui ci riferiamo chiamandola l'Esistenza che segue - e subito ritornano,
o vengono richiamati contro la loro volont, alla vita fisica. Non dimenticano mai quell'esperienza.
Condiziona tutto il resto della loro vita. Il grande psicologo umano Carl Jung (rimasi sbalordito, ma
non avrei dovuto esserlo, che Garal sapesse di lui) afferm che questa esperienza di quasi-morte segn
un punto di svolta nella sua opera.
Ricorda solo questo prosegu Garal. Quando moriamo (di nuovo quella parola inaccettabile)
non facciamo che passare oltre, da un mondo all'altro. Questo lo aveva detto Emanuel Swedenborg,
un famoso teologo terrestre. E il fatto che Garal lo conoscesse mi lasci nuovamente stupito. Ma avrei
dovuto immaginarlo.
La sua descrizione della Vita dopo la morte, almeno quella di cui aveva avuto visione diretta,
era singolarmente simile all'incantevole paesaggio della Terra delle creature fatate. A questo punto
spero che la parola stessa (creatura fatata) non vi faccia pi sogghignare o anche solo sorridere.
Credetemi, esistono. Cos come il loro mondo incantato.
Vi ho detto che per me fu un pomeriggio esaltante. Se non sono riuscito a trasmettervi l'incanto
e l'eccitazione che provai al discorso di Garal, perdonatemi. I boschi, il tempo, la brezza, la presenza di
Garal al mio fianco, le sue parole. Per me era tutto ipnotico. Se non lo  per voi prendetevela con
Arthur Black. Ve l'ho detto che era un autore carente. Oppure no? Be', in ogni caso lo .
26
L'attacco successivo fu inatteso. Altrettanto brutto. Altrettanto spaventoso.
Ruthana e io stavamo passeggiando. Dopo un po' lei cominci a sentirsi stanca. Il peso
aggiuntivo, capite. Mi sono dimenticato di dirvi che poco tempo dopo essere entrato ufficialmente a far
parte del piccolo popolo - anche se non a parere di Gilly - il nostro 'amore' aveva gettato le premesse di
un bambino nel suo corpo adorabile. Credo che loro siano in grado di diminuire o allungare a loro
piacimento il periodo di gestazione. Ruthana aveva optato per un arco di tempo fra sei e sette mesi. E
cos quel pomeriggio, dopo aver camminato per un bel po', lei sent la necessit di riposare.
Notate con quanta poca drammaticit - addirittura quasi incidentalmente - abbia introdotto la
gravidanza di Ruthana (un termine che ancora non mi piace). Giusto per fare contrasto con quando
Magda mi aveva annunciato che aspettava 'nostro figlio'? Quella rivelazione mi aveva lasciato proprio
in braghe di tela (come direbbe qualcuno), perch non desideravo affatto avere un figlio. A mio
discredito, devo aggiungere che avrei anche potuto prendere delle precauzioni per evitarlo. Ma tanto
poteva succedere comunque. Magda lo voleva. Ne sono convinto: lei non ha fatto niente per evitarlo.
E io sarei stato il padre surrogato... al posto di Edward.
In ogni caso la notizia mi aveva sconvolto. O dovrei dire la notificazione? Comunque la
vogliate vedere, il suo corpo non aveva concepito un figlio d'amore. Anzi, chiss che provava nei
confronti di quel figlio. Verso la fine non molto, questo  sicuro. Il ricordo della sua (immaginata)
nascita forzata mi accompagner per tutta la vita. Maledetto manoscritto.
Con Ruthana, invece, l'intera esperienza di diventare un genitore era celestiale. Sembrava trovar
piacere in quella gestazione ogni giorno di pi. Si carezzava con dolcezza lo stomaco e parlava
affettuosamente al bambino... come se non avesse il minimo dubbio che lui potesse sentire le sue
parole amorevoli. Cosa che, per quanto posso dire, il bambino faceva - godendo di quelle suadenti
carezze verbali - come qualunque altro.
Il punto che voglio affermare  questo, nel caso non fossi riuscito (e probabilmente  cos) a
chiarirlo a sufficienza: Magda portava in corpo un progetto, Ruthana un figlio concepito per amore.
Una differenza non da poco.
C' anche un'altra cosa. Anzi due. La prima: ce ne stavamo in una radura a riposare. Era l'inizio
di novembre ma il tempo, data la data (un bel gioco di parole, eh?), non era per niente freddo. L'estate
era durata quasi tutto l'autunno, e l'inverno non si decideva a venire. Inverno? Il falso autunno, forse. O
la tarda estate. C' un modo per definirlo, ma non me lo ricordo pi. Comunque pi tardi venni a sapere
che nella Terra delle creature fatate non esistono quattro stagioni, ma solo la primavera e l'estate.
Ricordo che quel giorno Ruthana sembrava un po' triste. Non sapevo perch. Solitamente era
sempre cos allegra e vivace che quell'umore malinconico mi disturbava (anche se  brutto dirlo).
Mentre ci riposavamo, e lei se ne stava sdraiata con la testa bionda appoggiata sul mio grembo, le
domandai che cos'era che la turbava.
 l'undicesimo giorno dell'undicesimo mese mi rispose.
Ma era poi una risposta? Due domande mi si presentarono al cervello. Il bambino aveva gi
undici mesi? E che fine aveva fatto la sua decisione di partorire dopo sei o sette mesi? E ancora: i due
undici facevano parte di un rituale delle creature fatate? Di cui non sapevo nulla?
Tutte domande inutili, come si chiar subito dopo.
La guerra  finita disse lei. La Germania si  arresa.
Be'... ma non  magnifico? chiesi, felice di sentirlo.
All'inizio Ruthana non rispose.
Ruthana?
Quando parl lo fece con voce spezzata. Non per Haral.
Oh, feci, sentendomi in colpa. E vergognandomi. Avrei dovuto pensarci.
Mi dispiace dissi. Avrei dovuto pensarci.
Lei sorrise (con coraggio, pensai), mi prese la mano e la baci sul dorso. Capisco disse,
quindi fece una pausa. Per tu lo conoscevi. Eri l quando ... morto.
Ero l anche quando era vivo le dissi nel tentativo di rallegrarla. Era un mio buon amico.
Sperai che fosse vero.
So che lo era disse lei. E mi consola saperlo. Ma mi manca cos tanto.
Sempre cercando di rincuorarla le dissi tutto ci che ricordavo di Harold. Come ci eravamo
conosciuti, come sguazzavamo nel fango, come ce ne stavamo vicini durante i bombardamenti, come
mi aveva indicato la via di Gatford, addirittura fornendomi il necessario per viverci.
Doveva sapere che ti avrei incontrata dissi.  stato il nostro Cupido.
Lei sorrise di nuovo, adesso apparentemente rasserenata, e socchiuse gli occhi.
La guardai mentre dormiva. Era bellissima, dio santo. Presumendo che esista un dio e che lo sia
anche nel Regno di Mezzo. Aveva creato un capolavoro di grazia e di eleganza nell'aspetto di Ruthana.
Tutto, in come si offriva alla vista, era perfetto al di l di qualsiasi dubbio. Oh, mi sto facendo prendere
la mano, ma credo di aver reso l'idea. Ero innamorato perdutamente di un angelo senza difetti, e lo sarei
stato per tutta la vita. L'ho celebrata abbastanza per un libro solo.
E invece no. Non ho completato il ritratto della mia splendida fata. I suoi occhi: di un
misterioso verdeazzurro, s, proprio quella combinazione innegabile. L'azzurro dell'acqua che scorre, il
verde di quella che  immobile. Occhi luminosi, penetranti. Certe volte ero convinto che vedessero ci
che io non potevo vedere, che mentre fissava me vedesse in realt il fondo della mia anima...
bellissimo e, come ho gi precisato, misterioso.
La sua carnagione: del candore della panna montata con una patina trasparente di rosa intenso.
Il suo naso: disegnato dal pi grande artista del Rinascimento, ideale sotto ogni aspetto. Le sue labbra:
mio dio, se erano perfette. E quanto bramavano essere baciate... cosa che facevo a profusione.
Morbide, calde e arrendevoli (Signore, anche il veterano Arthur Black sta tremando al ricordo!). Il suo
corpo: be', lasciamo perdere. Non sono ancora vecchio come il Mar Rosso, capite, e qualcosa potrebbe
risvegliarsi.
Insomma, torniamo all'aggressione.
Cominci in modo cos sottile che all'inizio non ci feci nemmeno caso. Sentii quello che
sembrava un venticello leggero sopra di me. Lo presi per una brezza autunnale. Che idiota. Gi, proprio
una brezza autunnale. 'Soffi' due o tre volte prima che mi accorgessi che invece era qualcosa da
prendere sul serio. Una brezza insistita. Che divenne nei secondi successivi un vento insistito. Con un
suono frusciante come quello emesso, forse...
...da un paio di ali.
Mi misi in movimento solo dopo che quel suono si ripet per pi di una volta. Anche se non ero
ancora preoccupato. Pi che altro ero incuriosito da quel suono persistente... e, devo ammetterlo, un
po' minaccioso. Lentamente, molto lentamente, cominciai a sentirmi investito da una sensazione di
ansia. Che cos'era? Di certo un uccello. Ma quanto grosso? E perch, mi chiesi a questo punto,
continuava a passare sopra di noi? In continuazione, senza posa. Come se - l'idea stessa mi fece gelare
il sangue nelle vene - fosse in cerca di qualcosa.
Ruthana? mormorai. Non mi piaceva svegliarla. Dormiva cos serenamente. Ma sentivo che
in qualche modo era necessario farlo.
Lei si mosse emettendo un gridolino che in altre circostanze mi avrebbe... com' che si dice?
Mi avrebbe risvegliato i sensi. Come se in sua presenza fossero mai spenti.
Le diedi un altro colpettino. Ruthana. Il suono, sempre pi frusciante - adesso senza dubbio
quello di ali che sbattevano - era proprio sopra le nostre teste. Ruthana ripetei, con pi urgenza.
Lei apr gli occhi. Quei magnifici occhi verdeazzurri. E li fiss nei miei.
Che cos' questo rumore? le chiesi.
Ma prima che avessi finito di parlare lei si drizz a sedere e poi si alz in piedi con incredibile
velocit (considerando le dimensioni del suo ventre ingrossato dal bambino), con un'espressione di
allarmata seriet nello sguardo. Su! url... anzi ordin. Mi afferr per un braccio e mi costrinse ad
alzarmi. Corri! disse in un rantolo. E cominci a trascinarmi a tutta velocit verso i boschi lontani.
Che succede? chiesi, appena in grado di respirare.
Un grifone rispose lei.
Proprio in quel momento giunse dall'alto uno stridio da far congelare il sangue. Una grande
sagoma plan su di noi, su di me in particolare, e io strillai quando mi sentii ghermire sulla schiena da
quelli che mi sembrarono artigli. L'urto mi fece cadere all'istante. Mi rigirai con un grido di dolore e ci
che mi ritrovai davanti era pi che sufficiente a farmi morire solo nel vederlo. Oggi mi avrebbe finito
senza problemi, ma a diciotto anni la mia psiche ancora conteneva un istinto di sopravvivenza
abbastanza forte. Perci me la cavai con una gran paura, ma non persi la vita.
In parte era leone, in parte aquila. La testa e le ali dalle penne bianche erano quelle di un'aquila,
il corpo quello di un leone, a parte la coda che invece era quella di un gigantesco serpente. Erano stati
gli artigli del leone a lacerarmi la schiena. Mi sembr di sentire un tuono che rimbombava nel cielo.
Gli occhi dell'aquila erano umani e sembravano fissarmi con rabbia, anche se erano lattiginosi e
privi di pupilla.
Vieni! sentii che mi ordinava la voce di Ruthana. La sua mano mi aveva afferrato e mi stava
tirando su. Le ali del grifone percossero il suolo mentre io riprendevo a correre. Anzi, a sgambettare
come un razzo verso i boschi ormai vicini, tutto piegato in avanti, con Ruthana che mi impediva di
cadere a faccia in gi sul terreno. Sentivo il sangue che mi sgocciolava lungo la schiena, e un dolore
lancinante. Dietro di me di nuovo quell'orrendo stridio e la sferzata decisa delle ali mentre il grifone si
librava in aria e si lanciava al nostro inseguimento. Come aveva fatto Gilly a trasformarsi in una
creatura cos mostruosa?, mi chiesi in quell'istante. Ma poi l'istinto dell'autodifesa ebbe il sopravvento e
provai di nuovo a correre eretto. Inutilmente. E se non fosse stato per Ruthana che mi teneva
saldamente il braccio e la spalla non ce l'avrei mai fatta.
Ancora quel violento urto sulle spalle. Urlai, colpito in pieno. Il dolore era insopportabile. Ero
sicuro che mi avesse squarciato la schiena. Barcollai di nuovo, mentre dalla bocca mi usciva un urlo
strozzato di terrore. Il volto d'aquila del grifone adesso era proprio sopra il mio, con gli occhi
opalescenti che mi fissavano. Il suo spaventoso urlo stridulo mi avvolse e in quel momento capii che
ero spacciato.
Poi un miracolo. Almeno, a me sembr tale. Con uno scarto improvviso il peso del leone
abbandon la mia schiena. Sentii il battito sferzante delle ali e mi girai a guardare.
C'era Ruthana con una bacchetta di nocciolo nella mano destra, puntata verso il grifone (pi o
meno come quella che Magda aveva usato per guarirmi la ferita). Dalla sua punta fuoriusciva una
fiamma azzurrina.
Svelto! grid lei. Mi sembr che avesse la voce rauca. Nei boschi!
Mi rimisi faticosamente in piedi e corsi quasi alla cieca verso gli alberi, sforzandomi di ignorare
l'atroce dolore pulsante sulla schiena. In alto, ma dietro di noi, il grifone strepit - di rabbia, direi - e
sentii il suono della sua chiassosa ascesa mentre riprendeva la caccia. Sentii anche Ruthana che correva
davanti a me. Ansimante, adesso. Non l'avevo mai vista in quello stato.
Finalmente ci ritrovammo in mezzo agli alberi e Ruthana si ferm di scatto, respirando a fatica.
Un altro suono che non avevo mai sentito.
Non pu raggiungerci in mezzo agli alberi fu tutto ci che riusc a dire.
Invece poteva. E lo fece.
Piuttosto ci prov, scuotendo il fogliame con il suo corpo massiccio e staccando rami grossi e
piccoli nel suo attacco forsennato. Aveva un'ala strappata e urlava di dolore.
Non capisco disse Ruthana con la voce tremante di una bambina.  sbagliato. Il tono
terrorizzato della sua voce fu la cosa che pi mi spavent in tutto l'attacco. Terrorizzato a mia volta,
rimasi immobile a terra mentre l'enorme creatura stramazzava al suolo a mezzo metro da me. Vidi che
il moncherino dell'ala strappata spruzzava sangue.
Guardai Ruthana. Stava osservando a bocca aperta il grifone caduto, con un'espressione di
pietrificata incredulit sulla faccia. Lo guardai a mia volta e ci che vidi mi fece precipitare in un pozzo
d oscurit. Persi i sensi e mi accasciai a terra. Alexi! sentii Ruthana gridare, impaurita, prima che il
buio mi avvolgesse.
Ci che avevo visto non era dissimile dall'illustrazione nell'orribile manoscritto a casa di
Magda, con il disegno dettagliato del mutamento di forma. In questo caso vidi la struttura ossea dell'ala
dalle penne bianche che si trasformava lentamente in quella di un braccio spezzato e sgocciolante
sangue. E il corpo del leone che lentamente assumeva la forma di un essere umano massacrato. L'aquila
diventava un secondo dopo l'altro una testa umana, con gli occhi ancora opachi e i denti snudati che
ancora tradivano tutto l'odio in quel viso stravolto.
Ci che avevo visto era Magda, morta.
27
All'inizio credevo che fosse Gilly mi disse Ruthana. Ma quando il grifone ci ha seguito nei
boschi ho capito che non poteva essere lui. Sapeva che lo avrebbero bloccato. Lei no.
O forse non gliene importava replicai. Forse - anzi, senza forse - mi odiava a tal punto da
volermi uccidere. E invece si  uccisa da sola. Mio dio, quanto deve avermi odiato!
Le streghe sono fatte cos disse Ruthana. Meglio che te ne sia liberato. Lo disse in tono
molto sbrigativo. Era cos. Magda era uscita dalla mia vita.
Mi trovavo a casa di Garal (pi o meno). Non chiedetemi di spiegarlo, non ne sarei mai capace.
Ero l fin da dopo aver subito l'attacco del grifone, portato da Garal e - lo venni a sapere in seguito, con
mia grande sorpresa - da Gilly. Nutriva una certa soggezione nei confronti del patrigno e gli obbediva
senza fare domande. Ruthana avrebbe voluto collaborare, ma Garal glielo aveva impedito perch
rischiava di mettere a repentaglio la vita del bambino.
Perci quando 'riguadagnai'i sensi (come succede a molti dei protagonisti di A. Black) ero in
casa di Garal e di Eana, con la schiena - anche questo lo venni a sapere dopo quasi a brandelli. Mi
diedero qualcosa da bere che subito allevi il dolore insopportabile. Poi, per diverse settimane, si
misero al lavoro sulla mia schiena, e la loro magia guaritrice si rivel efficace quanto quella di Magda,
o di chiunque - o qualunque cosa - gliel'avesse procurata. In breve tempo la schiena si riassest,
amorevolmente assistita da Ruthana, Garal ed Eana. Le ferite si rimarginarono, ma io non guardai mai -
n chiesi mai di guardare - i guasti procurati dal grifone. Preferii non vederli. Dovevano essere
spaventosi.
Durante la mia convalescenza venne a trovarmi soltanto che il buon vecchio Gilly. Non per
augurarmi una pronta guarigione, naturalmente, ma per esprimermi tutto il suo divertimento all'idea che
Ruthana, e soprattutto io, avessimo potuto credere che dietro quel grifone manipolato ci fosse lui.
Pensi che sia stupido? mi chiese.
No, non penso che tu sia stupido replicai. Penso che tu sia un dannato figlio di buona
donna. Mi sentivo sfacciato. E anche al sicuro, in casa di Garal.
Le mie parole ebbero il solo effetto di suscitare un sorrisetto sulle sue labbra maligne. Guarisci
presto disse dandomi una pacca sulla spalla. Cos potr ucciderti.
Buona fortuna scattai. Ma ero ben lungi dal sentirmi scattante.
Ero spaventatissimo.
In seguito ne parlai a Ruthana.
Non esisteva un modo per impedire a Gilly di tentare di farmi fuori? Non esistevano leggi
preventive nel Regno di Mezzo?
Lei si limit a ripetermi quella che era l'unica legge in quel mondo. La vita era sacrosanta e
intoccabile. Gilly poteva essere punito per un'azione diretta a minacciare la vita, e per null'altro. Dopo
aver commesso quell'azione, voglio dire.
Punito in che modo? chiesi. E se mi uccide?
A questo Ruthana sorrise. Un sorriso triste, ovviamente.
Pu essere allontanato rispose.
Non giustiziato? chiesi.
Oh, no disse lei. Ogni vita  preziosa.
E la mia, allora? insistei.  meno preziosa delle altre?
Lo  per me, Alexi disse lei con calma. Se tu muori muoio anch'io. Come la madre di Gilly
mor dopo che suo marito venne ucciso.
Oh, Ruthana. Quasi non riuscivo a parlare. Lei era sdraiata accanto a me, amorosa come
sempre, e io la strinsi pi forte che potevo. Ti amo, Alexi disse lei in un sussurro. Tu sei la mia
vita.
Oddio. La strinsi fino a farmi dolere la schiena per lo sforzo. Attento disse lei con un filo
di voce. Non farti male da solo.
Non lo far le promisi.
Mi baci con affetto. Ti protegger io disse. Gilly non ti far mai del male.
Per ci prover, vero? chiesi.
La risposta fu semplice... e raggelante.
S, ci prover disse.
Ed era cos. Sai che allegria. Se avevo mai sperato - cosa che avevo fatto - che avrebbe dato un
taglio alla sua ossessione, dimenticandosi di me, era condannato a una grossa delusione (questo mi
sembra sempre pi un libro di A. Black. Il massacro di mezzanotte nel Regno di Mezzo? No, troppo
lungo. Il delitto di Gilly a mezzanotte? No, meglio lasciar perdere).
Comunque ero in pericolo. Sempre. Lasciate che vi faccia l'elenco di ci che quel bastardo
(scusate) escogit per farmi fuori.
Uno. In qualche modo (non ho mai capito come... un altro mistero delle creature fatate) riusc a
modificare i sentieri sui quali io e Ruthana andavamo solitamente a passeggio. All'inizio si limit a
creare un'alterazione che confuse appena il nostro itinerario... piacevole in ogni direzione. Credo che
Ruthana avesse capito subito ci che aveva fatto Gilly. Sulle sue labbra c'era un leggero sorriso
divertito. Poi, in un momento preciso della nostra passeggiata - camminavamo da forse quindici o venti
minuti lei mi prese bruscamente per un braccio (era sulla mia destra) e mi fece fermare. Aspetta
disse. Io la osservai incuriosito mentre avanzava tastando il terreno con il piede. Vi ho detto che il
terreno era ricoperto di foglie? Davanti a lei ce n'era un mucchio. Oh s disse, come se avesse capito
qualcosa. Sbatt il piede con violenza e il mucchio di foglie cadde gi. Coprivano una buca scoperta.
Un vecchio pozzo disse Ruffiana. Ormai fuori uso.
Emisi un sospiro tremante. Il buon vecchio Gilly dissi. Mi venne in mente allora che se
Ruthana non avesse intuito la trappola poteva cadere anche lei nel pozzo. E Gilly lo sapeva. Era sua
sorella, e portava in grembo un bambino. Se fosse rimasta uccisa sarebbe stata violata una delle regole
fondamentali delle creature fatate.
Quel giorno stesso Ruthana e Garal rimproverarono Gilly per aver infranto la legge del Regno
di Mezzo. Non mi fu consentito di assistere, ma come venni a sapere da quanto mi raccont in seguito
Ruthana, gli avevano dato una bella strigliata. Ho il forte sospetto che quel rimprovero abbia solo
incattivito ulteriormente il mio caro quasi cognato (credo che questo si considerasse), ma almeno mi
garant un'altra settimana di tranquillit, prima del numero...
Due. Ruthana e io ce ne stavamo seduti in una deliziosa radura quando un'alta figura emerse dai
boschi proprio davanti a noi. Era un uomo completamente nudo e il suo corpo luccicava di una strana
luce gialloverde. Mio dio, che cos'? chiesi. Ruthana non batt ciglio. Ignoralo disse. Quando la
sent l'uomo luccicante mi incener (bell'accostamento, questo) con lo sguardo, protese il pugno
minacciosamente verso di me e svan. In nome del cielo, che cos'era? chiesi, con ancora pi vigore.
Era Gilly, com' ovvio rispose lei. Che cercava di spaventarti. Io lasciai andare il fiato...
rumorosamente. Be', ci  riuscito dissi. Lei sembr divertita e rise (la cosa non mi fece piacere).
Far di peggio mi disse.
Tre. Infatti fu cos. Fece cadere un albero proprio alle mie spalle. Manc Ruthana che - con la
sua consueta rapidit - mi spinse lontano dalla traiettoria di caduta dell'albero. Ovviamente allora
sapevo (o quantomeno sospettavo) che Gilly non avrebbe fatto ulteriori tentativi di includere la sorella
nei suoi progetti omicidi. Quando me ne resi conto ne fui allo stesso tempo sollevato e preoccupato.
Sollevato perch le sue crudeli macchinazioni non minacciavano Ruthana. Preoccupato perch lei
poteva inavvertitamente rimanere ferita o uccisa mentre tentava di proteggermi.
Ma soprattutto mi sentivo dannatamente esasperato dall'invulnerabilit di Gilly. Forse era solo
un residuo della mia umanit di un tempo, ma ancora ero dell'opinione - un'opinione pi che convinta -
che bisognasse sbatterlo in galera una volta per tutte, oppure che dovevo procurarmi una pistola per
difendermi dai suoi prossimi attacchi. A quel tempo l'idea di piazzare una pallottola nella testacela
balorda del mio quasi cognato era piuttosto allettante. Per via, almeno in parte, del numero...
Quattro. Gilly tent di rubarmi la mia ombra. Come si faccia , anche questa, cosa al di l della
mia comprensione. Ma me la prese... per pochi minuti, prima che Ruthana la recuperasse. E lasciatemi
dire che la scomparsa della propria ombra  incredibilmente spaventosa. Cercate di visualizzarlo. No,
non potete riuscirci. Credetemi sulla parola. Vi fa sentire male fisicamente, vi procura un senso di
nausea.  contro ogni legge naturale. E se perdura  anche fatale. Fortunatamente non fu cos per la mia
ombra svanita. Dove l'avesse portata Gilly lo sa solo Iddio, ma Ruthana me la riport lo stesso.
Salvandomi da quella che a suo dire sarebbe stata una morte orribile. Anche stavolta ero scampato a
Gilly. Come nel numero...
Cinque. Gilly comparve all'improvviso puntandomi addosso una bacchetta di nocciolo. Dalla
punta usciva una fiamma azzurrina, subito bloccata e invertita dalla bacchetta di Ruthana. Dal giorno
dell'attacco del grifone la portava sempre con s (ma dove la tenesse  l'ennesima cosa che non ho mai
capito).
Sei. Oh, ma perch continuare? Solo per raccontarvi l'attacco che per poco non and a buon
fine.
Ruthana e io eravamo seduti accanto a uno stagno poco profondo, con i piedi a penzoloni
nell'acqua. Adesso era diventata proprio grossa, e questo forse diminu la sua perspicuit (che parolona:
significa, credo, prontezza di riflessi). I cronisti di eventi sportivi avrebbero scritto che non era al top
della forma. Se ne stava seduta sorridendo fra s e s. Lo faceva spesso, nell'ultimo periodo della
gravidanza. Scalciava lentamente e oziosamente i piedi nello stagno. Anch'io ero in uno stato quasi
sognante. Ben presto sarebbe nato il nostro bambino. Non mi mancava per niente l'esistenza umana.
Ero insieme al mio prezioso angelo.
Tutto andava per il meglio.
Avrei dovuto aspettarmelo. Immaginai che fosse il lento sciaguattare dei nostri piedi a
smuovere la superficie dell'acqua, ma mi sbagliavo. Avrei dovuto allertare Ruffiana prima e non lo
feci. Fissai l'acqua increspata come ipnotizzato. Sotto la superficie c'era qualcosa che stava emergendo.
Un pesce? Una pianta staccata dal fondo? Un'illusione ottica?
Una mano! Che spuntava dall'acqua! Verde, scagliosa, con le unghie lunghe, che mi stava
afferrando la caviglia! Ero cos sconvolto che non riuscii a emettere un suono, quasi il terrore mi avesse
paralizzato la voce.
Poi qualcosa di ancora peggiore. Una cosa grossa e rotonda schizz fuori dall'acqua, un corpo a
cui apparteneva la mano. Anch'esso scaglioso, color porpora. Aveva una bocca gigantesca e degli occhi
smisurati che mi fissavano, mi sembr con esultanza.
Il mio guaito strozzato sarebbe stato sufficiente, da solo, a svegliare Ruthana. Ma in effetti lei si
svegli prima ancora che potessi emetterlo, perch in una frazione di secondo, muovendosi con quella
incredibile velocit che le avevo visto tante volte, fece scattare la mano destra e afferr la mano
avvinghiata alla mia caviglia.
In preda all'orrore pi totale vidi la mano verde stringersi intorno al suo polso e cominciare a
trascinarla gi. Il volto di Ruthana era stravolto dalla paura. Alexi! url.
In precario equilibrio per il peso del ventre, prese a scivolare verso lo stagno. Ricordo di aver
urlato a mia volta No! e di averla afferrata per le braccia. Gli occhi giganteschi della creatura si
spalancarono ancora di pi. E anche la bocca enorme. Vidi i suoi denti, color verde giallastro, pronti a
mordere il braccio di Ruthana. Tirai pi forte che potei. Gilly, no! gridai.  tua sorella!
Ancor oggi non so se abbia avuto qualche merito nel bloccare l'attacco in modo cos repentino.
So solo che in un istante l'orrenda mano lasci Ruthana e che il grosso corpo purpureo scomparve sotto
le acque increspate... che tutto a un tratto divennero calmissime.
Il mio incontro con Garal, Ruthana e Gilly fu una faccenda piuttosto seria, Garal lo aveva
indetto subito dopo l'attacco allo stagno. Non so ancora perch sia stato ammesso a partecipare. Anche
se formalmente ero stato accettato nel Regno di Mezzo, ero pur sempre un 'esterno', un essere umano
con un accesso limitato al regno. Rimanevo comunque una semplice recluta, senza nessuna autorit (mi
piace questo parallelo con i tempi di guerra, ma il ricordo di quell'incontro cos teso mi induce a
trattenere la mia soddisfazione). Immagino che a fare la differenza fosse il mio rapporto con Ruthana, e
naturalmente era cos.
Allora, che cos'hai da dire? fu la domanda di apertura della riunione. Da parte di Garal,
inutile sottolinearlo.
Da dire? ripet un Gilly alquanto imbronciato.
Garal attese, con il volto che sembrava scavato nella pietra. Notai che Gilly deglut
vistosamente, segno di un certo nervosismo. Garal aveva senza dubbio una forte influenza su di lui.
Non solo era in qualche modo suo padre, ma era anche il capo accettato del clan.
Che cosa vuoi che dica? chiese Gilly alla fine. Si sforz di farla sembrare una richiesta, ma
non riusc a infondere il vigore sufficiente.
Garal azzann l'osso senza pensarci due volte. Che hai cercato di uccidere tua sorella
rispose.
Conoscevo il verbo 'sbiancare', ma non l'avevo mai visto applicato. Alle parole di Garal, il volto
di Gilly perse subito ogni colore. Era spaventato a morte. Lui! Il delinquente che mi aveva terrorizzato
fin da quando avevo messo piede nel Regno di Mezzo. Il piccolo bruto dai capelli neri il cui unico
scopo nella vita era quello di uccidermi. Adesso toccava a lui farsela sotto dalla paura. A lui! In quel
momento godei come un pazzo.
Non era la mia intenzione riusc a dire.
Per hai cercato di trascinarla nello Stagno di Shellycoat disse Garal. Adesso in tono di
accusa.
Che era gi una condanna.
Padre,  un Essere Umano! (Ancora una volta in lettere maiuscole.) Gilly prov a difendersi
sviando l'argomento. Hanno ucciso il mio vero padre. E hanno provocato la morte di mia madre.
Dovrei forse dimenticarmene? Perdonare Alexi perch adesso  diventato alto come noi?  sempre un
Essere Umano. Non lo -perdoner mai!
La voce di Garal divenne gelida. Mi sentii rassicurato dal fatto che non ce l'avesse con me.
Sto parlando di tua sorella disse. Mi sono sforzato di soprassedere sui tuoi attacchi alla vita
di Alexi perch sapevo che Ruthana lo avrebbe protetto. E che lo avrei protetto anch'io. Ma l'attacco
contro tua sorella  imperdonabile! Non lo avevo mai sentito alzare la voce. Aveva un timbro davvero
minaccioso.
Non volevo farlo! strill Gilly. E la sua voce fu tutt'altro che minacciosa. Tremava. Un'altra
cosa che non avevo mai sentito. Specialmente in Gilly.
Non  questo il punto! disse Garal. L'hai fatto. E questo mette la parola fine alla faccenda.
Andrai al Caim.
Prima ho detto 'sbiancare'? Giuro su Dio che ogni goccia di sangue abbandon la faccia di
Gilly. Il suo colorito divenne bianco come la cera. No piagnucol. No.
Adesso disse Garal. In questo preciso momento.
Un altro suono che non avevo mai sentito... e nemmeno pensato di sentire. Gilly che piangeva.
Che singhiozzava. Una visione pietosa. Quasi provai dispiacere per lui. Per lui!
Garal lo condusse via ed entrambi svanirono in quel modo misterioso in cui scompaiono le
creature fatate. Me ne rimasi seduto per conto mio, in silenzio. Anche Ruthana piangeva
sommessamente. Affranta. Le misi un braccio sulla spalla. Fu la mia immaginazione? O lei si ritrasse
appena come se non volesse accettare il mio conforto? Mi sentii emotivamente alla deriva.
E la cosa non miglior quando torn Garal, apparendo improvvisamente accanto a me, come
fanno loro... Zac! Pi o meno.
Mi appoggi una mano su un ginocchio... e tutto a un tratto mi torn alla memoria
un'immagine sgradevole, quella del capitano. Anche se, Dio mi  testimone, non mi aveva mai
nemmeno sfiorato con la mano. Fu solo qualcosa che in quel momento mi evoc il ricordo delle sue
paternali.
E questa lo era. Alex disse Garal. Lo sai che questo  un evento insolito. Nella mia famiglia
non si  mai verificato.
Mi dispiace fu tutto quello che riuscii a dire. Naturalmente dentro di me c'era una voce
interiore che salt subito su a dire: 'Che ti aspetti da me? Rammarico? Quel bastardo ha cercato di
uccidermi un sacco di volte. Se non avesse commesso un errore prendendosela con Ruthana lo avresti
punito lo stesso! Probabilmente no. O forse solo quando fosse riuscito a farmi fuori. E a quel punto a
che mi sarebbe servito?'
Ovviamente non diedi ascolto a quella voce. Me ne restai seduto in un silenzio rispettoso
mentre lui continuava con il suo rimprovero. Perch era un rimprovero, su questo non c'erano dubbi.
Ero ancora un estraneo. Per causa mia (in tutta innocenza, dannazione) una regola era stata infranta e
d'ora in avanti dovevo stare attento a come mi comportavo. Continuai a fissare Ruthana mentre suo
padre (o patrigno, chi diavolo lo sa?) parlava. Cercando un'espressione di solidariet o quantomeno di
comprensione... ma non la vidi. Lei era d'accordo con ogni muto ammonimento di Garal. Mi si
ricordava ancora la mia estraneit con il Regno di Mezzo. Anzi, la si sottolineava. E pi tardi mi
sarebbe stata ulteriormente ricordata. In modo diverso, ma ancora pi radicale.
Almeno, per, mi ero sbarazzato di Gilly.
Per un po'.
28
Arthur Black (almeno il nucleo del suo feto dal cuore nero) si insinu nel mondo in questo
periodo. Non pi attaccato su base quasi quotidiana dal suo adorato fratello (fratellastro), ebbe tutto il
tempo di impiantare il seme della sua orrida esistenza.
Alexander White scrisse un romanzo. Mezzanotte. Un innocente esordio della sfilza di
Mezzanotte che ben presto avrebbe aggredito il pubblico dei lettori. Dico innocente perch all'inizio lo
era. Voleva essere una storia d'amore, una storia di castigo morale. Naturalmente con l'esperienza che
avevo - e con il ricordo dell'allarmante serie di incidenti nella mia vita con Ruthana - nella storia
c'erano consistenti elementi raccapriccianti (ragazzi, che sequenza di assonanze. C' gi tutto Arthur
Black in nuce).
Furono proprio questi elementi che portarono l'editore (s, il romanzo fu pubblicato diversi anni
pi tardi - meglio sarebbe stato mai - riveduto e corretto, e vendette piuttosto bene) a partorire
innaturalmente l'autore noto con il nome di Arthur Black (nato a Londra, figlio di un ben noto
colonnello, veterano della Grande guerra tre volte decorato, con una laurea all'universit di Oxford in
Letteratura e filosofia).
Cavolo, io non ho nemmeno finito il liceo.
Devo dire che la mia nuova famiglia fu piuttosto benevola con il romanzo... a parte Gilly, ne
sono certo. Anche se dubito che qualcuno gliene abbia mai parlato.
Fu un'opera niente male. Una storia d'amore, come ho gi detto. Ispirata (inutile dirlo) da
Ruthana.
La storia raccontava (racconta) di un giovane (io, naturalmente) che viaggia nei boschi del
Canada. Ero orientato a farlo viaggiare nel tempo dei boschi dell'Inghilterra settentrionale, ma decisi di
cambiare per paura di offendere i miei fratelli. Li chiamo cos perch tali li sentivo.
In ogni caso il mio giovane protagonista si trova in una foresta del Canada a caccia di alci. A
Ruthana non piacque l'idea che fosse l per cacciare, ma le pagine successive stemperano la situazione.
Un pomeriggio questo giovanotto di nome Roger viene attaccato da un grosso lupo. Lo uccide,
poi scopre con suo grande sbalordimento, mentre si avvicina al cadavere, che c' il corpo insanguinato
di un vecchio (notate come gi da adesso faccia capolino la truculenza di A. Black). La cosa lo lascia
senza fiato. Ancora di pi quando si ritrova circondato da un gruppo di feroci Uomini della Foresta (li
chiamo cos). Sono infuriati per ci che ha fatto. Fra loro c' una bella ragazza chiamata Aleesha. Il
vecchio era suo nonno.
Per farla breve (capacit di cui manco totalmente) Aleesha salva la vita di Roger spiegando agli
altri Uomini della Foresta (li chiamo cos, ve l'ho gi detto?) che suo nonno stava mostrando i segni di
un certo declino mentale e aveva mutato forma in modo avventato. Non ricordo nei dettagli la sua
spiegazione. Roger viene discolpato - con una certa reticenza da parte di qualcuno, soprattutto dal
fratello di Aleesha, e indovinate un po' da dove viene l'ispirazione? - e con alcuni limiti accettato tra gli
Uomini della Foresta, che non sono piccoli, ma hanno dimensioni umane, il che lasci abbastanza
perplesse le creature fatate.
Passa il tempo. Non voglio divulgare i particolari del mio capolavoro (sto scherzando), posso
solo dire che Roger e Aleesha si innamorano e lui apprezza sempre pi il modo di vivere degli Uomini
della Foresta, apprendendo le loro svariate capacit (alle creature fatate piacque molto questa parte, e in
numerose occasioni mi chiesero di leggerla a voce alta. Divenni piuttosto popolare, a quel tempo. Con
grande soddisfazione dei miei ormai diciannove anni).
Come prosegua e si concluda il romanzo rimarr un mio segreto. E non vi riveler nemmeno se
abbia un finale felice o tragico (ricordate che era una specie di racconto d'esordio di A. Black. Tirate
voi le conclusioni).
Non dimenticher il pomeriggio in cui Ruthana mi prese per mano e mi port a fare una
passeggiata nei boschi. In quel periodo la vita era idilliaca sotto molti aspetti, perci non mi preoccupai
troppo di dove mi stava portando. Mi godetti la passeggiata e basta. La primavera era alle porte. Vi
sembro poetico? Be', allora ero di umore poetico. A breve avrei festeggiato il mio primo anno a
Gatford, e ancor prima sarei diventato un padre felice, e mamma la mia adorata Ruthana.
Perci immaginate la mia sorpresa quando lei mi condusse verso il sentiero. Per parecchi,
lunghi minuti (a me certamente sembrarono lunghi) credetti che mi volesse portare fuori dai boschi, e
fuori dalla sua vita. La mia presenza la infastidiva fino a quel punto? Non sarebbe stato difficile capirla.
Le avevo rovinato l'esistenza in molti modi. A dispetto della mia statura ridotta rimanevo pur sempre
un essere umano... o come aveva detto Gilly, un Essere Umano. Portava in grembo un figlio generato
da una razza a lei estranea. La mia vicinanza aveva prodotto una situazione in cui l'odio vendicativo di
Gilly per gli umani si era esasperato a tal punto da indurlo a commettere un errore e a minacciare la
stessa vita di sua sorella: nel Regno di Mezzo una manchevolezza (ma forse sarebbe meglio usare un
altro termine) senza appello. A causa di questo era stato sbattuto nel Cairn. Avevo causato troppo male,
ecco tutto.
Pi ci pensavo e pi mi convincevo che aveva intenzione di cacciarmi dalla Terra delle creature
fatate. Forse dietro ordine dello stesso Garal.
Mi stai cacciando via, vero? le chiesi.
Che cosa? Non aveva sentito. Ripetei la domanda pi che altro il riconoscimento disperato di
uno stato di fatto.
Cacciarti via? ripete. Sembrava confusa.
Snocciolai il mio elenco di nefandezze.
Oh, Alexi! mormor lei, fermandosi di scatto.
Non  cos? chiesi, fermandomi anch'io. Non ti ho rovinato la vita?
Alexi, amore mio. Rovinato? Tu l'hai resa un paradiso!
Allora... perch... cominciai.
Cacciarti via? Adesso appariva dolorosamente incredula. Non farei mai una cosa del
genere.
Allora perch... il sentiero? chiesi.
Mentre elencavo i miei dubbi avevo tolto la mano. Lei me la riprese. Con decisione. Vieni
disse.
Ci dirigemmo verso il sentiero. Giunti l, Ruthana si ferm e indic col dito. Guardai. La casa di
Magda.
In fiamme.
Per un po' - quanto non ricordo - non seppi che dire. Poi alla fine fui in grado di parlare. Anche
se in modo incoerente. Come? Fu l'unica parola che il mio cervello riusc a partorire.
Non lo sappiamo rispose Ruthana. Crediamo che sia stata la gente di Gatford.
Perch? Un'altra parola sprovveduta del mio cervello scardinato. L'intenso sollievo di sapere
che Ruthana non aveva intenzione di liberarsi di me, amplificato dalla sgradevole vista della casa di
Magda in fiamme, aveva creato nella mia testa un vuoto di parole. Perch? chiesi di nuovo,
sovrapponendomi alla sua risposta.
Perch  una strega.
Lo so, ma...  una strega, Ruthana?  morta, no? Nel chiederlo mi sentii gelare.
E la risposta di Ruthana aument il gelo. Una parte di lei.
Parte? Non riuscii a riconoscere la mia voce, mi suon vuota, roca.
Il suo secondo corpo  ancora vivo disse lei.
Di nuovo la mia voce irriconoscibile. Secondo corpo?
Non te l'ha detto Garal? chiese lei.
No risposi. Poi aggiunsi: Non mi ricordo.
Mi spieg (credo che effettivamente Garal mi avesse detto qualcosa del genere) che abbiamo
diversi corpi, uno dei quali fisico.
Era il corpo che hai visto nei boschi mi disse Ruthana. Il corpo che ha mutato con quello del
grifone. IL corpo che  stato ucciso.
Allora il suo... secondo corpo...? Ero completamente nel pallone.
E il suo... come l'ha chiamato Garal? Corpo astrale? Corpo spirituale?  ancora vivo. Deve
esserci una seconda morte.
Seconda morte farfugliai. Intrappolato fra l'incudine e il martello.
Ruthana annu. Quindi il resto di lei pu muoversi. La sua espressione si rabbui. Proprio
non vorrei sapere dove, ha gi fatto fin troppo male.
E anche fin troppo bene mi sorpresi a protestare. Sono stato con lei per mesi. Mi ha guarito
la ferita.  stata molto gentile con me.
Ti dispiace di averla lasciata? mi chiese Ruthana. Seriamente.
Non sono stato io a lasciarla,  lei che mi ha sbattuto fuori.
E ha anche tentato di ucciderti, Alex.
Sospirai. Mi sentivo distrutto. Lo so dissi. La mia casa  con te.
Oh, Alexi disse. Era di nuovo fra le mie braccia, le sue morbide labbra sulle mie. Ti amo
sussurr. Non dire mai che hai rovinato la mia vita. Non pensarlo nemmeno!
Non lo far promisi. Il solo pensarlo mi fa star male.
Mi baci dolcemente. Non devi mai pi pensarlo disse.
Restammo in silenzio per un po', osservando l'incendio sempre pi violento della casa di
Magda.
Immagino che non ci sia modo di spegnerlo pensai a voce alta.
Nessuno disse lei. Noi non possiamo, e la gente di Gatford non lo far. Naturalmente
crediamo che siano stati proprio loro ad appiccarlo.
Non aggiunsi altro. Mi domandai perch le creature fatate non potevano fare niente, ma tenni la
domanda per me. Ruthana mi lesse nel pensiero: Ha provato a farci del male in tutti i modi mi disse.
Non ci dispiace vedere che la sua casa sta bruciando.
In quel momento mi accorsi che non eravamo soli. Dietro la linea degli alberi vidi uno stuolo di
abitanti del Regno di Mezzo, tutti in piedi a osservare tranquillamente. Pochi di loro - i pi giovani -
stavano sorridendo, e addirittura qualcuno sghignazzava nel vedere le fiamme che guizzavano. Ma
quasi tutti, e questo va a loro merito, guardavano l'incendio (che a questo punto era diventato
gigantesco) nel pi rispettoso silenzio. Non avevo modo di sapere quale terribile ostilit fosse esistita
fra loro e Magda (lei non mi aveva mai raccontato niente in proposito). I ricordi degli eventi spaventosi
che mi avevano coinvolto in prima persona mi diedero qualche idea, ma i particolari? No. Mi
disinteressai dell'incendio e voltai la testa verso le creature fatate.
Non ne avevo mai viste cos tante prima. Erano uno spettacolo affascinante. Di ogni et, di ogni
aspetto, tutti piccoli naturalmente, tutti vestiti con abiti di diverso colore. Tutti - posso esprimermi cos?
- intriganti. Insomma, lo erano. Abitanti del Regno di Mezzo, elusivi al massimo grado, dai movimenti
rapidi, innocenti eppure capaci di un'allarmante malizia. Amavano e coltivavano la Natura. Erano una
razza praticamente sconosciuta di piccoli esseri leggendari. Mi era difficile credere che ero uno di loro,
e naturalmente non lo ero.
Mi costrinsi a distogliere da loro il mio sguardo un po' impertinente. Ci riuscii tornando a
osservare l'incendio. Che a questo punto si era trasformato in un olocausto (il significato originale
dell'orrendo crimine di cui in seguito siamo stati testimoni).
Non c' la possibilit che Magda - cos come  diventata adesso - possa spegnerlo? chiesi.
Nessuna rispose Ruthana. Ormai non fa pi parte di questo mondo. Voglio dire di questa...
Qual  la parola che usa mio padre? Dimissione?
Dimensione? suggerii.
S annu lei. Magda  ancora dentro la casa, ma in una dimensione differente.
Non la corressi. Tutto ci che riuscivo a vedere con gli occhi della mente era l'immagine di
Magda all'interno della casa che poteva solo assistere al lento consumarsi di tutto ci che aveva fatto
parte della sua vita. I mobili, i libri, il suo letto, per l'amor del cielo! Il quadro di Edward! Anche in
un'altra dimensione doveva essere un'esperienza atroce per lei osservare senza poter fare niente mentre
le sue cose, tutte quelle cose cos preziose, bruciavano.
Vi domanderete naturalmente per quale motivo accettassi con tanta facilit l'idea che, morto il
suo corpo fisico, Magda ancora esistesse. Statemi a sentire, gente. Dopo tutto quello che avevo visto
nel 1918 avrei accettato anche l'idea che il ponte di Brooklyn fosse in vendita per venti centesimi. Gli
omini verdi da Marte? Probabilmente. Razzi verso... diciamo verso la Luna? Perch no? Ges Cristo,
vivevo da sei mesi insieme alle creature fatate. E per tre mesi avevo vissuto con una strega. Mi restava
forse qualcosa a cui non potessi credere?
E cos la casa di Magda Variel bruci fino all'ultimo mattone. Rimasero solo avanzi smozzicati
e anneriti. Qualche segno dei vigili del fuoco di Gatford? Ma figuriamoci. Detestavo pensare che Joe
gongolasse nel vedere bruciare la casa della strega, e probabilmente era proprio quello che stava
facendo. Non mi aveva messo in guardia contro le sue arti magiche? No, lo aveva fatto con le creature
fatate. Era ossessionato anche da loro.
Be', mi aveva portato pane e latte, e mi aveva aggiustato il tetto della Villetta della serenit...
questo bisognava riconoscerglielo. E poi era un prodotto di quel tempo e di quel luogo. Dio benedica le
sue ossa superstiziose. Oh Cristo, in questi ultimi anni sto diventando comprensivo. Ma forse sto solo
diventando pi scemo. In ogni caso le superstizioni di Joe si erano rivelate vere. Magda era
effettivamente una strega. E i boschi brulicavano effettivamente di creature fatate. Dovrei scrivergli
una lettera. 'Caro Joe, cazzo se avevi ragione.' (Ecco, ho usato quella brutta parola che non si dovrebbe
mai usare. E non me ne scuso nemmeno.)
Mi sono reso conto che sto sprecando pagine su pagine solo per rimandare le due parole fatali
(pi brutte, forse, di quella di prima).
La Fine.
Ma non lo , vedete. Lo  quasi, ma non ancora.
29
La nascita di Garana avvenne il 29 febbraio del 1919. Fu un parto indolore e armonioso. Nel
Regno delle creature fatate sono sempre cos, o almeno questo  quanto mi  stato detto. Perch no?
Devono forse affrontare qualche forma di stress? Per niente. A parte forse gli esseri umani con le armi
da fuoco.
Adesso tenter (probabilmente senza successo) di descrivere la celebrazione che ebbe luogo in
onore dell'ingresso di Garana nella terra del piccolo popolo. Immagino che avrei dovuto mostrare
risentimento che la bambina non venisse chiamata Alexana o qualcosa del genere. Credo che, a dispetto
di ogni coinvolgimento emotivo con il Regno di Mezzo, fossi rimasto fondamentalmente un essere
umano e che la scelta del nome di mia figlia riflettesse quella condizione, sia pure in modo sottile. Se
devo dire la verit mi sentii contrariato, ma mi costrinsi ad accettare. Ruthana colse il mio disagio e
cerc di consolarmi. Garana era sempre la mia figlia naturale, mi disse, e nulla avrebbe potuto
cambiarlo.
S... la celebrazione. Ricordo benissimo che i miei fratelli del Regno non avevano partecipato
al mio matrimonio con Ruthana. Dal momento che si trattava di un matrimonio misto fra una creatura
fatata e un essere umano... o un mortale, come a volte ci chiamavano. Ma non sono forse mortali anche
loro? Non sono forse anche loro corporei come un essere umano? Credo di no. Sono in parte (fino a
quale punto non l'ho mai saputo) incorporei? Astrali? Quando facevamo l'amore Ruthana mi sembrava
pi che corporea. Oh, chi lo sa? Ma ho perso di nuovo il filo. Arthur Black mi farebbe rinchiudere in un
istituto per scrittori strabici.
Insomma, devo descrivere meglio che posso i festeggiamenti per la nascita. Ho detto che lo
avrei fatto e, perdio, lo far. Magari ogni tanto partir per la tangente, ma riuscir a raggiungere il mio
scopo. Prima o poi.
Sapete che alle creature fatate piace molto danzare. No, non lo sapete. Non ve l'ho mai detto.
Be',  cos. Gli piace un bel po'. Anzi, tantissimo. E quale migliore occasione della nascita di un nuovo
cittadino del Regno di Mezzo?
La musica? Violini, cornamuse, flauti. Una deliziosa melodia dopo l'altra. Lo sapevate che
molte delle cosiddette canzoni popolari derivano da quelle delle creature fatate? Per esempio The
Londonderry Air. Era una di quelle. Naturalmente oggi in essa c' una sfumatura malinconica. Ma quel
giorno in ogni musica c'era solo gaiezza ed energia. Con l'ammaliante, ritmato martellare di piccoli
tamburi e la cadenza regolare di piedi che picchiavano delicatamente al suolo. Immagini volteggianti di
esseri fatati vestiti di costumi dai colori vivaci, adorni di fiori, scintillanti di gioielli di ogni tonalit.
Voci che cantavano esultanti, tintinnii di risate festose. A dispetto della loro statura. Era un trionfo di
allegria, e allegro ero anch'io, che rimasi a guardare un po' appartato, affascinato da quello spettacolo di
suoni e colori che trasudava gioia di vivere. Non mi  pi capitato, da quel giorno, di provare un senso
di esultanza cos totale.
E il silenzio improvviso che segu fu un colpo pesante per le mie orecchie. Dovetti scuotere la
testa per liberarla dalla vivacit della musica rumorosa alla quale mi ero abbandonato. Mi guardai
intorno, incuriosito. Tutti avevano interrotto il loro eccitato balletto e se ne stavano ai margini
dell'immensa radura in cui ci trovavamo. Perch? Che cosa poteva averli indotti a porre termine in
modo cos repentino alla danza che cos tanto amavano? Poi vidi. Una figura umana stava emergendo
dai boschi.
Gilly.
Pensai (sperai) che le creature fatate l raccolte avrebbero aggredito Gilly, mostrando tutta la
loro rabbiosa disapprovazione per i suoi comportamenti imperdonabili.
Ma ero destinato a rimanere deluso.
Ci furono abbracci eccitati, abbondanti strette di mano. Erano felici di vederlo. Immagino che
lui avesse scontato la sua pena nel Cairn e che adesso fosse nuovamente il benvenuto, ancora un
membro a tutti gli effetti del clan.
Garal mi si fece vicino. Avrei voluto che ci fosse anche Ruthana, ma stava ancora riposando.
Ha completato il suo periodo nel Cairn mi disse Garal.
E adesso? chiesi. Tremando, ne sono sicuro.
Adesso si comporter bene rispose Garal. Non per confortarmi, credo. Pi che altro per farmi
stare al posto mio.
Lo spero dissi.
Lo faccio venire qui replic Garal.
Prima che potessi accennare una protesta (No, non farlo!) era gi sparito. Lo seguii con lo
sguardo mentre entrava nel gruppo, che si divise rispettosamente davanti al capoclan. Garal raggiunse
Gilly, che rispondeva con ampi sorrisi all'accoglienza entusiastica dei suoi amici.
Quando vide Garal perse tutto il sorriso, che venne per sostituito da un'espressione di
compiaciuto rispetto. Garal gli diede un abbraccio di benvenuto e Gilly sorrise di nuovo. Parlarono
brevemente, con Gilly che annuiva a qualunque cosa gli dicesse suo padre. Poi si mise ad annuire
anche Garal, guardando suo figlio con circospetta fiducia. Lo prese per un braccio e cominci a
scortarlo via dal capannello di creature. Io cominciai a sentirmi piuttosto teso. Gilly mi aveva
provocato un bel po' di angoscia di cui avrei fatto volentieri a meno e mi suscitava (a ragione, direi)
una gran paura. Adesso che avrebbe fatto? Soprattutto dopo aver trascorso sei mesi, o quanti erano
stati, nel Cairn. Il cui squallore potevo solo immaginare.
Ma adesso, incredibilmente, mi stava sorridendo. Mi aveva perdonato? Si era pentito?
Meraviglia delle meraviglie, mentre si avvicinava il suo sorriso si allarg. Allung la mano destra per
stringere la mia. Mi sentii travolgere da un'ondata di intenso sollievo. S, mi aveva perdonato! Be',
quantomeno mi aveva accettato.
Sono tornato, Alexi disse. Il tono di voce era caldo, la stretta forte.
Sempre pi forte.
Era ora disse.
Gilly lo ammon Garal.
Troppo tardi. La mano sinistra di Gilly - che teneva in tasca - usc di scatto. Stringeva qualcosa.
Gilly! url suo padre.
Proprio nel momento in cui Gilly mi scagliava in faccia la polvere grigia. Negli occhi. Dolore!
Cecit!
30
Lasciate che vi racconti quello che ho letto sulla cecit.
L'occhio umano - sto parlando del mio, non so se quelli delle creature fatate siano diversi - 
alloggiato all'interno di una cavit che si chiama orbita. Le palpebre lo proteggono dalla polvere e dalla
luce troppo forte. Ovviamente non da una polvere grigia velenosa... ma a questo arriver dopo. Il
bianco dell'occhio si chiama sclera, e la sua apertura  una membrana detta cornea. Dietro la cornea c'
la pupilla. Attorno alla pupilla c' l'iride, che  il colore dell'occhio. Dietro l'iride c' la lente, che regola
la messa a fuoco della visione. Allineata sulla parete interna del globo oculare c' la retina.
Mi seguite fino a ora? Ho quasi finito.
Al centro della retina c' la macula che fornisce la visione centrale e raffina i dettagli. Infine c'
il nervo ottico che collega l'occhio al cervello. Perch vi dico tutto questo? Non ne sono sicuro. Sto
ancora cercando di interpretare ci che mi fece Gilly. Qualcosa di terribile agli occhi. Questo lo so per
certo.
Non vi tedier con i disturbi comuni della vista. Li conoscete bene quanto me: miopia,
presbiopia, astigmatismo, ipermetropia (quest'ultima rimane un mistero per me). Nessuno di questi si
applicava al mio caso, n avevo problemi legati all'et. Santo dio, avevo diciannove anni! E la mia vista
era perfetta. Fino a quando...
Trauma dell'occhio? Ci stiamo avvicinando. Corpi estranei? S, definirei quella polvere grigia
come un corpo estraneo. Un bel po' di corpi estranei. Sintomi? Improvviso dolore all'occhio.
Improvviso calo della vista. Occhi rossi? Probabilmente, ma non saprei dirvelo con certezza. Tutto ci
che posso ricordare degli occhi del grifone (che poi erano quelli di Magda) era la loro bianchezza
lattiginosa. Immagino che i miei occhi avessero lo stesso aspetto. Quei corpi estranei mi avevano
ovviamente danneggiato la cornea e la lente, forse anche altre parti dell'occhio. Bruciore chimico?
Senza dubbio. Contatto diretto? Ma certo. Gli occhi bruciati. Danno gravissimo alla congiuntiva (la
membrana che congiunge la palpebra all'occhio) e alla cornea, e anche pi... nel mio caso.
Degenerazione maculare? Chiamatela come vi pare. Ero cieco. Avete capito. Ero cieco!
Cose che so della cecit. Ricordate, io c'ero.
La mia prima reazione? Come detto prima. Dolore. Mio Dio, che dolore! Non c' da
meravigliarsi che Magda si fosse messa a urlare. Urlai anch'io, e non per fare vocalizzi, ma perch
cercavo sollievo. Che non venne. Non riuscivo a smettere. Mi sentivo gli occhi che andavano a fuoco.
Immaginate la sensazione di avvicinare il dito a un bruciatore acceso. E di tenercelo sopra. Tenerlo l
sul fuoco, a lungo. Finch sentite che il dito sta per incendiarsi. Come se il centro del dolore nel vostro
cervello stesse andando in tilt. E aggiungeteci un bruciore intenso sulla faccia e nella gola. Un gonfiore
ardente, e intendo davvero ardente, e la convinzione di non poter pi respirare. Aspettandomi che, ogni
volta che poi respiravo, mi uscisse dalla bocca il fuoco di un drago.
Di pi. Una folata di allucinazioni che mi ingorgava il cervello. La faccia di Gilly che appariva
e scompariva, ridendo di folle soddisfazione. In bianco e nero, come in un film muto di serie B.
Ruthana che correva verso di me e che poi si ritraeva. Garal che tentava di ficcarmi la testa dentro
l'acqua bruciante dello stagno. Magda che mi agitava una bacchetta infuocata davanti al viso, con
l'espressione da indemoniata. I suoi vestiti prendevano fuoco, poi se li strappava di dosso, e i suoi
capezzoli lanciavano fiamme verso di me. Una risata feroce. La sua. E di tutti gli altri. Le creature
fatate che danzavano, bruciavano, cantavano. Il grifone che mi attaccava. La testa era quella di Magda,
che rideva di me. Un gufo fiammeggiante sulla mia faccia che strideva da assordare. E nulla di tutto
questo in sequenza, badate bene. Un miscuglio di immagini e rumori impazziti. E l'orrore duplicato
(triplicato, quadruplicato) da quel dolore bruciante negli occhi. E dalla cecit.
Quello che so della cecit:
Uno.  spaventosa come l'inferno. Specialmente quando hai diciannove anni e dai per scontati
dieci decimi di visione.
Due. Lo spazio e il tempo perdono ogni significato.
Tre. Chiamarla oscurit non  preciso. L'oscurit totale sarebbe gi una benedizione. Potete
vedere ancora (io almeno li vedevo) occasionali lampi di luce e qualche nuvola grigia (preludio a
null'altro che a un'ulteriore cecit, naturalmente).
Quattro. Non solo  terrificante, ma  anche umiliante e frustrante. Si oscilla fra i due estremi.
Completa frustrazione visiva, poi totale, assoluto orrore.
Cinque. Dolori alla testa (almeno per me), nausea, insonnia. Dio, quanto avrei desiderato fare a
pezzi Gilly.
Sei. Pochi (pochissimi) aspetti positivi. Si sente tutto con molta pi acutezza. Non disturbati
dalla visione, si avverte un ambiente illimitato attorno a s. Non che questi aspetti positivi facessero
una gran differenza per me. A diciannove anni? Puah, dico. Puah!
Sette. Peggiore di tutto. All'inizio mi consolai rivivendo il passato. Non che ne avessi cos tanto,
alla mia et, ma almeno nell'ultimo anno c'erano stati dei picchi di un certo rilievo.
Il problema era che dopo un po' i ricordi visuali - e anche quelli auditivi - cominciarono a
sbiadire. Anche i miei sogni divennero un lento e spaventoso deterioramento. Immagino fosse perch la
mia vista era stata virtualmente (o effettivamente) distrutta. Perci quello che non potevo vedere da
sveglio non potevo vederlo in sogno. Povero me. Il pi delle volte un diciannovenne non  proprio
quello che si definisce una fonte di profondit filosofica. Ero fregato. E di conseguenza infelice.
Ruthana fece tutto il possibile per alleviare questa infelicit, sul serio, e in qualche modo mi fu d'aiuto.
Dov'era Gilly? Nuovamente nel Cairn. Aveva fatto una cosa orribile e la sentenza era stata pi pesante.
Cos mi avevano detto. Avrei preferito sentire che lo avevano condannato alla forca, o alla mannaia, ma
non ebbi quella fortuna. Nel regno delle creature fatate una simile punizione era verboten. Peccato.
Sarei stato disposto a farlo io. A impiccarlo o a tagliargli la testa, o tutte e due le cose. Fortuna che in
ogni caso non avrei potuto avere per due volte. Mi sforzai di non trasmettere a Ruthana questo mio
inconfessabile desiderio, anche se lei probabilmente lo sapeva lo stesso. Lei era telepatica. E lo ero
anch'io, me ne resi conto a poco a poco.
Mi resi anche conto che, senza mai affrontare apertamente la discussione, Ruthana aveva
aumentato la mia... come metterla senza sembrare un idiota? La mia capacit creativa. La mia
frustrazione era immensa, ma ero pieno di idee e non vedevo l'ora di metterle per iscritto. Di produrre
romanzi in quantit... impossibile quando si  ciechi. Che fare, dettarli a Ruthana? Fuori questione. La
mia frustrazione - infiammata dalla mia vena creativa - cresceva esponenzialmente. Ruthana mi
assicur che sarei tornato a scrivere, su questo non c'era dubbio. Certo, dissi, annuendo con la testa
cieca. E senza crederlo nemmeno lontanamente. Ma credo che lei lo sapesse gi.
Il venir meno - visivo e mentale - dei miei ricordi. Ho rinunciato a tentare di evocare qualsiasi
straccio di ricordo della mia infanzia: il capitano, mia madre, Veronica. Quei ricordi correvano veloci.
Il meglio che potevo fare, all'inizio, fu 'vedere' le mie esperienze in trincea, il mio incontro con Harold,
e la successiva disperazione per la sua morte. Il mio viaggio a Gatford. Le prime volte che le richiamai
alla memoria riuscii anche a visualizzare (piuttosto bene) le villette che avevo visto, e addirittura a
ridacchiare quando ricordai quella cosiddetta della serenit.
Avrei dovuto oltrepassare i miei primi giorni li. Joe, i suoi avvertimenti, la mia prima
esperienza nei boschi. Quando giunsi a Magda le mie reminiscenze stavano gi impallidendo. Dovetti
fare appello a tutta la mia forza di volont per recuperare quei momenti: la mia prima visita alla sua
notevole casa. Un'altra risatina nel ricordare il suo notevole letto... e i notevoli esercizi ginnici che vi
avevano avuto luogo. Magda che guariva la mia ferita. I giorni belli, poi quelli brutti (ero quasi
contento di vederli svanire). I litigi, l'espulsione da casa sua, la riconciliazione. Altre ore piacevoli (e
lussuriose). La pace. A un certo prezzo, naturalmente.
Quindi il mio incontro con Ruffiana. Chiss se lei sapeva che cosa ricordavo, nella mia cecit.
Forse s, perch all'improvviso i dettagli visuali divennero vividi. Come se lei li stesse letteralmente
proiettando nel mio cervello. E probabilmente, prodigiosamente, lo stava facendo.
Perch le immagini che seguirono tornarono a essere confuse. Indistinte. La mia scoperta
(parola vigliacca per 'furto') dell'orrendo manoscritto di Magda. A quel punto tutti i momenti si
mischiarono fra loro. Solo la scena finale rimase inconfondibile. L'aggressione di Magda, l'uso che
avevo fatto della polvere. Come era riuscita Ruthana a prevedere che ne avrei avuto bisogno? La mia
fuga dalla rabbia cieca di Magda. Il ritorno al Regno di Mezzo... e a Ruthana.
Da quel momento i miei ricordi erano chiari, e doveva essere tutto merito di Ruthana. La mia
diminuzione di statura (adesso quel dolore mi sembrava trascurabile). I miei giorni felici con Ruthana.
Il pomeriggio passato con Garal, quando mi aveva edotto sulla vera Realt. Non che quel ricordo mi
fosse poi di grande aiuto, con i miei occhi ormai totalmente incapaci di funzionare.
Ma era poi cos? Fu questa la fase finale della mia cecit.
Ci vollero mesi. Per forza. Settimana dopo settimana di che cosa? Non saprei dirvelo. Non lo
sapevo allora e non so lo adesso.
I miei occhi cominciarono a guarire.
Fu davvero una bella cosa da parte loro. Non sarebbe stato pi conveniente - di certo pi facile -
lasciarmi cieco, un relitto di essere umano imprigionato nel loro ambiente? Senza dubbio. Ma loro
erano buoni. Gentili. Premurosi. E mi restituirono la vista.
Pi facile da dire che da spiegare. Come hanno fatto?
Mentre stavo guarendo venni a sapere per certo che la polvere era una loro invenzione. Dunque
sapevano quali fossero gli ingredienti. O quali sono... parto dal presupposto che la polvere venga
ancora prodotta, anche se mi  difficile capire perch. Le creature fatate non sembrano il popolo pi
indicato a utilizzare un preparato cos tossico. Almeno per me, e presumibilmente anche per Ruthana,
era esistito un valido motivo per utilizzarlo contro Magda. Se non lo avessi fatto avrei perso la testa.
Alla quale, a diciannove anni, tenevo abbastanza. Mi serviva ancora a qualcosa.
Insomma, gli ingredienti. Edera inglese, digitale (o comunque un suo derivato), belladonna,
foglie di agrifoglio, amanita (il fungo velenoso). Vi esorto a non tentare di mettere in pratica la ricetta a
casa. Le dosi sono essenziali. Non riuscireste mai a indovinarle da soli. Grazie a dio.
In che modo mi guarirono?
Voglio dire, come agirono su di me quando ero sveglio... cosciente?
Mi applicarono un liquido pungente sugli occhi. Il dolore non fu forte come quello che provai
quando Gilly mi scagli quella dannata polvere in faccia. Per giorni e giorni non riuscii a cancellare il
ricordo della sclera lattiginosa, della pupilla e dell'iride del grifone (di Magda). Come se fossero state
marinate in un impasto liquefatto. Poco per volta quell'immagine mi lasci. Per fortuna, essendo privo
di vista, non avevo modo di vedere la mia immagine riflessa. E in ogni caso non c'erano specchi: avrei
dovuto guardare in un laghetto o in qualsiasi corso d'acqua. Per sapevo com'era, e il ricordo tornava
prepotente ogni volta che si mettevano all'opera su di me (Garal, immagino, forse anche Ruthana. Non
ci scommetterei, ma non credo che nel Regno di Mezzo esistano dottori).
Comunque... il lavaggio ebbe effetto. Un poco. Molto poco. Ogni tanto coglievo una fuggevole
immagine grigia (sempre grigia) negli occhi. Non  che vedessi niente, proprio no. Quanto a questo il
buon vecchio Gilly aveva fatto un lavoretto coi fiocchi. Quel nanerottolo bastardo.
Che altro? Massaggi. Sulle tempie e sulla fronte. Sapevo che quelli li faceva Ruthana. Il suo
tocco era inconfondibile. Gentile, amorevole. E naturalmente accompagnato dalla sua dolce voce. Che
mi ripeteva di non perdere mai la fiducia. Avrei recuperato la vista, me lo promise. Certe volte mi
addormentavo mentre le sue dita mi massaggiavano. Ci che venni a sapere solo pi tardi fu che ogni
tanto sua madre la sostituiva quando era stanca, o doveva allattare nostra figlia. In queste occasioni mi
capitava di svegliarmi... e non mi rendevo mai conto che in quel momento era Eana a massaggiarmi,
anche lei in modo dolce e affettuoso. Solo quando parlavo e lei rispondeva capivo chi fosse. E se davo
segno di essere allarmato per l'assenza di Ruthana, lei mi rassicurava subito.
Massaggi, dunque. E una specie di unguento cremoso (anche quello pungeva) applicato
direttamente sui bulbi oculari. E spesso panni freschi e umidi appoggiati sugli occhi per (immagino)
un'oretta alla volta. In questo periodo fu Ruthana a restare con me per la maggior parte del tempo. E
giunsi quasi a provarne piacere. Cantava per me con quella sua delicata voce angelica. Qualche volta
ho provato a trascrivere alcune delle melodie che cantava, ma  stato uno spreco di tempo. Le note
prese a s sono solo un pallidissimo riflesso della magia espressa dalla voce di Ruthana. Ho rinunciato
da tempo al tentativo.
Che altro? I lavaggi degli occhi, i massaggi, l'unguento... o gli unguenti, forse ne hanno usato
pi di uno. I panni bagnati. Il canto. Per quanto ne sapevo, anche quello poteva essere parte (una parte
importante) del mio processo di guarigione.
Qualche altra cosa? S. Dimentico le bevande. Le pozioni, credo si possa dire. Alcune avevano
un sapore gradevole, altre disgustoso. Me ne diedero diverse e giunsi a riconoscere la differenza fra
l'una e l'altra. Alcune erano dolci, al gusto di frutta, tipo succo d'arancia o di mela, o di latte cremoso.
Altre... puah! Come bere liquido di batteria. Per mi dicevo che dovevano far bene. Una cosa che
aveva un sapore cos orribile non poteva che essere un ottimo farmaco. Perch preoccuparsi? Garal si
metteva a ridere quando glielo dicevo, e in quelle occasioni la sua risata non mi dava alcun conforto, n
piacere. Ma continuai a mandar gi quegli stomachevoli beveraggi, pi preoccupato di riguadagnare la
vista che di non fare torto al mio stomaco.
Questo succedeva quando ero cosciente. Posso solo congetturare (e alla lontana, lo ammetto)
ci che mi facevano quando ero addormentato, oppure - ed era possibile - quando ero drogato. Lo so
che con le congetture non si possono riempire i buchi del mio resoconto. Di certo so che in quei vuoti
della mia esistenza cosciente ero, come dicevano loro, 'fuori combattimento'. Probabilmente grazie a
una - o a tutte - le pozioni che dovevo bere.
Perci non posso affermare con certezza quello che mi facevano quando ero incosciente.
Un'ipotesi, per, posso avanzarla.
Mi rimossero gli occhi.
Non prendete come una prova provata quello che vi sto dicendo. Ho solo dei ricordi vaghissimi
ad attestarlo.
Forse avrete visto (anzi, spero proprio di no, visto che  uno spettacolo raccapricciante)
fotografie di occhi estratti dalle orbite (dalle cavit orbitali, se preferite) per motivi accidentali, oppure
volutamente, che penzolano lungo le guance appesi al nervo ottico.  successo, non so quanto spesso
per ragioni mediche. Sono sicuro che in guerra sia accaduto almeno un migliaio di volte, grazie alla
penetrazione di lame, non di rado con fuoriuscita totale dell'occhio. Certo. Il genere umano  fatto cos.
Bene, sempre ammettendo che sia stato sottoposto a un intervento del genere, so per certo che il
mio guaritore (con ogni probabilit Garal, perch non so se Ruthana avrebbe avuto lo stomaco per
farlo) ha usato ogni precauzione nel rimuovere i miei occhi dalle orbite, in che modo non riesco a
immaginarlo (preferisco non immaginarlo). Perch lo ha fatto? Azzardo un'ipotesi in proposito che mi
sembra avere un minimo di coerenza.
Per lavarli. Per immergerli in qualche farmaco terapeutico. Come se (io almeno la vedevo cos)
le cellule dei miei occhi fossero incrostate di chiss quale veleno e i semplici risciacqui potessero avere
solo un effetto limitato. Occorreva un bagno pi diretto e penetrante, chiamiamolo pure un lavaggio a
fondo.
Per quanto tempo i miei occhi sono rimasti lontani dalla mia testa? Non so nemmeno questo,
ma ricordo di aver fatto un sogno nel quale gli occhi rotolavano gi dalle orbite e venivano afferrati al
volo da uno Shellycoat ridente. Forse era avvenuto mentre Garal - o qualcun altro - immergeva i miei
occhi staccati nel balsamo curativo in programma per quel giorno. Forse no. Per fu un sogno
spaventoso. Cristo santo, l'intera esperienza fu spaventosa. Lasciate che ve lo dica: tenetevi lontani dai
dannati boschi! No, non volevo dire questo. Se voi maschi avete la fortuna di incontrare una creatura
come Ruthana, sarete benedetti per sempre. La sua stessa vista...
Fu quella che ebbi, pi o meno tre quarti di anno dopo l'attacco di Gilly. Zac! Proprio cos. Un
velo si sollev all'improvviso davanti ai miei occhi e vidi il volto amatissimo di Ruthana di fronte a me.
Posso vedere! gridai. Poteva essere il momento pi esaltante della mia vita.
Oh, amor mio! esclam lei con voce quasi strozzata. La tenni stretta, con la faccia affondata
nei suoi capelli biondi e profumati. Credetti che i suoi singhiozzi fossero di gioia e di gratitudine.
Mi sbagliavo.
Quando mi soffermai di nuovo a guardare il suo viso delizioso vidi, per la prima volta, la sua
espressione angosciata, le guance rigate di lacrime irrefrenabili.
Fraintesi. Sono cos brutto? chiesi, convinto di esserlo.
Oh, Alexi, no, no disse lei, le parole impastate dalla disperazione. Mi lanci le braccia al
collo e mi baci con passione. Anche le labbra erano bagnate di lacrime.
Poi si ritrasse di scatto con un'espressione inorridita sul viso. Oh, amore mormor.
Che c'? domandai. A questo punto il suo spavento mi era penetrato nel cuore.
Non riusc quasi a parlare. Le parole che disse le uscirono in un rantolo.
Queste parole furono: Devi andartene.
31
Rimasi di sasso. E lei spar. Zac! Ancora una volta, come sanno fare le creature fatate. Perch se
ne and in quel modo lo capii solo in seguito. Non se la sentiva di affrontare ci che stava per
succedere.
Ruthana svan in un istante, e in un istante si materializz Garal di fronte a me. In un'altra
occasione la loro incredibile capacit di apparire e di scomparire in una frazione di secondo mi avrebbe
lasciato sbalordito. In quel momento mi chiesi solo perch.
Devo andarmene? gli chiesi.
Garal annu. S.
Perch? chiesi ancora, quasi pretesi. Che ho fatto?
Il suo sorriso fu malinconico. Niente rispose.
E allora perch? Questa volta la domanda fu effettivamente una pretesa.
Per quello che sei rispose.
Un essere umano? dissi rabbiosamente.  per via di Gilly, vero?
In parte ammise.
Non capivo. Non potete lasciarlo nel Cairn? chiesi con impazienza. Sapevo che non
potevano, ma dovevo chiederlo lo stesso.
Questo non  possibile disse Garal. Santo cielo, quant'era paziente il suo tono. Sapevo che
adesso veniva il bello.
Perch no? pretesi di nuovo di sapere. Distruggerebbe del tutto il vostro sistema di vita? 
meglio lasciare che provi a uccidermi?
No rispose Garal con calma. Non  nemmeno questo.
Perch no? chiesi ancora. Sapevo di essere un po' polemico, ma non volevo perdere Ruthana.
Garal ripresi, in tono di protesta. Perch all'inizio mi avete permesso di restare qui? Dovevate
sapere che Gilly mi odiava.
Garal non disse nulla.
Allora? dissi. Adesso sapevo che la mia voce era stridula.
Non avremmo dovuto farlo rispose.  stato un errore.
Un errore? La mia voce era cresciuta di tono. Sentivo che stavo perdendo. Perch?
Non era destino che tu vivessi qui disse lui.
Le sue parole e il suo timbro di voce mi fecero tremare. E allora perch mi hai ammesso? Mi
tremava anche la voce. Ammesso?, ricordo di aver pensato. Ma che razza di parola. Suonava stupida.
Per mia figlia disse Garal.
Ruthana? chiesi, sentendomi immediatamente un idiota. Sapeva come si chiamava. Era sua
figlia, per l'amor di dio! Non l'aveva appena detto?
Non reag alla mia gaffe. Disse solo: S. Con calma, sempre con pazienza. Credo che avrei
preferito se si fosse lasciato andare, ma dovevo aspettarmelo. Non era il modo di fare di Garal. Era un
campione di riserbo.
L'hai fatto per Ruthana? domandai, a questo punto completamente fuori di me.
Naturalmente disse.  la nostra principessa.
" Dovevo sembrare un po' ottuso.  una principessa? chiesi.
Non intendo in senso regale disse lui. Per so che  la tua principessa. E per Ruthana, tu sei
il suo principe. Il suo amore per te  infinito. Cos grande che abbiamo esaudito le sue suppliche di
accoglierti fra noi. Abbiamo commesso un errore.
Adesso aveva un tono cos dolente che la mia furia difensiva decrebbe. Perch  stato un
errore, Garal? gli chiesi. Adesso ero io a sembrare paziente.
Lui esit, poi disse: Da quando ti  tornata la vista ti sei pi guardato?
Scusa, non capisco dissi. Fu una sciocchezza, ma il suo commento mi aveva lasciato cos
confuso che non mi venne in mente nulla di meglio da dire.
Non sprec altre parole. Stai crescendo disse. La diminuzione  stata solo temporanea. In
breve tempo sarai di nuovo un essere umano di statura normale. Non sapevamo che sarebbe successo.
Non potete... rimpicciolirmi di nuovo? chiesi. Era una domanda onesta. Lo credevo sul serio.
Non ci azzarderemmo nemmeno a provarci disse lui. Sarebbe troppo pericoloso. Non ricordi
il dolore?
Certo che me lo ricordo replicai. A dire la verit avevo notato un leggero aumento delle mani
e dei piedi, e una pulsazione acuta nel corpo. Ma ero disposto a sopportare tutto di nuovo. Non potevo
accettare l'idea di perdere Ruthana. Glielo dissi.
Garal si limit a scuotere la testa.
Garal, voglio farlo! gridai. Non lasciare che perda Ruthana!
Alex mi disse, e il fatto che mi chiamasse con il mio nome umano mi fece rabbrividire. Tu
non capisci.  stato tutto un errore. Non avresti mai dovuto essere uno di noi.
Il suo tono era definitivo. Non sapevo come ribattere. Avevo solo una domanda, debolissima.
Perch?
Perch non  il tuo mondo rispose lui. Nessun mortale pu vivere qui troppo a lungo.
Diventerebbe infelice.
No protestai. Io no. Qui sono stato molto felice.
Non durerebbe disse Garal. Credi di essere l'unico essere umano che si sia fermato qui e che
abbia desiderato restare?
Devo ammettere che questa domanda mi lasci di stucco. Non ne avevo idea. Hanno... scelto
di diminuire? La cosa mi stava snervando.
Alcuni rispose lui. Qualcuno  anche morto nel tentativo. Ricordi quanto dolore si prova.
Nessuno di loro  rimasto? chiesi. Il mio Io umano stava gi ritirando su la testa.
Non potevano disse Garal. Quelli che sono sopravvissuti alla riduzione di statura non sono
stati capaci di sopravvivere alla perdita di spirito. Se fossero rimasti quello spirito si sarebbe avvizzito e
sarebbe morto.
Oddio! fu tutto quello che riuscii a dire. Sapevo che mi stava dicendo la verit. E la verit mi
stava devastando.
Poi dissi: Se me ne vado lo perder?
Lui scosse la testa. Il sorriso era gentile. No rispose. Ci che  importante per te rimarr
sempre con te.
Il mio addio a Ruthana fu strano... e ambivalente.
Da una parte c'era la sua afflizione, dall'altra il mio crescente risentimento per essere cacciato
via dal Regno delle creature fatate. Perch? La domanda rimaneva e mi ossessionava. Non poteva
essere per via di Gilly. Sapevano del suo odio per me quando mi avevano ridotto di statura. E allora
perch farlo se la sua ostilit non era il problema? Eppure lo avevano fatto. Non era possibile che
Ruthana mi insegnasse i suoi poteri in modo che potessi difendermi da solo dagli attacchi di Gilly? E
poi, dopo aver fallito in diverse occasioni - dal calcolo omisi quello in cui mi aveva lanciato addosso la
polvere - non poteva semplicemente arrendersi e rinunciare? Cercare di conoscermi meglio? Scoprire
che in fondo non ero poi una cattiva persona e sforzarsi di diventare mio amico? L'ultima possibilit era
la pi improbabile, ma ero cos disperato che mi aggrappavo a qualsiasi cosa. Ero disposto a prendere
in considerazione qualsiasi soluzione.
E il resto? Il mio spirito che dopo un po' si sarebbe avvizzito e sarebbe morto? Pi esaminavo
quello scenario, pi stiracchiato mi sembrava. Dovevo accettarlo come il motivo principale per cui mi
cacciavano dal Regno di Mezzo? Semplicemente non potevo creder. Un esame continuo e
approfondito dell'idea sembrava rivelarla sempre di pi come banale e inaccettabile.
E allora che mi rimaneva?
Il mio amore angelico nella disperazione pi totale. Evidentemente lei credeva a d che aveva
detto Garal. A ogni sua parola, ogni sua benedetta parola. Come potevo metterlo in discussione, e
soprattutto oppormi? Era una sua convinzione, e magari era anche vero. Non possedevo l'armamentario
per contestarla, e se d avessi provato l'avrei solo spaventata. Io non d credevo, non volevo creder. Lei
s. Ecco il succo della faccenda. Era parte e fardello della sua cultura, punto. Amen. Chiusa l.
Dannazione!
Perci tutto quello che potei fare fu stringerla fra le braccia, baciarla sui capelli, sulle guance,
sulle labbra. Lei non riusciva a smettere di piangere. Di gemere,  la parola pi giusta. Di lamentarsi e
affliggersi. Di singhiozzare. Gli occhi continuavano a riversare lacrime e le guance erano sempre
bagnate, per quanto le asciugassi con il fazzoletto. Che all'ultimo si inzupp. Dovetti tirarne fuori pi di
uno. Povera Ruthana. Era inconsolabile. Stravolta dal dolore.
Alla fine non potei fare a meno di parlare.
Ne sei sicura? le chiesi.
Il che serv solo a stimolare un altro fiume di lacrime e un altro gemito di disperazione.
Mi sembra di s dissi ancora.
Per qualche motivo questo le suscit un sorriso. Abbinato alla sua espressione affranta si
ridusse a una smorfia. S, Alex disse. Mi domandai perch all'improvviso fosse passata a chiamarmi
cos facilmente con il mio nome vero. Lasciai perdere.
Ma senza riuscir del tutto.
Hai sempre saputo che sarebbe successo questo? le chiesi. Questo?, mi dissi. Quale parte
della faccenda?
Lei sembr capire. Avevo dimenticato che era telepatica. S rispose.
Eppure... esitai. Se avessi parlato adesso sarei scivolato in qualche obiezione.
Lo feci lo stesso. Chiedo perdono. Lei era cos addolorata che avrebbe meritato di meglio.
E glielo diedi? No. Perch? Perch ero addolorato anch'io. Ero sul punto di perdere l'amore
della mia vita. Capite, gente? Diciannove anni, non troppo sveglio, ferito. Reagivo da quel ragazzo che
ero.
Lo sapevi quando mi hanno... diminuito? le chiesi.
Lei trasse un lungo, fremente sospiro. Non volevo crederci.
Non ci volevi credere, eh?, la contest l'avvocato dalla lingua lunga che avevo nella testa. Ero
combattuto fra la giustificazione e la colpa. Specialmente quando Ruthana singhiozz di nuovo e mi
strinse ancora pi forte a s.
Capisco, avrei voluto dire. Per consolarla. Ma il mio cervello da adolescente (Cristo, non avevo
nemmeno vent'anni!) si ribell. Non  stato giusto, avrei voluto dire, ma alla fine ebbi abbastanza
controllo e abbastanza sensibilit da non dirlo.
Allora non  per Gilly dissi invece. Per calmarla, pensai.
Le fu difficile parlare. Notai quanto fossero rossi e infiammati i suoi occhi, povera anima dolce.
No mi rispose. Avrei potuto tenerlo a bada.
Ancora quella sicurezza quando si trattava di suo fratello. Non presi per buona la sua risposta. E
quel giorno allo stagno? La polvere nei miei occhi? Tutte obiezioni che avrei potuto fare, ma che non
feci. Perch rivangare il passato, poi?
Mi resi conto che stavo perdendo la rotta. Stavo per rinunciare all'unica donna (ma era poi una
donna? Una ragazza? Un essere astrale?) che avessi mai amato. O (lo so adesso) che avrei mai amato.
La strinsi pi forte e singhiozzai anch'io. Lo confesso, ne rimasi sbalordito io per primo. Ti amo,
Ruthana. Ti adoro.
Oh, Alexi esclam lei. Dio la benedica, mi chiam con il nome che avevo assunto nella sua
terra. Ti amo cos tanto! Morir quando te ne andrai!
Non dirlo nemmeno la implorai. Ho bisogno di ricordarti mentre volteggi fra gli alberi.
Invisibile. Incantata. Mentre bagni il tuo corpo perfetto sotto la cascata, quando nessuno ti vede, e
mentre ridi in mezzo ai boschi, facendo frusciare le foglie. Mentre danzi sui prati, una immagine di
innocenza e di gioiosit. Non portarmi via tutto questo! (Da dove verranno queste parole?)
Oh, Alexi, mai, mai! Te lo prometto! Ci scambiammo l'ultimo bacio appassionato. Poi recit
a piena voce per me. Una benedizione finale chiamata La dama bianca, scritta da non so chi. Non l'ho
mai dimenticata.
Ci che non  andato bene adesso funzioner
Coloro che ti hanno fatto del male cambieranno o svaniranno dalla tua vita
Le porte dell'occasione si apriranno inattese
Quello in cui credi fiorir
La tua mente sar libera
Nuove idee verranno a te
Sarai gentile e generoso con gli altri
Sarai sincero in tutte le cose
Adesso sorridendo, controllando le lacrime, Ruffiana infil una mano in tasca e ne tir fuori
qualcosa. Che depose nel palmo della mia mano.
Il pi grande smeraldo che abbia mai visto. Forse non quanto la pepita d'oro di Harold, ma
grande davvero. Non l'ho mai mostrato a un esperto. E Dio mi  testimone che non ho mai pensato di
venderlo. Voi sapete perch.
Lo terr sempre con me le dissi. C' gi stata abbastanza polvere grigia nella mia vita.
Lei rise, poi sembr diventare seria. Io voglio che lo tenga sempre con te. Perch ti ricordi di
me.
Lo far le promisi. Una promessa che ho sempre mantenuto.
Gi indossavo dei vestiti da umano che Eana aveva adattato alla mia nuova statura. Ero
cresciuto un po', ma ero pur sempre lontano dal mio metro e ottantaquattro... anche se sapevo con
certezza che l'avrei raggiunto di nuovo. La carne e le ossa stavano ancora attraversando l'attimo dolente
(bella, questa immagine) della ristrutturazione. Ben presto sarei tornato al mondo. Che al momento
avevo ben poco desiderio di rivedere.
Comunque Ruthana mi accompagn per i boschi (ancora luminosi del verde dell'estate),
tenendomi per mano. Strano, ma adesso mi sembrava appartenere di pi alla sua razza cos differente...
variabile, energica, assolutamente misteriosa. Una volta distolsi lo sguardo dal percorso e la guardai:
potete crederci o no, ma anche se era ancora la mia bellissima Ruthana, qualcosa nella sua espressione
differiva da quanto mi ero abituato a vedere. Era pi vicina a essere una creatura esotica e remota che
mi aveva detto di amarmi... e in quel momento mi sembr quasi un miracolo.
Guardai i boschi. Provavo una fitta di rimpianto per aver dovuto salutare mia figlia. E credo che
lei si rendesse conto della mia presenza. Per tutta la vita mi sono domandato come sarebbe diventata da
grande. Come Ruthana? Se avesse avuto fortuna. I miei geni sono stati sicuramente un peso per lei,
povera piccola. Ero un bell'uomo, s, ma in fondo ero solo un essere umano, e che si poteva aspettare da
questo la discendenza di una creatura fatata?
Giunti al sentiero vidi che ci trovavamo proprio di fronte alla casa bruciata di Magda. I cittadini
di Gatford - che la peste li colga - non si erano mai premurati di ricostruirla. E ancor oggi (pi o meno
il 1982) mi domando se lo abbiano mai fatto.
Magari non potevano. Magari ci avevano provato e ne erano stati dissuasi. Non entrare in
casa... se mai ti venisse la tentazione mi disse Ruthana. Lei  ancora l.
La sua affermazione mi fece venire i brividi. Ho usato questa scena immaginaria in uno dei miei
romanzi, La strega di mezzanotte, a quanto ricordo.
Ruthana mi baci dolcemente. Ricordati di me mormor.
Santo cielo, credi che non lo far? dissi. Con la mia solita irruenza da adolescente.
Lei sorrise, comprensiva. Aveva ancora quella capacit, notai. No, non lo credo disse. So
che lo farai.
Lo far sempre giurai. Oddio, quanto mi mancherai, Ruthana!
Lei mi baci di nuovo, stavolta con pi passione. Poi sorrise. Vidi le lacrime riempirle gli occhi.
Adesso svanir disse.
E fu cos. Un secondo era l, il secondo successivo non c'era pi. La mia Ruthana. Scomparsa
nei boschi.
Non nel mio cuore.
32
Immagino che questo sar l'ultimo capitolo del mio libro. Mi addolora dirlo. Perch? Perch ho
passato cos tante ore piacevoli a raccontarvi la mia storia, e detesto l'idea che stia per finire.
Comunque...
Continuiamo.
Tornai negli Stati Uniti sei mesi dopo il mio ventesimo compleanno, evento che festeggiai
vomitando anche l'anima nel nord Atlantico. Lo avevo fatto per tutta la settimana... la traversata era
stata contraddistinta da interminabili ondate di marea. Io le chiamo cos, ma probabilmente erano
semplici, grosse onde. Ho la tendenza a esagerare... ve ne siete accorti? Ma non la storia in s. Be',
credeteci o no.
Ho detto che tornai negli Stati Uniti, ma sono tutt'altro che uniti, e noi lo sappiamo bene.
Massachusetts... Texas? Certo. Praticamente gemelli. West Virginia... California? Legate a filo
doppio. Avete capito il punto.
Per qualche insana ragione mi imbarcai in un viaggio a Brooklyn, con la voglia di rivedere la
vecchia casa natale. Non che avessi intenzione di suonare il campanello. Il solo pensiero di ritrovarmi
davanti a lui era fuori discussione. Anche se non credo che fosse l. Avrei dovuto capirlo quando vidi,
parcheggiata lungo il marciapiede, un'automobile probabilmente guidata da un essere dotato di buon
senso. Non la funerea limousine simile a un carro funebre che guidava di solito seduto dritto come un
fuso davanti al volante e con quell'espressione sulla faccia scolpita nella pietra che sembrava voler dire
a tutti: Toglietevi di mezzo, sono il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti.
No, non era l, grazie al cielo. Perch se per caso fosse spuntato fuori, mi avesse visto e senza
un attimo di esitazione avesse cominciato a rimproverarmi per i miei fallimenti, avrei dovuto ucciderlo
o quantomeno approfittare del mio nuovo potere da creatura fatata (non ancora utilizzato) per ridurlo in
polpette. Sto scherzando. Non ho mai avuto tutto quel potere. Per sarebbe stato bello averlo.
Non potevo rimanere a Brooklyn. La remotissima eventualit che le strade del capitano e le mie
si incrociassero fu pi che sufficiente a farmi correre verso la metropolitana. Montai su un treno diretto
verso Manhattan bassa dove presi in affitto un piccolo (tradotto: che costava poco) appartamento.
Acquistai una macchina da scrivere portatile e della carta, contattai un editore e gli chiesi se gli sarebbe
piaciuto leggere il mio romanzo. Quello disse di s e per farla breve (una volta tanto) lo pubblic.
Mezzanotte vendette abbastanza bene e lui mi chiese di scriverne un secondo e di calcare un po' pi la
mano sull'aspetto 'spaventoso'. Per me non c'erano problemi. Dopo aver perso Ruthana e aver traversato
l'Atlantico a furia di vomitare, non ero proprio dell'umore giusto per scrivere una storia romantica.
Cos scrissi Il buio di mezzanotte. All'editore piacque l'idea di ripetere la parola 'mezzanotte',
cos gli proposi una serie di romanzi gotici in cui comparisse quella parola. Lui si dichiar d'accordo e
mi chiese se mi sarebbe dispiaciuto scegliere lo pseudonimo di Arthur Black. Per me non era un
problema. Visto il mio stato mentale poteva anche chiamarmi Daniel Death (anzi, glielo proposi io, e
lui ne fu divertito). E cos Arthur Black entr nel mondo. Buon compleanno, signor Black! Lunga vita
alla tua produzione. E infatti fu lunga. Ben ventisette di quelle maledette nefandezze.
Mentre ero tutto preso dalla mia nuova carriera avvenne una cosa piacevole. Mi ero (quasi)
abituato ad avere gli incubi dei giorni (e delle notti) trascorsi in trincea. Avrei giurato che qualsiasi
incubo dovesse avere a che fare con i mostri che avevo affrontato nella Terra delle creature fatate. Non
era cos. Anzi, nessun incubo, per dirla tutta. Solo sogni incantevoli di Ruthana, di noi due che
facevamo passeggiate in quei boschi meravigliosi, mano nella mano, parlando. Che ci abbracciavamo,
che ci amavamo dolcemente. Sogni stupendi. Giunsi alla conclusione che Ruthana fosse responsabile
della cessazione degli orribili sogni della vita di trincea e dell'inizio di quelli belli. Perch no? Aveva il
potere di farlo, lo sapevo. Poi i sogni cessarono del tutto.
Era il giugno del 1921. Camminavo lungo la Sesta. Avevo appena venduto il mio terzo romanzo
del Ciclo di Mezzanotte e mi stavo guadagnando una modesta reputazione di scrittore (non di autore, lo
sa Dio) di materiale 'affidabile'. Gi si parlava (e per me andava bene) di modificare il mio contratto per
includervi altri cinque romanzi della serie. Pi tardi mi sarei addirittura concesso il lusso di consentire
alla mia basilare eccentricit sociale di creare I mostri di mezzanotte, in questo caso la progenie
dell'esplosione di Hiroshima. Mi faccio un vanto (un vanto? Ma andiamo!) di essere stato uno dei primi
scrittori a creare questi mostri, figli dell'atomo. Come diceva il professor Morlock: Quant' triste aver
liberato tutta la potenza interiore dell'atomo solo per uccidere. Ma adesso sto pontificando.
Perdonatemi.
Dov'ero rimasto? Passeggiavo sulla Sesta ripensando cupamente a Ruthana. Lo facevo sempre.
La perdita mi aveva amareggiato a tal punto che condizionava ogni mio approccio alla vita. In tutta
franchezza mi meravigliavo che lo smeraldo non si fosse ancora trasformato in polvere. Quello non
riuscivo a capirlo. Mi confortava (un poco) l'idea di avere ancora con me quel simbolo dei miei
sentimenti per Ruthana. Spesso me ne stavo seduto di notte a guardarlo, aspettandomi che regredisse al
suo stato originale e facendomi capire che Ruthana era persa per sempre.
Non successe mai, e questo mi sembr un mistero. Lo accettai, per. Era tutto ci che avevo,
quel gioiello scintillante di un verde perfetto, immutabile, magnifico, rassicurante.
Per poco non mi sfugg la vetrina... quella di una bottega di antiquario. Cero gi stato parecchie
volte. Poi la vidi e all'improvviso tornai indietro, fissando... una statuetta. Alta venti centimetri.
Scolpita in modo mirabile. Non riuscivo a staccare gli occhi. Era stato lui a posare? No, era assurdo.
Impossibile, pensai. Eppure era lui. Avrei messo le mani sul fuoco.
Garal.
Continuai osservare la statuetta con attenzione, per un tempo lunghissimo. Quel volto cos bello
e gentile, cos pieno di sapere, cos caldo di comprensione. Com'era riuscito a ritrarlo, l'artista?
Dovevo sapere.
Entrai nel negozio, mi avvicinai all'impiegato... che poi si rivel essere lo stesso proprietario.
Non ho mai saputo come si chiamasse.
Quella statuetta... cominciai.
Statuetta? Mi sorrise.
In vetrina dissi. Quella della creatura fatata, per poco non aggiunsi, ma mi trattenni in tempo.
Quel... vecchio.
Oh, s. Garal disse il proprietario.
Mi sentii attraversare da una specie di scarica elettrica. Garal ripetei come inebetito.
S disse l'uomo. Le piacerebbe darle un'occhiata da vicino?
Potei solo annuire. Mi domandai se lui avesse notato l'espressione sofferente che ero sicuro di
avere in faccia. Se anche la not non disse nulla. S diresse verso la vetrina, prese la statuetta e la
riport indietro. Quasi urlai quando vidi che la teneva per la testa, ma riuscii a controllarmi. Mi avrebbe
giudicato ancor pi strampalato di quanto gi non pensava che fossi.
Depose la statuetta e io feci finta di esaminarla con attenzione, come un potenziale cliente
interessato all'acquisto. Mi sentii anche mormorare: Mmm. Con l'aria di chi si stia convincendo che
si tratta di un buon affare. Tentai di ignorare il battito forsennato del mio cuore. Prossimo a esplodere,
in effetti.
Feci per parlare, ma riuscii solo a formulare pi domande tutte insieme, in un guazzabuglio di
suoni nervosi. Finsi di divertirmi della mia confusione verbale, respirai a fondo e chiesi (sforzandomi
di essere casuale): Quel nome? Da dove viene?
Non ne ho idea rispose l'altro. A quanto ricordo si  sempre chiamata cos.
Non sa da dove viene? chiesi ancora.
Da chi me l'ha venduta, direi rispose l'uomo.
Era.... inglese? domandai.
Credo di s.
Capisco. Lo dissi annuendo, fingendo di non essere cos coinvolto come invece ero. L'artista
aveva vissuto con il clan? Se n'era andato come avevo fatto io? Aveva scolpito un'immagine di Garal?
Troppe domande senza risposta. Certamente in una bottega di antiquario sulla Sesta strada.
Non fui capace di sostenere oltre la situazione. Pagai la statuetta (duecentocinquanta dollari,
una buona parte dei miei soldi... ma sarei stato disposto a pagarne anche mille, se me li avesse chiesti).
Con il cuore che mi batteva ancora forte presi un taxi (un'altra spesa che non avevo mai osato
permettermi) e tornai a casa. Sentivo il bisogno di tornarci subito. C'era qualcosa che dovevo fare.
Nel cucinino c'era una padella di ghisa per friggere. Non l'avevo mai toccata. Mi ricordava
troppo la spaventosa notte alla Villetta della serenit quando - mal consigliato - stavo tentando di
proteggermi dall'attacco di Ruthana. Adesso dovetti toccarla per forza. Dovetti quasi riempirla d'acqua.
Vedere la figura di Garal mi aveva suggerito l'idea - anzi, mi sembr un'ispirazione - di contattare
Ruthana attraverso la veggenza.
Portai in salotto la padella mezza piena e la sistemai in una zona d'ombra. Poi mi curvai e mi
concentrai sull'acqua immobile. Quando mi ero messo in contatto con Haral aveva funzionato subito.
Se era vero che in qualche modo Ruthana mi aveva conferito un minimo di consapevolezza psichica,
non doveva funzionare subito anche adesso?
Infatti funzion subito. Una vampata di nuvole sulla superficie dell'acqua. Rosse, di uno
scarlatto fiammeggiante. Poi quella che sembrava nebbia. O fumo. E grida distanti. Perch Ruthana
stava gridando?
Tutto a un tratto una figura spettrale mi si lanci addosso, urlando di rabbia. Di una rabbia folle,
omicida. Come poteva Ruthana...?
In un attimo capii che non era lei.
La faccia di Magda, deformata dalla pazzia, riemp la superficie dell'acqua. Snud i denti e
dalla bocca vomit un urlo che trasudava il rancore pi insano. Dio santissimo, quanto doveva odiarmi!
Rovesciai subito la padella, gridando a mia volta di paura. L'acqua schizz su tutto il pavimento
e l'urlo cess. Dovevo immaginarlo continuavo a ripetere con un filo di voce. A tutt'oggi provo
ancora una sensazione di malato terrore nel ricordare quegli spaventosi momenti. E anche di colpa.
Non sono mai riuscito a chiarire fino a che punto abbia fatto del male a Magda. E ci ho provato pi
volte.
Fu solo il pomeriggio successivo che feci ci che avrei dovuto fare da subito.
Abbassai tutte le tende, rendendo il salotto relativamente buio. Stavo per accendere una candela
che avevo acquistato in un negozio di articoli di magia, ma poi decisi di non farlo. O possedevo dei
poteri miei, oppure quel tentativo era destinato al fallimento. Ma non sarei stato vittima di una Wikka
stile Magda. Avrei celebrato il rito con semplice onest.
In mezzo al pavimento c'era la statuetta di Garal. Mi sedetti a gambe incrociate di fronte a essa.
Garal dissi. Non fu un'invocazione recitata. Non si trattava di un artificio da occultista. Gli
parlai direttamente, come se esistesse davvero nella statuetta. Garal, il mio mentore, il mio maestro, il
mio caro amico. Ti prego, vieni da me dissi. Devo parlarti.
Silenzio nel salotto. A parte, naturalmente, l'occasionale rumore di un treno in transito sulla
sopraelevata.
Ti prego, vieni da me, Garal ripetei. Ero assolutamente sicuro che sarebbe venuto.
Non so se all'improvviso la statuetta si espanse fino a diventare lui (non ero pi concentrato su
di essa), ma qualunque cosa successe lui era l, con la stessa rapidit con cui appariva nei boschi
dell'Inghilterra settentrionale.
S, Alex disse. Con tale semplicit da dare l'impressione che la sua comparsa fosse un fatto
scontato.
Il battito del mio cuore era diminuito. Ero di nuovo con il mio maestro e il suo sorriso mi
riempiva di serenit. Eppure dovevo sapere. Ruthana dissi. Sta bene?
La sua espressione divenne sconfortata.
Ruthana ci ha lasciato in aprile disse.
Non riuscii a parlare. La stanza si fece buia attorno a me. Lasciato? Poi parlai. Dovevo esserne
sicuro.
 morta? chiesi. Era la mia voce? Di certo no. Era cos esile, cos debole, cos tremante. 
trapassata?
S, Alex rispose Garal.
Poi nient'altro. Si limit a guardarmi in silenzio. Aprile, ricordai, era stato quando i bei sogni
erano cessati. Dunque era stata lei.
Perch? dissi alla fine.
Le si  spezzato il cuore rispose Garal.
No singhiozzai. Mi aveva detto che...
Che sarebbe stata bene? mi interruppe Garal.
S! Stavo cercando di non piangere, ma sentivo le lacrime che mi rigavano le guance.
Voleva che partissi senza rimpianti disse Garal. Ti amava fino a tal punto.
Anch'io l'amavo dissi, con la voce ormai sotto la soglia dell'udibilit.
Lo so che l'amavi disse Gara!  stato un amore perfetto.
Non aggiunse altro, continu solo ad assistere con comprensione al mio pianto disperato.
E mia figlia? chiesi.
Lei sta bene rispose Garal.
Allora mi irrigidii, con una reazione rabbiosa nel cervello ancora immaturo. Immagino che
Gilly sia contento che ho perso Ruthana dissi.
Gilly  andato mi disse Garal.
Bene dissi. Spero che un cacciatore gli abbia sparato.
Infatti disse Garal. Si era mutato nel corpo di un lupo e si  avvicinato troppo al cacciatore.
Bene ripetei. Almeno potevo contare su quella modesta soddisfazione. Non poteva alleviare il
mio dolore per la morte di Ruthana, ma mi faceva bene lo stesso.
A questo punto Garal svan. Un sorriso, una benedizione e non c'era pi.
Non avevo difficolt a capire come un cuore possa spezzarsi. Per giorni e giorni ebbi
l'impressione che anche il mio fosse sul punto di cedere. Mi sembr quasi di sentire lo schianto, pregai
in continuazione perch avvenisse. In modo da potermi - forse - ricongiungere con Ruthana. Volevo
che il mio cuore si spezzasse. Lo volevo con tutta l'anima.
Per non fu cos. Maledetto organo troppo robusto. Rimase intatto.
Ecco dunque la mia storia. Spero vi sia piaciuta. O che almeno la riteniate vera.  successa. In
ogni sua parte. Esattamente come l'ho descritta. Vi prego di credermi quando vi dico che  veramente
successa.
Be', qualche altro dettaglio. Nel 1936 mi trasferii a Los Angeles. Per allora erano stati
pubblicati altri cinque romanzi del ciclo di mezzanotte, da uno dei quali era stato ricavato un film. Mi
sistemai in un appartamento sulla spiaggia, scrissi altri due romanzi della serie e cominciai a bere.
Dopo un anno di totale alienazione partecipai a una riunione degli Alcolisti anonimi, e la cosa mi fu
d'aiuto.
Non mi sono mai sposato. Perch prendermi la briga di farlo?  stata Ruthana il mio solo
amore.
Qualche altra cosa? Un particolare significativo. Ho ancora lo smeraldo. Lo tengo in una
cassetta di sicurezza e nessuno ne sa niente.
Abbastanza stranamente, sembra che il tempo non lo abbia intaccato minimamente. Ancora
risplende di una luminosit non terrena, e credo che sar sempre cos. Per me significa che Ruthana mi
ama ancora. E che mi aspetta.
Da qualche parte.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Nota redazionale.
...
L'autore conosciuto con il nome di Arthur Black (nato Alexander White)  morto nel sonno il 20 maggio 1985. Fra le sue cose sono stati trovati i versi che seguono:
In quel tempo magico. In quel luogo magico. Ho incontrato il solo vero amore. Di tutta la mia vita. La mia principessa fatata. Ruthana.
...
.
...
Ringraziamenti.
...
Con tutto il mio amore a Ruth Ann. L'unica bellissima principessa della mia vita. La mia assoluta gratitudine e il mio amore a Diana Mullen per la sua incessante assistenza nella preparazione di questo libro. Per me  stata un aiuto sicuro e costante.
...
.
...
FINE.